Leaving Neverland: la verità su Michael Jackson

Michael Jackson

Leaving Neverland è un documentario che ha destato scalpore, anche – o forse soprattutto – grazie alla discutibile verità del suo contenuto. Si tratta, in sintesi estrema, di 4 ore di accuse già smentite dalla giustizia, senza fonti esterne ai due protagonisti.

Per fare chiarezza sulla vicenda, abbiamo intervistato Vincenzo Compierchio, co-amministratore del fan club italiano “Michael Jackson FanSquare”.

Partiamo da “Leaving Neverland”: un documentario che ha fatto scalpore per il suo contenuto, ma in realtà le vicende narrate sono già state ampiamente smontate dalla giustizia. Come sono andati realmente i fatti legati ai protagonisti di “Leaving Neverland”?

“Leaving Neverland” è soltanto la punta dell’iceberg di una vicenda che si protrae da sette anni, tra pubblicazioni editoriali mancate e velleitarie rivendicazioni giudiziarie. Ma procediamo con ordine.

I due accusatori del documentario in questione, Wade Robson e James Safechuck, che oggi hanno rispettivamente 36 e 40 anni, frequentarono Michael Jackson tra la fine degli anni ’80 e la prima metà dei ’90. Quando, nel 1993, Jackson fu travolto per la prima volta da un’accusa di abuso su minore, entrambi ne presero strenuamente le difese, confermando a inquirenti e giornalisti che mai il cantante si era comportato in maniera inopportuna nei loro confronti.

La storia si ripete nel 2005, in occasione di quello che venne mediaticamente definito il “processo del secolo”.

Accusato nuovamente di molestie su minore, a salire sul banco dei testimoni in difesa di Jackson fu, tra gli altri, proprio Wade Robson, all’epoca ventiduenne. Quest’ultimo, che viveva in Australia con la sua famiglia, non aveva nessun obbligo legale o morale di salire sul primo aereo per Los Angeles e testimoniare a favore di MJ. Eppure è ciò che fece, dichiarando sotto giuramento di non essere mai stato molestato in alcun modo dalla pop star. Grazie anche alla testimonianza di Robson, Michael Jackson fu dichiarato innocente di tutti i capi d’imputazione a suo carico.

Trascorrono quattro anni e, com’è tristemente noto, il 25 Giugno 2009 Jackson morì a causa di un’overdose da farmaci, somministratigli dal suo medico personale Conrad Murray. Wade Robson, di professione coreografo, scrisse in omaggio al suo amico: «Michael Jackson ha cambiato il mondo e, più personalmente, la mia vita per sempre. È la ragione per cui ballo, il motivo per cui faccio musica, e uno dei motivi principali per cui credo nella pura bontà dell’umanità. È stato mio caro amico per 20 anni. La sua musica, i suoi movimenti, le sue parole personali di ispirazione e incoraggiamento e il suo amore incondizionato vivranno dentro di me per sempre. Mi mancherà immensamente, ma so che ora è in pace e incanta i cieli con una melodia e un moonwalk».

Nel 2011, si profila la possibilità che Robson diriga due nuovi spettacoli teatrali del celebre Cirque du Soleil, entrambi dedicati a Michael Jackson: il tour internazionale “Immortal” e lo show permanente a Las Vegas “The One”. Eppure Robson, la cui ambizione è minore soltanto alla sua inconcludenza, si svincolò senza preavviso dagli impegni presi. L’Estate di MJ, vale a dire la fondazione che gestisce il patrimonio del cantante, decise così di sostituirlo con un altro professionista. Una scelta mal digerita dal coreografo, che scrisse anche un’accorata lettera chiedendo di essere perdonato per il suo comportamento scorretto, e ammettendo di desiderare quel lavoro «a tutti i costi». Il suo tentativo, però, andò a vuoto, e sia “Immortal” che “The One” riscossero un successo clamoroso in tutto il mondo.

Nel 2012, Robson ebbe un esaurimento nervoso. Innescato, a suo dire, da un’ossessiva ricerca del successo. La sua carriera, secondo le sue stesse parole, iniziò a «sgretolarsi». Nello stesso anno, l’ormai ex coreografo cominciò a proporre a vari editori un libro in cui affermava di aver subito molestie sessuali da Michael Jackson. Ma nessuno di questi lo prese in considerazione.

