Il lessico universale di Natalia Ginzburg

Il lessico universale di Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg

Intimo e universale, timido e risoluto, delicato e ironico: Lessico famigliare di Natalia Ginzburg (Einaudi editore, 1963) si presenta come un romanzo autobiografico in grado di svelare, a partire dalle vicende quotidiane della famiglia dell’autrice stessa, il legame molto spesso invisibile ma irrevocabilmente solido tra dimensione personale e storica, tra quella identitaria e linguistica.

‘’Questa difatti non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia. Devo aggiungere che, nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro.’’

Scenari e intrecci individuali e collettivi di “Lessico Famigliare”

Nella traversata delle diverse stagioni della sua vita la Ginzburg non si pone mai come soggetto isolato ma agisce e sviluppa la sua parabola esistenziale in una fitta rete di relazioni che, in prima istanza, la legano ai suoi famigliari e successivamente ad amici e altre personalità più o meno determinanti.

Questa idea trova la sua concretezza nelle mura da loro abitate, sono grandi e aperte ad un mondo che continua ad entrarvi.

‘’La casa di via Pastrengo era molto grande. C’erano dieci o dodici stanze, un cortile, un giardino e una veranda a vetri.’’

Per un occhio attento e informato rispetto la storia politica e culturale del ‘900 italiano non è difficile capire che quelli di cui si narra sono personaggi di non poco spessore.

Togliatti, Pavese, Anna Kuliscioff, Casorati e Giulio Einaudi sono solo alcuni dei numerosi uomini e donne che, come piccoli punti luminosi, compongono la costellazione della grande Storia italiana ma anche, o forse soprattutto, quella di Natalia.

‘’Era a piedi, andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio sembrava.’’

Scrive la Ginzburg parlando di un Adriano Olivetti. Lui non viene descritto come imprenditore e politico ma come un uomo tra tanti, come portatore dell’idea che prima di essere personaggi pubblici, lavoratori o studenti siamo persone. Come tali costituiti da vastità non riducibili a etichette o categorie ma più profondamente legati da un denominatore umano comune.

Io tramite voi

Le figure da lei presentate costituiscono le fonti che gettano e forniscono la luce necessaria a permettere alla scrittrice di costruirsi, vivere e brillare tra dimensione privata e pubblica, tra la figura di moglie e scrittrice, tra timidezza e coraggio.

L’io narrante è quasi reticente nel veicolare emozioni tramite le parole immediate della prosa. Sembra piuttosto che la Ginzburg preferisca vivere e mostrarsi in poesia, in una composizione accurata ma mai sofisticata di termini, sensazioni e pensieri.

Ciò che dalla sua esperienza emerge netto, limpido e diretto fino a noi è il rapporto di reciprocità che intercorre tra questi continui scambi di vita, tra questi fasci di luce che non sono mai fari puntati su un singolo protagonista al centro del palco, nemmeno su tanti e disparati pianeti in una troppo grande e dispersiva volta celeste. Quello della Ginzburg, delle persone a lei legate e il nostro è piuttosto un sistema che svela nel rapporto con altre fonti luminose la possibilità di guardare e costruire noi stessi.

È luce che genera luce. È la Ginzburg e lo siamo anche noi alla luce del tu, voi e ancora noi.

Lessico famigliare: patrimonio culturale di vita quotidiana

L’itinerario in cui l’opera si compie ha due linee direttrici che risiedono nella spiegazione di ciò che è lessico e di ciò che viene detto famigliare. Il primo è l’insieme dei lessemi quindi delle parole di una lingua che si stratifica e muta da un punto di vista storico e funzionale. Il secondo indica invece l’intimità di rapporti con persone, o la lunga consuetudine e pratica di cose.

‘’Noi siamo cinque fratelli […] Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi
fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati sono come i geroglifici egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo’’

La parola si fa qui strumento, veicolo e piccola scatola trasparente in grado di ospitare il valore dato da pratiche, sentimenti e situazioni condivise dalla famiglia di Natalia. Diventa il luogo in cui vengono catalizzati i flussi e gli intrecci della vita.

‘’Basta sbrodeghezzi’’

‘’Non fate potacci’’

Vanno oltre l’essere segmenti di parole sgrammaticate e dialettali. Alla loro base c’è la vita, il quotidiano e l’eccezionale di un nucleo famigliare che si determina nelle pratiche e nella consapevolezza di un’unità fondativa di amore. L’importanza, la solidità e l’autenticità che caratterizzano i Levi nascono dal fatto che il loro, oltre che essere ereditario, è un patrimonio costituito da esperienze e vite condivise: è un patrimonio culturale.

“Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo,
ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra.”

