I Fiordalisi – Intervista a Marco G. Maggi

Torna lo spazio dedicato a “Le interviste” de I Fiordalisi, che oggi accolgono la voce e la poesia di Marco G. Maggi.

 

Quando ho incontrato Marco, ho avuto d’acchito l’impressione di un uomo distinto e gioviale; parlandoci è emersa subito la sua autentica passione e cura per la poesia, contraddistinta da umiltà autentica (cosa rara) nell’approcciarsi a quest’arte così tremenda e incantevole e dalla voglia di scoprire, imparare, confrontarsi.

Vorrei, caro Marco, che ci raccontassi il percorso che ti ha fatto avvicinare alla scrittura in versi, sia come lettore che come autore.

Cara Alessandra, grazie per le tue parole: ho scoperto la poesia dentro di me poco dopo aver cominciato a imparare a scrivere. Iniziai a scrivere qualcosa di più dei semplici “pensierini” in età scolare, a otto anni, incoraggiato da un’insegnante meravigliosa che mi stimolò a proseguire e che mi permise anche di pubblicare alcuni testi su un piccolo settimanale locale. Posso testimoniare che i nostri insegnanti sono spesso fondamentali per avvicinarci alla poesia e alla scrittura in generale. La passione per la lettura venne di conseguenza, grazie anche all’importante biblioteca lasciata dal mio nonno paterno, in cui sono contenuti numerosi libri, e di cui parlo anche nella poesia che fa da prologo al libro. Da questa biblioteca ho avuto modo di attingere in giovane età avvicinandomi ad autori importanti, anche stranieri, e ai classici: ricordo ancora le letture e le emozioni che mi suscitavano certi testi. Anche qui, occorre dirlo, il lettore sovente si “costruisce” già in tenera età; posso citare l’esempio di mio figlio, con cui andiamo in giro per librerie da quando era piccolo, malati entrambi di una, fortunatamente incurabile, bibliofilia: sono felice di avergli potuto trasmettere questa passione, mi sembra di essere riuscito a fare qualcosa di buono, e non è poco, nel “mestiere” del genitore.

Il titolo della tua ultima pubblicazione, per Ensemble (2018), è Il quadrato delle radici che contiene, a mio avviso, due vocaboli entrambi potenti, nella loro capacità di evocare un’immagine ben precisa sia a livello iconografico che di associazioni di significato: il quadrato, da una parte, rimanda subito alla classica figura geometrica studiata fin dai primi anni di scuola e con essa a un’idea di precisione, di delimitazione, di struttura rigorosa; dall’altra le radici, l’organo della pianta funzionale al suo sostentamento, scomposte nella forma e riconducibili al concetto di origine, di attaccamento, di proprietà non scelta ma toccata in sorte. Da dove la necessità di accostare questi due universi semantici e valoriali così apparentemente distanti e con quale intento?

È una domanda che, seppure in termini diversi, mi è stata posta più volte: il quadrato, in questo caso, non ha un significato geometrico in senso stretto, ma esprime il bisogno di fare quadrato, di difendere, e le radici sono per me l’espressione più pura della mia persona, sono i luoghi e la gente da cui provengo, non sono solo accostabili alle mie origini famigliari, anche se la mia famiglia di provenienza ne fa parte in modo indissolubile, ma abbracciano le esperienze personali che mi hanno fatto diventare, nel bene e nel male, l’individuo che sono oggi. Quindi il quadrato deve dare un senso di resistenza, resistenza verso la perdita dei nostri valori più veri, resistenza contro le brutture, le ingiustizie e l’ignoranza, che sono tra i principali mali dell’Uomo, soprattutto esso sta a indicare l’estrema difesa contro la perdita di noi stessi, perché il rischio di inaridire, di perdere di vista la nostra spontaneità interiore e spirituale, rappresenta una minaccia costante nel mondo in cui viviamo, così votato al successo economico da dimenticarsi troppo spesso delle cose più importanti.  Nel mio caso è anche la strenua difesa dei gesti semplice, delle cose semplici. In questo io vedo il rischio per l’intellettuale di perdersi: il sapere non deve allontanarci dalla semplicità, soprattutto per un poeta: la mia vita, le nostre vite, hanno già troppe complicazioni che ci allontanano da noi stessi, solo mantenendo un collegamento con le cose vive, le cose vere, possiamo sperare di rimanere autentici.