Fallito il tentativo editoriale, nel 2013 Robson decise di giocarsi la carta giudiziaria, intentando una causa civile per le presunte molestie subite nei confronti dell’Estate di Michael Jackson e delle società di quest’ultimo, con richiesta di risarcimento pari a 1,5 miliardi di dollari. Con lui, James Safechuck, il quale affermò di essersi reso conto di poter essere stato abusato solo dopo la denuncia presentata da Robson. Durante tale causa, i due vennero scoperti durante un maldestro tentativo di inquinare o occultare prove importanti ai fini del procedimento giudiziario. Un episodio che ne minò presto la credibilità. Nel 2017, il tribunale respinse le loro rivendicazioni.

Persa la causa, Robson e Safechuck non si arresero e decisero di contattare un regista semi-sconosciuto di nome Dan Reed, che già in passato si era occupato del tema della pedofilia dirigendo il documentario “The Paedophile Hunter (2014). Nel giro di due anni, in assoluto segreto, il trio riuscì a trovare due finanziatori: l’emittente statunitense HBO e quella britannica Channel 4, che si garantirono l’esclusiva per il futuro, scabroso documentario.

E arriviamo così alla notte tra il 9 e il 10 Gennaio 2019, ora italiana. Quando, come un fulmine a ciel sereno, il prestigioso Sundance Film Festival, diretto da Robert Redford, annuncia all’ultimo momento la presentazione di un documentario di quattro ore nel quale due «trentenni» accusano Michael Jackson di aver abusato di loro dall’età di 7 anni fino alla prima adolescenza. Inizialmente, c’è un tentativo di tenere nascoste le identità dei due soggetti in questione, divulgate successivamente solo dopo che l’Estate di MJ, tramite un comunicato ufficiale, ne rivela nomi e cognomi. Da specificare come la stessa Estate, la famiglia di Jackson, i suoi amici, colleghi e fan, abbiano appreso dell’esistenza del documentario soltanto al momento del suo annuncio. Il tutto era stato fatto in gran segreto.

Come prevedibile, la notizia fa il giro del mondo e i media cominciano a speculare su una vicenda che, a ben guardare, faceva già intravedere le sue prime contraddizioni. La situazione precipita dal 25 Gennaio 2019, giorno della proiezione del documentario al Sundance. Accolto con un’ovazione dal pubblico in sala, “Leaving Neverland” viene osannato dalla maggior parte della stampa e considerato la prova definitiva della colpevolezza di Michael Jackson.

Un tritacarne mediatico che, vuoi per ignoranza o per malafede, è stato messo in moto senza prima porsi delle domande fondamentali per comprendere davvero il tipo di prodotto che ci ritroviamo di fronte. Ad esempio:

Se Robson e Safechuck ritengono di essere stati abusati, perché nel 1993 e nel 2005 difesero Michael Jackson dalle accuse di pedofilia, anche sotto giuramento? E perché Robson, dopo la morte di Jackson, espresse parole al miele nei confronti del suo abusatore?

Perché Robson si ricordò di aver subito abusi da Jackson solo dopo che l’Estate del cantante si rifiutò di concedergli il ruolo di direttore artistico negli spettacoli del Cirque du Soleil?

E perché Safechuck si è ricordato di essere stato abusato solo dopo le rivendicazioni miliardarie di Robson nei confronti dell’Estate di Michael Jackson?

Perché Robson e Safechuck cercarono di occultare le prove durante la causa civile del 2013?

Perché il regista Dan Reed, in quattro ore di documentario, si è limitato ad intervistare Robson, Safechuck e le loro famiglie, evitando di contattare chiunque potesse in qualche modo fornire un contraddittorio alla storia che stavano per raccontare?

Perché altre persone che frequentarono MJ da bambini, da Aaron Carter a Brett Barnes, da Emmanuel Lewis a Macaulay Culkin, da Talun Zeitoun ad Alfonso Ribeiro, dai suoi figli ai suoi nipoti, continuano a difendere pubblicamente Michael Jackson dalle accuse di “Leaving Neverland”?

