Suburra. Molto rumore per (quasi) nulla

Suburra. Molto rumore per (quasi) nulla

La seconda stagione di Suburra è uscita circa due mesi fa, ma Netflix mette ancora il flag “nuovi episodi” sulla locandina, quindi siamo autorizzati a parlarne in ritardo. Spoiler: non ne parleremo proprio benissimo, quindi se siete fan della serie potreste storcere il naso o al massimo sbuffare divertiti ma orgogliosi, se invece non lo siete potreste ringraziarci per il tempo che vi abbiamo fatto risparmiare e vi rimandiamo alla visione di Romanzo Criminale – La serie in modo da avere un reale riferimento su come andrebbe realizzata una serie crime in Italia.

La prima stagione di Suburra fa il suo lavoro, ovvero getta le basi per vicende che poi si sviluppano per bene nel film originale di cui la serie è il prequel, diretto da Stefano Sollima, che per questo motivo è stato consulente artistico della prima stagione, con Michele Placido alla regia. L’aura di Sollima (regista anche del Romanzo Criminale di cui sopra e di un terzo esatto delle prime due stagioni di Gomorra) è tangibile, almeno nei primi episodi. C’è effettivamente una buona dose di elementi tensivi e di setup narrativi che però poi perdono potenza con lo scorrere delle puntate, forse troppe rispetto a tematiche non così potenti rispetto a come vengono presentate all’inizio.

Le trame e le sottotrame della serie ruotano, infatti, attorno ad una lotta all’ultimo sangue per accaparrarsi alcuni terreni di Ostia su cui poter edificare casinò, alberghi e ristoranti di lusso (a Ostia, si). La lotta si svolge tra la famiglia ostiense degli Adami, massimi esponenti dello spaccio balneare, il boss Samurai, che sfrecciando sul suo scuterone riesce a raggiungere ogni anfratto della criminalità organizzata romana in un lampo, e addirittura la Mafia, quella cazzuta, quella dei boss che parlano come Johnny Stecchino.

La lotta per arrivare a questi terreni coinvolge altri personaggi secondari che vengono avvicinati, corrotti, sedotti e spesso abbandonati dal potente di turno. Tra questi ricordiamo il buon Amedeo Cinaglia, consigliere comunale deluso dalla Kasta, che a modo suo prova a fare politica partendo dai bisogni della gente; Sara Monaschi, che sostanzialmente è un po’ la Claire Underwood dei Parioli, ma con molto più tempo inspiegabilmente libero; Alberto Anacleti a.k.a. Spadino, esponente/pecoranera/capitanfuturo di una famiglia criminale rom (da qui in poi “gli Zingari”), anche loro interessati a espandere il loro dominio sui territori di spaccio più proficui, e Ostia è tra questi; e poi c’è Lele, un personaggio dallo spessore di una sottiletta fusa, anonimo ventenne che viene sballottato di qua e di là diventando (in ordine) spacciatore, spacciatore minacciato, spacciatore indebitato con Samurai, ricattatore di cardinali, assassino di cardinali, killer per caso, killer per esigenza, amante della Gerini, migliore amico dei due criminali esordienti più pericolosi della città. Il tutto sotto gli occhi di un padre poliziotto non molto sveglio, che si fa ammazzare proprio nel momento in cui ci avrà capito qualcosa e tenterà di salvare un figlio ormai perduto e immerso in una della più losche faide che la storia del crimine ricordi: la lotta per i terreni di Ostia.

Il punto debole della serie, quello che forse salta più prepotentemente agli occhi soprattutto nella seconda stagione, è proprio l’immenso (a tratti grottesco) potere narrativo concesso all’espediente che fa da filo conduttore per le azioni di ogni personaggio. Tutto si muove attorno a questi mitologici terreni di Ostia. Famiglie che si sfasciano, poliziotti che tradiscono, boss che corrompono, cardinali che si ammazzano. Tutto per un paio di kilometri quadrati di spiaggia siti nella località balneare meno esclusiva del mondo, patria del turismo della domenica, avamposto della mondanità low cost, un paesino di provincia che non fa nemmeno provincia, che vive di parcheggi a pagamento per quattro mesi all’anno e che non ha idea di come passare il tempo durante gli altri otto.

Lo scopo per il quale tutti i personaggi sono in conflitto (tra di loro o con sé stessi) risulta essere troppo debole rispetto alla tensione che si crea puntata dopo puntata. Dapprima l’effetto è quello di godersi lo scorrere degli eventi, per poi risvegliarsi alla fine della scena e pensare “ma davvero tutto ciò sta succedendo per questo motivo?”. Cioè, non si parla di un Trono conteso da nobili casate in lotta da secoli, o della scalata alla Casa Bianca, giusto per fare due esempi chiarificatori.