 

Il quadrato delle radici, Ensemble 2018

 

 

Soffermiamoci ancora un attimo sull’idea di radici, che sono a tutti gli effetti il tema conduttore della tua raccolta. Sotto che luce dovremmo provare a osservarle: quella positiva di dono preziosissimo e non spiegabile? Quella neutra di punto di partenza per…? O dovremmo considerarle in maniera più negativa, perché le radici sono anche una delle prime esperienze di limite con cui ci dobbiamo confrontare, qualcosa che non abbiamo scelto ma che ci è capitato? Oppure c’è altro rispetto a questa possibile tripartizione di analisi, e te lo chiedo avendo in mente innanzitutto Accoglienza e quell’importanza del tramandare di cui questa raccolta si fa grido.

 

Accoglienza

Le mie radici hanno rami

e foglie di tiglio

il profumo dei fiori

vola oltre ogni muro

quando abbraccio la terra.

 

Le mie radici

portano indosso le tinte

di un autunno infinito

e tengono in seno la luce

delle cose lontane

 

sono colori di pace

 

li troverai nei miei occhi

quando accolgono i tuoi.

 

Ti ringrazio, Alessandra, per aver citato questa poesia: hai dimostrato un acume notevolissimo: infatti questo testo è un cardine essenziale di quanto voglio dire, in qualche modo rappresenta il “fil rouge” di tutto il libro. Non importa se in origine provengo da una famiglia abbastanza benestante, se la mia pelle è chiara, se sono originario del nord o del sud del Paese, se sono etero: tutto questo non dovrebbe farmi sentire in trincea e provare paura nei confronti di chi è povero e ha meno possibilità di me, di chi ha la pelle diversa dalla mia, di chi viene da luoghi diversi e spesso lontani, di chi è omosessuale. Al contrario, proprio la coscienza di noi stessi, di chi siamo e da dove veniamo, dovrebbe consentire di aprirci verso “l’altro”. Certamente, citando una frase letta tempo fa di Tiziano Terzani, “il rispetto viene dalla conoscenza, e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo”. Dalla lotta all’ignoranza, fuori e dentro di noi, viene quindi la linfa che ci permette di capire e di aprirci al mondo.

Giungendo, senza dilungarmi oltre, alla tua domanda, le radici sono un po’ in tutto quello che tu affermi: risorsa preziosa, punto di partenza ma anche limite, fisico e mentale, a quello che la nostra personalità è “in nuce”. Un’educazione rigida o meno, un’esistenza legata a una certa territorialità, possono diventare freni, e spesso lo sono, a quello che sono le nostre legittime aspirazioni e possibilità personali. Come qualcuno mi fece osservare durante una presentazione del libro, forse le mie radici, nel senso più stringente del termine, non le amo del tutto, perché esse sono state per me anche motivo di sofferenza e di conflittualità, però io rispetto quanto da esse è scaturito, rispetto i tanti insegnamenti che mi permettono di andare nel mondo con coscienza e mentalità aperte, nonostante io provenga da un piccolo paese di provincia, un luogo come tanti, nella pianura Padana. Quindi sento di avere qualcosa da dire, da tramandare appunto, e penso di avere la consapevolezza del valore che ha avuto lo sperimentare emozioni ed esperienze così umanamente, spiritualmente e intellettualmente rilevanti, nonostante io avverta una certa coscienza dei miei limiti.

