Si accende lo spettacolo: Ligabue riparte da Start

Si accende lo spettacolo: Ligabue riparte da Start

Un nuovo inizio: è per questo che, in fin dei conti, ogni album dovrebbe chiamarsi “Start“.

Ne abbiamo avuto un piccolo assaggio con “Luci d’America” e “Certe donne brillano”, ma ora è arrivato il momento di ascoltare per intero il dodicesimo capitolo della carriera di Ligabue.

Skippo ogni story di Luciano contenente anticipazioni sulle canzoni, decido di non cadere nella tentazione di cliccare sulla notifica di Spotify che, a mezzanotte in punto, fa illuminare lo schermo del mio smartphone: voglio godermelo tutto d’un fiato, perché un album è la fotografia di quel momento di un artista. E Luciano è ormai la colonna sonora della mia vita: ne scandisce i periodi, detta il tempo, sottolinea ogni sfumatura.

La musica – direbbe qualcuno – ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.

Opto, come sempre, per l’edizione in vinile: è la forma più adeguata ad un ascolto del genere, perché riesce a creare un collegamento quasi fisico con la musica. È come se la musica prendesse vita da ogni solco.

Partiamo da un presupposto: le canzoni di Luciano sono composte da più strati, più livelli, se preferite. C’è la parte che arriva subito, che colpisce già al primo ascolto, e quella che invece arriva dopo un po’, perché bisogna che ogni cosa messa in circolo prenda il suo posto.

È sempre stato così, ed è forse anche per questo che alcuni suoi album sono stati rivalutati più tardi da fan e critica – un nome? Sopravvissuti e sopravviventi, aspettando che anche Riko con il suo “Made in Italy” possa avere la giusta collocazione nella storia di Ligabue.

È l’album più breve della sua carriera, dieci canzoni (mai era sceso sotto le 11) per un totale di trentotto minuti. Soprattutto, però, è un album che presenta una grandissima attenzione per il suono, curato nei minimi particolari.

Si sente forte l’impronta di Federico Nardelli che, dopo aver lavorato con Gazzelle e Galeffi, ha rinnovato il suono di Ligabue, sudando le fatidiche sette camicie per suonare praticamente tutti gli strumenti, sui quali si sono poi aggiunti con alcune personali incursioni i membri della band che lo accompagnerà in tour.

Chi vi scrive non è un fan del paragone tra il Ligabue degli esordi e quello di oggi, perché è praticamente impossibile che un uomo di quasi sessant’anni possa scrivere canzoni simili a quelle scritte trent’anni prima. Ciò che non è mai cambiato, e che emerge da questo album, ancor di più rispetto ai precedenti, è l’urgenza comunicativa che ha sempre caratterizzato la musica di Ligabue, con un impianto rock molto vicino a quello dei primi tre dischi. Rinnovarsi, restando fedele a se stesso.

Ci siamo: è il momento di schiacciare il tasto start e posizionare la puntina.

START: IL SIDE A

Ligabue StartNostalgia e speranza, dicevamo. E cambiamenti, anche: sono queste le tre parole chiave delle prime tre tracce.

Polvere di stelle” è la potente rock ballad a cui Luciano affida l’apertura del suo nuovo album. Forte, deciso, diretto: da “Balliamo sul mondo” a “La vita facile”, passando per “Ancora in piedi” e “Nato per me”, Luciano ha sempre dato una fortissima carica alla prima canzone di ogni suo nuovo album. È una dichiarazione d’intenti: batteria e basso un passo avanti rispetto agli altri strumenti, in cui l’impronta di Nardelli è già forte.

“Ho bisogno di te che hai bisogno di me per cambiare il tuo mondo”.

Ancora noi”, invece, è un quadro della realtà vissuta da Luciano, che non ha mai abbandonato la sua realtà, il suo posto, la sua gente. Riesce a raccontarti il suo mondo come pochi, e sembra quasi farlo diventare tuo, senza dimenticare di guardare l’alba di quel mattino che è arrivato dopo un periodo di buio.

Luci d’America” è un inno alla speranza, al guardare al futuro in maniera positiva. Serve pane e fortuna, serve vino e coraggio, soprattutto ci vogliono buoni compagni di viaggio.

Intimità e amore, invece, sono le restanti due keywords di questa prima parte.

Il primo cambio di passo è quello di “Quello che mi fa la guerra”: arrangiamento in stile country, che regge un testo fortemente intimo, che parla di una guerra soprattutto interiore. E nel cuore del pezzo, rientra in scena Federico Poggipollini con un ottimo assolo.

Mai dire mai” è la canzone che chiude il lato A: una dichiarazione d’amore che nasce da Francoforte, brano strumentale ascoltato per la prima volta nella colonna sonora di Made in Italy, chiusa da un bellissimo assolo di capitan Fede.

START: IL SIDE B

ligabue nuovo album recensioneAltro girone, altro regalo, direbbe il Liga di 25 anni fa: si riparte con “Certe donne brillano”, una canzone dedicata a tutte le donne che, in un modo o nell’altro, hanno lasciato un segno nella nostra vita. Certe donne restano, altre dicono presente ma sono andare già da un po’.

Vita, morte e miracoli”, come spesso accade con la traccia numero 7 di un disco di Ligabue, è una delle canzoni più essenziali dell’album: tempo, speranza, ma soprattutto uno sguardo che si allarga grazie a quello della persona che si ama. Potrebbe sembrarvi la classica posizione in cui l’ascoltatore si sente libero di andare a prendere qualcosa da bere in frigo, ma in realtà è uno starter emotivo capace di tenerti incollato al disco.

La cattiva compagnia”, invece, è un ritorno al rock: alla batteria, sul finale col tempo raddoppiato, c’è Lenny Ligabue, figlio d’arte con una spiccata vocazione metal. Conflitti esteriori, ma soprattutto interiori: c’è chi se la porta dentro la cattiva compagnia.

Io in questo mondo” è un’altra canzone dal vestito più minimal, che porta le parole un filo avanti a tutto: è una canzone in cui si parte dal momento in cui la macchina arriva fino a quello in cui si accende lo spettacolo. È il tentativo di rispondere alla domanda “cosa si prova davanti a tutte quelle persone?”. È lo spettacolo che si chiude con uno spettacolo nello spettacolo, con Luciano che si trova a guardare i suoi fan dal palco.

Il tempo davanti” è il finale perfetto per l’album. Tutto nasce dall’aver ritrovato un vecchio filmato, che ti riporta indietro nel tempo. È l’istantanea di una vita: il padre convinto di piacere con dei baffi orrendi, la madre che gioca a far la Loren su un’altalena, Luciano che tira il pallone con i sandali. Si torna al passato, con il cuore e con la mente, con il tempo lì, davanti.

Già, il tempo. Mi accorgo che è il momento di alzare di nuovo la puntina, dato che è giunto al termine anche il side B.

Mentre mi alzo dal divano, la mia mente torna a “Per sempre” e “Non è tempo per noi”, ma anche a “Ho fatto in tempo ad avere un futuro” e “Nel tempo”: se c’è un artista capace di raccontare il suo tempo, il suo mondo, in un modo tale da farlo sembrare quanto più simile a quello che stai vivendo tu, questo è Ligabue.

E sì, ora non ci resta che incontrarlo in giro per lo Stivale. Con il tempo lì, davanti.

Corrado Parlati

Foto di Ray Tarantino

Corrado Parlati

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