Il paragone con altri prodotti di recente successo è inevitabile. Gomorra, in tal senso, è l’esempio più lampante di trama che mantiene sempre un punto fermo stagione dopo stagione. Anche in quel caso si parla di dominio del territorio e lotte interne tra criminali (e parliamo di strade e quartieri ben più piccoli di Ostia), ma gli scopi sono quasi onorevoli, e i vari incidenti scatenanti che danno il La alle varie vicende nascono da esigenze, da problemi, da situazioni che incidono in modo lampante sullo spessore dei personaggi e sulle loro evoluzioni (quando Genny torna dall’Honduras, e sto!). In Suburra questo non avviene. Non c’è un ricambio di motivazioni o scopi che possano essere considerati all’altezza delle scelte che i personaggi si spingono a fare, all’altezza delle loro sofferenze. Si ha l’impressione che seguano un binario palesemente già scritto, senza picchi degni di nota, e anche quando lo sono, risultano quasi ingiustificati per come vanno sopra le righe rispetto ad una trama che invece resta monocorde per quasi tutto il tempo.

Se nella prima stagione tutto ciò viene mitigato da un ritmo che comunque invoglia a passare alla puntata successiva, nella seconda è proprio questa voglia a venir meno, si va avanti solo per vedere come finirà la storia, per inerzia, senza aspettarsi particolari sorprese, anche perché i colpi di scena sono poveri e non in linea con la direzione che prendono le trame. Per non parlare della fitta rete di equivoci che pervade l’intera seconda parte della stagione, e che poco si sposa con un drama/crime, ma che è decisamente più adatto alla commedia. Un giro di doppi e tripli giochi in cui nessuno ci capisce niente, con i personaggi che passano metà del tempo a darsi appuntamenti in macchina, con stacchi di tempo che, se analizzati per bene, porterebbero a pensare che Roma sia grande quanto Busto Arsizio, vista la facilità di movimento con cui tutti si spostano da un capo all’altro della città.

Si tirano in ballo anche temi di attualità come la speculazione sui migranti, la politica populista, le frange di estrema destra, ma lo si fa in modo molto superficiale. Basti pensare che un tema come la manipolazione della stampa è rappresentato dalla corruzione di un semplice speaker di una delle tante radio locali che parla della Roma (le radio sportive sono una tradizione capitolina secolare), che arriva persino ad essere minacciato con una pistola puntata addosso praticamente in diretta senza che nessuno faccia nulla, senza un minimo di pathos, come se fosse la tipica giornata di lavoro di uno speaker radiofonico.

La sceneggiatura risulta quindi difettosa, e rende la trama molto scontata già dalla prima puntata (se avete un minimo di esperienza in fatto di serie TV potreste addirittura capire chi scoperà con chi, chi è figlio di chi, o addirittura chi morirà, con svariate puntate di anticipo). Tecnicamente parliamo di una produzione affidabile, al netto di una colonna sonora che riesce ad essere anonima e invasiva contemporaneamente, e di un comparto audio lontano dall’impeccabile, con carenze nella presa diretta che a volte rendono necessari i sottotitoli anche sui dialoghi in italiano. Da un punto di vista attoriale siamo nella norma, tutti bravini, con la Gerini e Borghi che fanno da fondo scala, l’una a volte sembra doppiata da Manuela Arcuri, mentre l’altro ormai vola da solo e si erge diverse spanne su tutti gli altri.

Il calo narrativo della seconda stagione pesa sulla valutazione completa di una serie che poteva pure meritare un 7 pieno, ma resta inchiodata al 5. Nulla a che vedere con concorrenti illustri come i già citati Romanzo Criminale o Gomorra, che viaggiano su altri livelli. L’impegno resta comunque apprezzabile, considerando anche l’esportabilità del prodotto, che per un mercato come il nostro, che ha campato per anni sulle spalle di Montalbano, può solo fare bene. Ci sarà una terza stagione (2020), e il rischio dietro l’angolo è quello da cui passano quei prodotti che piacciono al pubblico e che quindi vengono tenuti in vita più del dovuto, in cui il brodo viene allungato sempre di più fino a perdere il buon sapore che aveva all’inizio.

Riccardo Greco

Riccardo Greco

Videomaker con licenza di scrittura. Ha all'attivo un po' di tutto, cortometraggi, webserie, videoclip, format tv, tutto scritto, diretto e montato. Se la canta e se la suona, insomma, ma sempre con la stessa passione.

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