Il quadrato delle radici si confronta costantemente con il senso del tempo e lo fa in modo profondissimo e spesso toccante. Tempo che passa e che non possiamo fermare né afferrare mai del tutto; tempi sbagliati per un soffio; tempo di quello che sarà. Vuoi parlarci di quello che hai voluto che la tua raccolta raccontasse sul tempo?

Credo di essere, come spesso lo sono i poeti, malato di nostalgia. Il che non vuole dire rimettere sempre tutto a confronto tra quello che è oggi e quello che era ieri, perché sostanzialmente ho fiducia nel futuro, voglio credere nei giovani e in una società più aperta rispetto a quella in cui sono cresciuto e in cui vivo tuttora. Tuttavia, non possono non mancarmi certi luoghi e persone del passato che insistentemente bussano al mio cuore. Mi mancano spesso, a volte mi mancano troppo, e in questo scorrere del tempo trovo che, mentre da un lato il tempo mi allontana da loro, in qualche modo mi avvicina, o almeno questa è la speranza che nutro. Di certo il tempo può fare da filtro, facendoci vedere con occhio benevolo anche alcuni momenti non proprio positivi del nostro passato; allo stesso modo il suo trascorrere ci provoca mancanze, spesso ci vuole molta forza e, ancora di più, molto coraggio, per raccoglierne i cocci, per fare ordine nelle nostre esistenze. La poesia in questo può venirci incontro, perché ci permette di alzare lo sguardo oltre la banalità dell’esistere e di ridare quindi valore alla nostra vita; è un fatto che la poesia nasca da una frattura interiore, da una faglia che si crea all’interno della nostra anima e che difficilmente ci abbandona, e che il poeta debba scavare dentro sé stesso, spesso dentro il proprio passato più nascosto.

Tra le tante belle poesie di questo lavoro ho scelto Adesso, perché qui emerge un’altra importante questione che riassumerei nel triangolo, per restare in tema di figure geometriche, parola-voce-poesia. Ci spieghi, a partire da questi versi, come si combinano e in che relazione stanno per te questi tre elementi?

 

Adesso

E adesso lasciatemi qui

su questo giaciglio di marmo

con le dita accarezzo le lettere

con le labbra il suono di un nome

fino ad alzare la voce

 

ma non ritorna.

Be’, la tua capacità di scovare poesie a me care all’interno del libro è davvero sorprendente.

Questo testo lascia spazio a diverse interpretazioni, comunque si ricollega al discorso sul tempo, sul passato, di più, ci avvicina al tema della morte, infatti fu finalista a un premio che trattava proprio della morte, in modo impeccabile. Per come la vedo io, parola e voce si completano, da un lato c’è il pensiero-ispirazione, viene quasi sempre d’acchito e si trasforma in parola quindi, modulato dalla voce del poeta, che ne misura i toni e le sillabe, si trasforma in poesia. Riferendomi al triangolo ipotetico tra parola-voce-poesia direi che forse, la cosa che rende e dà più suono alla poesia, accomunandola in questo alla musica, è proprio il silenzio, quindi, volendo sintetizzare il gesto poetico in termini minimi, direi che l’ispirazione e la scrittura nascono dal silenzio, dando quindi voce poetica al testo, che poi si trasforma in lettura che poi non è altro che ancora silenzio, in un’ideale triangolazione tra silenzio-poesia-silenzio.

Scegli tu, adesso, una poesia dalla raccolta e dicci perché proprio quella.

Scelgo questa poesia:

 

Un’alluvione

Lo senti questo borbottio?