Potrei parlare delle mie impressioni su questo documentario, che mio malgrado ho visto, ma mi dilungherei troppo e mi scuso se l’ho già fatto. Ho creduto fosse importante chiarire, una volta per tutte, quei fatti oggettivi e incontestabili che la stragrande maggioranza dei media non vuole o non sa esporre.

Termino ringraziando tutti gli iscritti e lo staff del Fan Club italiano che co-amministro, il “Michael Jackson FanSquare”, per il gran lavoro di ricerca e di diffusione della verità attuato in questi ultimi due mesi.

Le prime accuse sono arrivate nel 1993, da parte della famiglia di Evan Chandler. Poco tempo dopo, però, sono emerse le prove della cospirazione a scopo estorsivo contro Michael Jackson. La questione, mediaticamente parlando, non è mai stata chiarita a dovere. Facciamo chiarezza su ciò che è realmente accaduto?

Partiamo dal principio. Michael Jackson conobbe la famiglia Schwartz/Chandler per puro caso. Era il Maggio del 1992, e il cantante stava guidando da solo sulla Wilshire Boulevard, a Los Angeles. Improvvisamente, l’auto lo lasciò in panne e fu costretto a chiedere aiuto presso un’impresa di autonoleggio nelle vicinanze. Lì venne accolto da un uomo di nome David Schwartz, patrigno di Jordan Chandler e marito di June. Quest’ultima aveva concepito Jordan con l’ex marito Evan Chandler, colui che denuncerà Jackson di abusi nei confronti di suo figlio.
Da quel momento, tra Jackson e gli Schwartz nacque una bella amicizia. David, June e Jordan trascorsero del tempo nella residenza del cantante, il celebre Neverland Ranch, e Michael fece lo stesso nella casa della famiglia Schwartz.

Dodici mesi dopo, nel Maggio del ‘93, il cantante ebbe anche l’opportunità di conoscere il padre biologico di Jordan, Evan Chandler. Tra i due si instaurò un rapporto civile; fino a quando Jackson non decise, per ragioni imprecisate, di interrompere con l’uomo ogni comunicazione, pur rimanendo in ottimi rapporti con gli Schwartz. Da quel momento Evan, che evidentemente da quel rapporto sperava di poter ricavare vantaggi professionali e finanziari, decise di ricattare Jackson nel peggiore dei modi possibili: «Consegnami 20 milioni di dollari o verrai accusato di molestare mio figlio».

In alcune conversazioni telefoniche segretamente registrate, di cui almeno una tuttora reperibile sul web, si può ascoltare Evan Chandler mentre dice a David Schwartz testuali parole: «Avevo un buon dialogo con Michael, eravamo amici. Mi piaceva e lo rispettavo. Non c’era motivo per smettere di chiamarmi». Riferendosi poi al suo piano estorsivo: «Se riesco a farlo, vincerò alla grande. Otterrò tutto ciò che voglio e loro saranno distrutti per sempre. June perderà [la custodia di Jordan] e la carriera di Michael sarà finita». E ancora: «Questo avvocato che ho trovato… Questo tizio li distruggerà tutti nel modo più subdolo, cattivo, crudele possibile. E io gli ho dato la piena autorità per farlo. Ho scelto il peggiore figlio di cagna in circolazione, e tutto ciò che vuole è divulgare [questa storia] al pubblico il più velocemente possibile, e umiliare quante più persone possibili. È cattivo, è crudele, è molto intelligente e ha fame di pubblicità». Quando a Evan Chandler viene chiesto, durante le conversazioni telefoniche, se pensasse che tutta questa storia avrebbe potuto sortire un effetto negativo su suo figlio, risponde: «Questo è irrilevante per me. Sarà un massacro se non otterrò ciò che voglio».

