“La nemica”: la più grande truffa del XVIII secolo alla corte di Maria Antonietta

«Non saranno le solite teste a cadere. Vedremo altri orrori, dovrai imparare a difenderti. Tu appartieni a una generazione che non conosce la guerra, ma quanto ci aspetta potrebbe essere anche peggio. Ho visto la furia cieca e irrazionale della plebaglia: temo che sia soltanto l’inizio».

 

Jeanne de la Motte non è la sola nemica di Maria Antonietta, ma forse, come si evince dal l’ultimo romanzo di Brunella Schisa: La nemica  (Neri Pozza, 2017), è colei che ha gettato le sorti della regina nelle mani di coloro che la vollero morta.

È la stessa Jeanne che nei suoi memoriali si firma come «la nemica mortale» di Maria Antonietta.

La napoletana Schisa, che nel 2007 vince il premio Rapallo grazie a La donna in nero, ha saputo costruire, tra realtà e fantasia, un romanzo storico capace di rendere ai lettori la parte cool e gossippara della più discussa e approfondita rivoluzione, quella francese.

Marcel de la Tache, un giovane giornalista, assiste nel 1786, per puro caso, alla Cour de Mai al linciaggio pubblico e ufficiale di una donna poco incline a subire ciò che stava sopportando.

La donna urlante e avvenente è Jeanne de la Motte, ma lui ancora lo ignora così come ignora la ragione di tanta crudeltà.

Jeanne è accusata d’essere l’artefice e l’esecutrice dell’Affare della collana, una truffa  ben architettata e dall’esito ancora incerto in cui il nome della regina di Francia venne infangato.

In breve, Jeanne insieme al Conte di Cagliostro, intrattiene, fingendo d’essere Maria Antonietta, una corrispondenza col cardinale Rohan, un uomo sì provato ma voglioso di riconquistare la fiducia della regina, per il suo bene è disposto a tutto.

La sosia di Maria Antonietta, ingaggiata dalla stessa Jeanne, incontra il cardinale riuscendo a spillargli del denaro e la promessa di farsi intermediario per la compravendita di un notevole collier.

Il povero Rohan mantiene l’impegno, consegna il costoso gioiello, facendosi garante, ma i gioiellieri non verranno mai pagati.

Scoppia lo scandalo.

Il cardinale Rohan viene assolto, Jeanne de la Motte condannata, fino alla morte griderà la sua innocenza, alla flagellazione e alla prigione.

Il giovane Marcel, indagando, raggiunge la detenuta in carcere, e subito resta ammaliato dall’essere della donna, un po’ fata e un po’ strega; e senza troppe remore accetta, in cambio di sesso, d’essere il complice della sua fuga.

Scoppia la rivoluzione.

Ciò che la Schisa narra non è solo la più grande e irrisolta truffa del XVIII secolo, ma l’ennesima questione politica di una donna incapace di farsi amare dal proprio popolo.

La Storia non ha saputo darci conto se Jeanne de la Motte e Maria Antonietta fossero delle colpevoli o delle vittime.

Per tale ragione è opportuno credere a ciò che più ci affascina, poiché ogni risvolto viene risolto in un’ipotesi.

Durante la lettura del libro, che fin dalle prime pagine mi ha portata a tifare per la ribelle Jeanne, mi sono imbattuta per la prima volta nel lungometraggio del 2006 di Sofia Coppola: Marie Antoinette, interpretato da un’ipnotica Kirsten Dunst; l’immagine pop della regina con prepotenza opacizza il suo essere spietato e cinico, influenzando positivamente, quasi a volerla ripulire, l’idea che la Storia ha consegnato ai posteri della donna.

Il mio pensiero è mutato in corso: se prima sostenevo Jeanne a scapito di Maria Antonietta, ora, imbevuta di ribellione, tifo sia per l’una che per l’altra, pur riconoscendo in entrambe pessime qualità. Ma le giustifico, poiché hanno saputo affermarsi e dare testimonianza di sé in una società di soli maschi, perdendo volontariamente la loro innocenza per strappare una pagina alla Storia.

Francesca Sala

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