È il torrente che, ogni tanto,

per qualche bizzarria, si crede fiume

ed impone le sue acque alla pianura

 

Ma è la mia terra

e tra i pioppi respiro un’aria di flagranza

come quando, dopo un lungo viaggio,

arrivo sotto casa e dico:

“sono qui, sono venuto per restare”

Questa poesia l’ho scritta durante un viaggio di lavoro in Estremo Oriente, mentre da casa mi riferivano che le piogge stavano spazzando le vie del mio paese provocando inondazioni e danni: vivo con la mia famiglia vicino a un torrente e quindi ero comprensibilmente preoccupato. Alla fine, nonostante tutto, in questi versi c’è l’amore per la mia terra, per il dialetto e le tante storie che si tramandano, anche se la maggior parte delle persone a me care non c’è più. Rimanere diventa quindi un modo di resistere alle intemperie della vita, di non piegarsi, mantenendo una promessa con sé stessi e con chi ci si è voluto bene, perché se è già una cosa brutta abbandonare i vivi, mi diventa del tutto insopportabile deludere i morti. È da loro che partono le mie radici, e questa è la mia storia.

Oltre alla poesia, quali sono gli altri grandi amori di Marco?

Non importa se può sembrare banale, rispondo senza alcun dubbio che il mio amore principale è la mia famiglia, intesa come mia moglie e i miei figli: non ho amori “sportivi” o hobbies particolari, non sono tifoso di squadre anche se per un po’ ho amato il basket. Certo, amo viaggiare, vedere posti diversi, conoscere persone, ammirare luci e colori nuovi, ma amo anche ritornare a casa mia. Poi c’è l’amore per la natura, la preoccupazione per l’inquinamento e per i danni spesso irreparabili che stiamo causando. La lettura è una passione che mi accompagna da sempre, tuttavia sono un lettore disordinato, dai molteplici interessi, a volte mi piacerebbe avere più metodo nelle mie letture. Poi c’è l’amore per la compagnia, il confronto con le idee di ognuno, lo stare a tavola a chiacchierare con persone amiche e apprezzare insieme un buon bicchiere di vino e la buona cucina: cose piuttosto semplici, appunto.

Ti chiedo di salutarci con una frase, tua o di altri, che equivale alla tua firma: parole, insomma, che potrebbero leggersi Marco G. Maggi.

Guarda, proprio non molto tempo fa ho scritto una frase che forse può dire qualcosa in più di me: “credere nell’impossibile, provarci sempre”.

L’esperienza m’insegna che è molto importante crederci, sempre, anche se si rischia di rimanere delusi, anche se si rischia di cadere e farsi male. Non è una frase dal significato “macho”, come potrebbe sembrare apparentemente, anzi, per crederci e riuscire secondo me occorre prima di tutto vincere come persone: è inutile raggiungere un obiettivo, magari il successo, se questo ci depaupera in termini umani, lasciandoci pieni di rabbia e insoddisfatti di fronte allo specchio della nostra coscienza. Siamo quindi obbligati a fare un “en plein”, non dimenticando che, anche se “perdiamo”, l’importante è non farci portare troppo lontano da noi stessi e dai nostri affetti, da tutto quanto nella nostra vita ci ha portato e ci porta alla tenerezza e alla solidarietà verso gli altri, e non sto parlando, ovviamente, solo di lontananza fisica. Sono cose che ho provato, sono rischi che non voglio più correre.

 

Marco Giovanni Maggi è nato a Tortona nel 1968 e vive a Castelnuovo Scrivia in provincia di Alessandria. Di professione imprenditore ha girato in molte zone del mondo sia per lavoro che per l’interesse d’incontrare altre culture e nuovi linguaggi. Sue poesie sono state selezionate e pubblicate su diverse antologie e riviste letterarie, sia online che in cartaceo, e ha ottenuto diversi riconoscimenti in alcuni importanti premi di poesia. Nel febbraio 2014 ha pubblicato la sua prima raccolta, intitolata “Punto di fuga”, presso i tipi di Collezione Letteraria della Puntoacapo Editrice di Novi Ligure (AL). È stato invitato a partecipare a numerose letture e presentazioni sul territorio nazionale tra cui spiccano località come Genova, Milano, Roma e Matera. La sua nuova silloge, “Il quadrato delle radici”, e stata pubblicata nel gennaio 2018 dalle Edizioni Ensemble di Roma.

 

Alessandra Corbetta
(Guarda anche l’uscita precedente)

 

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