Nonostante tutto, Jackson si rifiutò di cedere al ricatto e non sborsò un solo centesimo. Da lì a poco, proprio come Chandler aveva preventivato, i media di tutto il mondo cominciarono a diffondere la voce di una denuncia di abuso su minore nei confronti di Michael Jackson. Per mesi il cantante insistette per ottenere un equo processo e dimostrare la sua innocenza, ma alla fine i suoi avvocati e manager lo convinsero che, per il bene della sua carriera, la mossa migliore sarebbe stata quella di sottoscrivere un accordo extragiudiziale con Chandler. Non è mai stata resa nota la cifra esatta di quell’accordo, ma si presume ammontasse a 20 milioni di dollari, esattamente i soldi che Chandler aveva chiesto per evitare di esporre la denuncia.

Da quel momento, l’FBI indagò segretamente su Michael Jackson per oltre dieci anni, non trovando assolutamente alcuna prova che potesse dimostrarne la colpevolezza. Lo stesso Jordan Chandler, quando l’investigatore privato di Jackson gli chiese a bruciapelo se avesse mai subito molestie dal cantante, rispose di «no» e aggiunse che l’obiettivo di suo padre fosse solo quello di ottenere denaro. Cosa che, purtroppo, avvenne.

Dopo la morte di Jackson, venne diffusa la voce di una confessione da parte di Jordan Chandler, il quale avrebbe ammesso di essere stato costretto dal padre a denunciare il cantante, e che quest’ultimo non lo avesse mai toccato con un dito. Se sulla veridicità di questa dichiarazione ho i miei dubbi, non ne ho sul fatto che la vita, molto spesso, ti restituisce ciò che dai. Nel Novembre del 2009, a soli cinque mesi dal decesso di Michael, il sessantacinquenne Evan Chandler fu trovato morto suicida nel suo appartamento, con una pistola in mano e una pallottola infilata nella parte laterale del cranio.

Ciclicamente, dalla prima accusa in poi, emergono notizie di presunti album pedopornografici, poi divenuti hard disk e dvd, detenuti dal cantante. Materiale talmente segreto da… non esserci alcuna prova della sua esistenza. Perché, secondo te, notizie che attestano il falso trovano così tanto spazio?

Perché i media danno in pasto alle persone ciò di cui vogliono cibarsi. La maggior parte della gente è attratta dal macabro, dal morboso, dalla perversione, dalla ricerca di un colpevole su cui scaricare il senso di colpa per i propri lati più oscuri, illudendosi di ripulirsi così la coscienza. Se poi il colpevole in questione è un personaggio troppo grande da sopportare per chi fa della mediocrità uno stile di vita, allora vederlo crollare diventa un esercizio liberatorio e catartico. I media non sono cattivi di per sé, seguono degli input ben precisi. Le belle notizie non fanno notizia.

Arriviamo al 2005: Michael Jackson viene assolto per ognuno dei capi d’accusa, eppure i media hanno assunto, anche in quell’occasione, un atteggiamento di parte, influenzano negativamente l’opinione pubblica. Proviamo a fare chiarezza anche su quanto accaduto in questa occasione? È giusta, secondo te, la teoria di un complotto diretto contro Jackson?

Più che al complotto, credo a ciò che ho detto poc’anzi: anche nel 2005, i media raccontarono alle persone la storia che volevano ascoltare. E quale bersaglio migliore della pop star più nota sul pianeta Terra? Di un uomo ricco, talentuoso, di successo, strambo al punto giusto e per giunta nero?
Tra i fan gira una teoria secondo la quale quel processo, e non solo, fu scatenato da una multinazionale, nello specifico la Sony Music, interessata a rovinare economicamente Jackson e costringerlo così a venderle l‘altra metà del prestigioso catalogo Sony/ATV, di proprietà al cinquanta per cento di Michael e della stessa Sony. Si tratta di formulazioni complottistiche a cui tendo a non credere, anche se ovviamente non le escludo a priori. Sono tante le cose che non sappiamo o che crediamo di sapere.
In quanto al processo in sé, si trattò – come disse l’avvocato di Jackson, Thomas Mesereau – di una vera e propria «parodia della giustizia». Prove false fabbricate ad arte, testimoni dell’accusa usciti dal tribunale in manette per falsa testimonianza o corruzione, un circo mediatico vergognoso e giustizialista guidato da meri interessi economici. Il tutto organizzato da quel procuratore distrettuale, Tom Sneddon, che da dodici anni non aspettava altro che sbattere Jackson dietro le sbarre e dare così una svolta alla propria carriera, come non era riuscito a fare nel ’93.
Alla fine, Michael Jackson fu dichiarato non colpevole di tutti i quattordici capi d’imputazione a suo carico. Ma, di fatto, quel processo lo uccise ben prima che il suo cuore smettesse per sempre di battere.

