Puttana: perché lo diciamo in maniera spropositata

“Ci chiamano donne di malaffare e hanno ragione. Perché troppe di noi praticano malamente la professione”. (Sveva Casati Modignani)

Cos’è una puttana? O meglio, cosa fa una puttana? Quante volte abbiamo offeso una donna, specialmente noi uomini, appellandola in questo modo? Il motivo è molto semplice: è il modo più veloce, sbrigativo, offensivo e diretto per farla stare male. Perché, generalmente, niente colpisce più di un “puttana” buttato lì nel momento più azzeccato possibile. Spesso però, questa parola viene usata a sproposito, e non ha proprio senso usarla.

La definizione che dà la Treccani è la seguente: puttana s. f. [dal fr. ant. putain, caso obliquo di pute «donna di facili costumi», femm. di put(v. putto)], volg. – 1. Prostituta, meretrice: andare a puttane, frequentare prostitute.

La Treccani definisce anche: prostituzióne s. f. [dal lat. tardo prostitutio –onis, der. di prostituĕre «prostituire»]. – 1. Il fatto di prostituire, di prostituirsi, spec. come attività abituale e professionale di chi offre prestazioni sessuali a scopo di lucro

Quindi, una persona che si prostituisce, lo fa per ottenere qualcosa in cambio. Denaro, posto di lavoro, favori. In un film involontariamente trash intitolato “Primavera di Granito”, una delle protagoniste vende il proprio corpo in cambio di qualche spinello per lei e per i suoi amici. Insomma, prostituirsi per ottenere un vantaggio tangibile, che vada al di là del sesso in sé e per sé.

Nel linguaggio comune però, spesso associamo questa parola ad un’offesa, o ad un comportamento (sempre e solo della donna) considerato disdicevole: quello di andare a letto con molti uomini. Si tratta di un cliché, diventato quasi un luogo comune: sei una donna e ti piace il sesso? Sei una puttana. Sei una donna e non ti piace il sesso? O sei una suora o sei una frigida, magari pure acida.

La verità non sta in mezzo. La verità è che abbiamo bisogno di appellativi per etichettare ciò che ci troviamo davanti. Spesso non importa se sia giusto o sbagliato quello che abbiamo deciso di utilizzare, interessa di più l’effetto che fa. Una donna che decide di comportarsi liberamente con gli uomini deve essere appellata come una che lo svolge di mestiere. Forse perché è semplice, forse perché una donna libera fa paura. Perché, da che mondo e mondo, è sempre passata l’idea che la donna deve essere preda e l’uomo cacciatore. Altrimenti non si spiega perché un uomo che si comporta così con le donne non viene chiamato “puttano” ma “puttaniere”.

O forse tutto questo modo di pensare fa parte di un mondo antico che, quando fa comodo, torna a farsi sentire più forte che mai.

Puttana ormai è diventato un modo di denigrare l’altra. Un’etichetta che muta cambiando forma, diventa una colpa anche essere un/una figlio/a di. Un’etichetta talmente grossa da aver trasformato quel mestiere in un reato, di cui una metà del cielo chiede l’annientamento completo del fenomeno, mentre l’altra una legalizzazione che potrebbe portare più soldi allo stato e meno donne in mezzo alla strada. Apriti cielo, solo tu puoi mostrarci dove sia la verità.

Puttana è una donna che spesso viene costretta ad esercitare, anche con la violenza. E quando lo fa, mette tutto in chiaro, senza inganni. Chi intende frequentarle, sa a cosa va incontro, e difficilmente ha da lamentarsi, se non i motivi che lo hanno portato ad andarci. Se qualcuna si comporta male, la parola più corretta da usare è “stronza”.

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