I Fiordalisi – Poesia &…

Torna lo spazio dedicato a “Poesia &…”, l’appuntamento bimestrale in cui Riccardo Canaletti abbina la poesia, protagonista assoluta de I Fiordalisi, a un grande tema di riflessione e dibattito.

Dopo “Poesia & Infinito”, “Poesia & Comunella“, “Poesia & Canzone”, oggi è la volta di “Poesia & Lotta”.

Buona lettura!

Alessandra Corbetta

 

Ciò che penso dell’arte, oggi, (e in particolare della poesia) è: qualcosa di controproducente. Leggendo Convenzione e materialismo di Paolo Virno, seguendo spunti dati da persone di cui mi fido, mi son dovuto porre la domanda: perché scrivo? Ecco, credo sia, di per sé, un farmi danno, ciò che contraddice le mie idee; e per questo l’elemento dissonante, dissestante e travolgente, profondamente macchiato dall’incoerenza tipica di chi sa qualcosa, eppure…

La poesia, che ha il linguaggio particolare d’élite, più o meno sana (ma quando un’élite è sana?), va esattamente dalla parte opposta della rivoluzione, qualunque sia il senso di questa parola. Va, cioè, verso l’appropriazione di significati da parte di un solo gruppo, alla stessa maniera in cui la religione fa sua una Verità, che quella è (e basta). La poesia sostanzia la tendenza alla separazione, tipica di chi vive la cultura come arma o vessillo, o ancor più discrimine (e questo lo si ritrova nel poeta di sinistra, liberale, come in quello di destra, cattolico; e si ritrova anche in quei bellissimi casi di incroci genetici, tra sinistra e cattolicesimo e tra rossi e neri). Eppure io scrivo, come molti di noi, col mio linguaggio, il mio senso, contro questa che mi sembra un’evidenza. La poesia, lontana anni luce da una possibilità di coesione sociale (general intellect è capacità collettiva, non di certo battesimo di grazia da parte di chi sa pontificare), diventa ciò che ci chiude, ciò che, per quanto si dica, non apre a nulla, anzi trattiene. Perché si scrive allora? Forse per convincersi che le differenze debbano essere ordinate in gerarchie, perché non si accettano semplicemente le differenze biologiche (la corteccia cerebrale, le impronte digitali, il tono di voce); no! necessitiamo di qualcosa che ci distingua socialmente, qualcosa che, in fondo, ci faccia sentire portatori di uno sguardo, di una verità, di un destino e chi più ne ha, più ne metta.

 

Convenzione e materialismo (Derive Approdi 2010)

 

La soluzione, però, non sarà mai non fare poesia. Però si dovrebbe capire come farla, perché farla, senza naturalmente affidarle un obbiettivo unico, una sorta di teleologia provvidenziale da comodo “culturificio” omologante. Significa chiedersi la natura storica, materialista anche, della poesia, che naturalmente cozza col linguaggio comune, e pur sempre è usata da tutti, anche da chi quel linguaggio comune lo ha posto a fondamento teorico di una lotta di liberazione. La poesia, in questo senso, si allontana certo dall’orizzonte comune, ma si allontana come una nube che sosta nel cielo, e che cede la pioggia all’oceano, allontanandosi. Cogliere la pioggia che dalla poesia può unirsi al nostro mare comune, significa donarle nuova veste, nuova luce, togliendola all’aristocrazia letteraria, alle scuole di doppiopetti, e al sentimentalismo inutile che riduce il verso, e quindi le parole (che prima di tutto sono parole di tutti), a un borbottio intimistico e poco chiarificante.

Pensiamo la poesia come qualcosa che sparirà per il nostro bene, ma nel frattempo facciamone di buona, il più possibile.

Riccardo Canaletti

(guarda anche l’uscita precedente)

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