La conquista della felicità

Ho scelto alcuni brani, di filosofi e studiosi, che riflettono sulla felicità. Li ho scelti, per riflettere con loro. Cos’è la felicità? Esiste davvero?  Esiste un metodo per raggiungerla? 

 

ARTHUR SCHOPENHAUER, Parerga e paralipomena, 1851.

Alcuni brani scelti, di filosofi e studiosi, che riflettono sulla felicità. Cos’è? Esiste un metodo per raggiungerla?

Ciò che uno ha in sé stesso è l’essenziale per la felicità della sua vita.

Solo perché quest’elemento di regola e tanto scarso, la maggior parte di coloro che hanno superato la lotta contro il bisogno, si sentono in fondo tanto infelici quanto quelli che vi sono ancora immersi. Il vuoto della loro interiorità, la scipitezza della loro coscienza, la povertà del loro spirito, li spingono alla società, consistente di individui simili a loro, poiché “similis simili gaudet”. Ci si dà allora in comune alla caccia di passatempi e di divertimenti, ricercati anzitutto nei piaceri sensuali, nei godimenti di ogni genere e infine negli stravizi. […] Le feste e i divertimenti splendidi e rumorosi portano sempre in sé un vuoto, anzi una stonatura, già soltanto per il fatto che si oppongono nettamente alla sventura e alla povertà della nostra esistenza. […] Un uomo spirituale si trattiene egregiamente, nella piu completa solitudine, con i propri pensieri e le proprie fantasie, mentre un continuo mutamento di compagnia, di spettacoli, di gite e di divertimenti non può difendere da una noia tormentosa un individuo ottuso e apatico.

 

 

ERICH FROMM, L’arte di amare, 1956.

Per cattive compagnie non mi riferisco solo a gente cattiva, viziosa o distruttiva; di quelle si dovrebbe evitare la compagnia perché la loro influenza è velenosa e deprimente. Mi riferisco soprattutto alla compagnia di persone amorfe, di gente la cui anima è morta, sebbene il corpo sia vivo; di gente i cui pensieri e la cui conversazione sono banali; che chiacchiera anziché parlare, e che esprime opinioni a cliché invece di pensare.

 

 

BERTRAND RUSSELL, La conquista della felicità, 1930.

Gli uomini si portano a letto le loro preoccupazioni, e nelle ore notturne, quando dovrebbero ricuperare nuove energie per affrontare i fastidi del giorno seguente, continuano a rimuginare problemi per i quali al momento non possono fare nulla, considerandoli non con quella lucidità atta a suggerire loro una sana linea di condotta per il giorno dopo, ma in preda a quell’irragionevole agitazione mentale che, nelle ore di insonnia, intorbidisce il cervello. […] L’uomo saggio invece medita sui suoi crucci soltanto quando è di qualche utilità il farlo; in altri momenti pensa ad altre cose o, se è notte, a niente. […] Moltissime preoccupazioni possono diventare meno assillanti quando ci si rende conto della poca importanza di ciò che ci causa quell’ansietà.

 

 

SOREN KIERKEGARD, Diario 1834/55 (postumo).

In fondo ogni comprensione dipende dalle disposizioni interiori. Se un giorno si è veramente credenti e fiduciosi, anche se vi càpita addosso la più grande disgrazia si può subito, in modi diversi, darne un’interpretazione consolante. […] Se invece si è scoraggiati, afflitti, malinconici, basta un non nulla per farci sospettare in tutto quel che accade la legge della disgrazia, della fatalità. Ecco perché tutta la nostra concezione della vita non è in fondo che una confessione involontaria del nostro intimo.

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