Quella presentata è una ricchezza umana fatta di posti aggiunti a tavola, di scarpe che entrano dalla porta, occhi e mani che si incontrano.

Come cambierebbe la narrazione se a raccontarla fosse una giovane degli anni Duemila? Come articolerebbe il suo lessico famigliare? In che rapporto stanno memoria e condivisione con l’odierna socialità mediata?

L’importanza delle parole, del patrimonio culturale linguistico di ogni uomo, è uno dei temi centrali di “Città di Vetro” di Paul Aster e “Le parole sono pietre” di Carlo Levi, a cui sono state dedicate due puntate di “Muse d’inchiostro“, la rubrica di approfondimento letterario di MentiSommerse.it.

Fascismo e lessico famigliare: la brutalità del male e il principio dell’amore

La cornice storica nella quale la Ginzburg si colloca è quella della nascita, affermazione e sviluppo della dittatura di Mussolini. La prospettiva dalla quale il quadro viene dipinto è quella di una famiglia ebrea.

”Il fascismo non aveva l’aria di finire presto. Anzi non aveva l’aria di finire mai. Erano stati uccisi, a Bagnole de l’Orne, i fratelli Rosselli. Torino, da anni, era piena di ebrei tedeschi, fuggiti dalla Germania. Erano dei senza patria. Forse, tra poco, saremmo stati anche noi dei senza patria, costretti a girare da un paese all’altro, da una questura all’altra, senza più lavoro né radici, né famiglia, né case.”

Nonostante la perdita di persone a loro care, l’antifascismo dei Levi non assume mai le sembianze di un’opposizione ideologica militante, che all’odio ne fa corrispondere altro. Il loro atteggiamento di resistenza costituisce piuttosto uno dei due poli dell’asse fascismo e antifascismo a loro volta  declinati in brutalità e amore.

All’avanzata dell’annientamento, della spersonalizzazione e quindi delle prerogative e conseguenze portate dai regimi totalitari si contrappongono il valore e la forza del lessico famigliare. Esso si svela come unità autentica e solida, ritrovata nel patrimonio umano che lega volti e che si esterna con parole.

”Era, il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano d’essere dei poeti, e tutti pensavano d’essere dei politici; tutti s’immaginavano che si potesse e si dovesse anzi far poesia di tutto, dopo tanti anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato e la realtà era stata guardata come di là da un vetro, in una vitrea, cristallina e muta immobilità.”

Libertà e individuo all’epoca dell’individualità socializzata

Riconoscere nell’altro e nel rapporto con esso l’unità fondante di noi stessi diventa un punto di arrivo e di partenza importante e non scontato. A maggior ragione se questo viene considerato negli anni in cui il processo di globalizzazione e affermazione individualistica camminano insieme. Il rischio è quello di perseguire imperterriti quelli che sono solo dei simulacri di libertà.

Andare soli per arrivare prima o andare insieme per arrivare con consapevolezza, amore e pienezza?

L’intento della Ginzburg non è quello di dare risposte, il compito di trovare una chiave viene rilanciato al lettore. Esso trova però nelle pagine di Lessico famigliare una realtà di vastissima pluralità relazionale e di profonda unità famigliare che mettono in guardia, o comunque fanno riflettere, negli anni dei selfie, delle monoporzioni e dei monolocali.

È necessario correre soli per essere liberi? A che punto il riconoscimento e il rispetto della propria identità diventa isolamento?

Natalia Ginzburg tra memoria e prospettiva

La possibilità di ricordare e sapersi inseriti e amati in un’unità famigliare vanno di pari passo con quella di svincolarsi e fronteggiare la cattiveria e arroganza di un potere basato su insicurezza, odio e paura.

In questa prospettiva la dimensione intima e quotidiana della famiglia dei Levi diventa il punto di partenza per aprire la strada alla riflessione storica sugli avvenimenti del ‘900 ma anche sul nostro tempo.

Il ”nostro latino ” è ciò che rimane e permette di resistere alla ”furia delle acque” alla ”corrosione del tempo”. Il punto mediano nel quale la Ginzburg si colloca permette di osservare in maniera limpida come passato e memoria si staglino da un lato e come futuro e prospettiva si confermino dall’altro. Il tentativo di tenere distinti e separati questi due aspetti con l’obiettivo di aggrapparsi al presente è il modo migliore per non abitarlo, per non riconoscerlo e per non riconoscersi in esso.

La consapevolezza nasce nel dialogo tra i due, nell’equilibrio che permette di non scivolare nel vuoto della nostalgia e allo stesso tempo di non intraprendere uno slancio inconcludente verso inconsistenti futuri ipotetici.

 

Sara Rainoldi

 

 

 

Sara Rainoldi

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