Fin dall’infanzia, Michael Jackson è stato abituato a vivere sotto lo sguardo di decine di milioni di persone. Quanto ha influito questo sul suo carattere e sulle sue relazioni con i bambini?

Credo che nessuno meglio di Michael stesso possa rispondere a questa domanda. Durante i Grammy Awards del 1993, introdotto sul palco dalla sorella Janet per la consegna del Legend Award, Jackson affermò: «Non leggo tutte le cose che vengono scritte su di me. Non ero consapevole del fatto che il mondo pensasse che io fossi così strano e bizzarro. Ma quando cresci, come ho fatto io, di fronte a 100 milioni di persone, fin dall’età di 5 anni, sei automaticamente diverso. La mia infanzia mi è stata completamente portata via. Non c’era il Natale, non c’erano i compleanni. Non c’era un’infanzia normale, nessuna gioia tipica della fanciullezza. Tutto questo fu sostituito dal duro lavoro, dai sacrifici e dalla sofferenza. Un potenziale materiale per il successo professionale, ma al terribile prezzo che io non potrò mai ricreare quella parte della mia vita».
Serve aggiungere altro?

Le leggende metropolitane riguardanti lo sbiancamento e la camera iperbarica, le ossa di Elephant Man, giusto per citare alcuni “scoop” antecedenti: è inevitabile sottolineare che, comunque, da parte di Jackson ci sia stata una scelta non proprio eccellente delle persone di cui circondarsi. Cosa vuoi dirci a riguardo?

Sì, alcune delle voci che circolarono su Jackson nella seconda metà degli anni ’80 furono conseguenza di una strategia di marketing pianificata dal cantante con il suo manager Frank DiLeo. In particolare, come rivelato dalla biografia “The Magic, the Madness, the Whole Story” di J. Randy Taraborrelli (approvata ufficiosamente dallo stesso MJ), le storie della camera iperbarica e delle ossa di Elephant Man furono date in pasto ai giornalisti apposta per mantenere alta l’asticella dell’attenzione sulla pop star, che in quel periodo stava per pubblicare il suo nuovo album “Bad”, l’erede del leggendario “Thriller”. Solo che poi la stampa scoprì l’inganno e il giochino si ruppe, facendogli pagare un conto ben più salato del dovuto.

In quanto alla Vitiligine, vale a dire la causa della progressiva depigmentazione della pelle di MJ, c’è chi sostiene che Jackson, dopo un ovvio periodo di metabolizzazione della malattia, abbia deciso di sfruttarla a suo vantaggio in modo da creare intorno a sé un alone di mistero, e dunque un chiacchiericcio continuo potenzialmente utile ai fini commerciali. Non a caso – dicono i sostenitori di questa teoria – Michael apparve sulla copertina dell’album “Bad” ben più bianco di quanto fosse in realtà a quel tempo.

Ovviamente si tratta di una pura ipotesi non dimostrabile. Ciò che è certo è che Michael non sbiancò mai la sua pelle, ma soffrì di un disturbo di cui al tempo si sapeva poco o nulla, e che anche grazie a lui è oggi ampiamente sdoganato e conosciuto. Basti pensare a Winnie Harlow, la modella canadese malata di Vitiligine che mostra orgogliosa la sua straordinaria bellezza, di cui le macchie non possono che rappresentare un trascurabile ornamento. La domanda è: Winnie avrebbe mai potuto fare la modella negli anni ’80? Temo di no, e questo spiega un po’ di cose anche su Michael Jackson.

A Vincenzo Compierchio va un sentito ringraziamento da parte della redazione di MentiSommerse.it

Intervista a cura di Corrado Parlati

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