creature di sabbia

“Creature di sabbia” è un libro di cui non riusciamo a cogliere appieno nè il soggetto narrante nè l’oggetto narrato può essere considerato un bel libro? Uno in cui ci si sente dopo pochi paragrafi dispersi, un po’ per il fatto che non se ne comprendono i confini, un po’ per il mistero che avvolge i luoghi narrati. Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun è un canto proveniente da Oriente, un intrecciarsi di voci mai cacofonico eppure, talvolta, disturbante, ipnotico. Volersi perdere è una prerogativa necessaria alla lettura, così come il non saper cosa cercare. L’accettazione dell’assenza di un senso, inteso letteralmente come direzione, l’assenza in definitiva di una fine, è il risultato finale, necessario per voltare l’ultima pagina.

Non è forse arroganza scrivere? E allora questa arroganza io la pratico, ben consapevole dei suoi rischi. Quali rischi? Voler attraversare la vita con un’orda di parole. E le parole sono pericolose. (Tahar Ben Jelloun)

Creature di sabbia: la solitudine del deserto

Il richiamo del titolo alla sabbia ha una dimensione tanto semantica, di contenuto, quanto formale. Partendo dalla prima, mi sembra inevitabile raccontarvi di quello che inizialmente sembra essere il protagonista del libro. Amhed. Amhed che non è donna e non è uomo: ottavo figlio di otto figlie femmine, questa bambina viene costretta fin dalla nascita a vestire panni non suoi, ma del figlio maschio mai nato, destinato a restituire onore e rispettabilità alla famiglia. Da qui il nome Amhed e la sua educazione, le giornate alla moschea con il padre, il divieto dopo una certa età di accompagnare la madre nei bagni pubblici femminili, il carattere autoritario che lo allontana dalle sette sorelle e la conseguente, straziante solitudine. Amhed, vittima di una realtà possibile ma non realizzatasi, deve lottare contro qualcosa il cui nome fatica a formare, sulle labbra tanto quanto nel pensiero: il desiderio.

La sua stessa identità – schiacciata come i suoi seni dalle bende di cotone, modificata come la sua voce resa scura e profonda, coltivata come la barba che non gli appartiene – resta confusa ma accettabile fino al momento dell’evidenza. Una macchia di sangue sul lenzuolo, sangue che scorre tra le cosce, un accadimento visto come impurità, perchè visto con gli occhi dell’uomo in cui è stato trasformato, eppure vissuto nel corpo di una donna. E paradossalmente quando la sua identità si fa chiara, – Amhed è donna e nessuna imposizione può cambiare la realtà biologica – la sua mente si fa più confusa e oscura.

Questo personaggio orientale, la cui voce ci introduce in una società, quella del Marocco in cui lo scrittore Ben Jelloun è nato e cresciuto, diviene vittima di un complesso freudiano. Il moto di oscurità che inghiotte la sua psiche non è altro infatti che un frutto dei suoi desideri repressi, mai indirizzati verso qualcuno all’infuori di sè, perchè mai compresi.

Cammino per spogliarmi, per lavarmi, per sbarazzarmi di una questione che mi ossessione e di cui non parlo mai: il desiderio. Io sono stanco di portare nel mio corpo le sue insinuazioni senza poterle respingere né fare mie. Resterò profondamente sconsolato, con una faccia che non è la mia e un desiderio che non posso nominare.

Scrive così Amhed nel suo diario, attraverso le cui annotazioni siamo trasportati, guidati dalla voce di un cantastorie che ne stringe le pagine tra le mani. Come nel deserto si vaga in cerca di acqua, senza sapere dove essa si trovi, senza sapere ormai più che sapore abbia, scavando nella sabbia calda che non può offrirla, così Amhed cerca invano in sé quell’appagamento che può provenire solo dall’altro. Un appagamento che non ha sesso, non ha nome, ma richiede la completa accettazione e conoscenza di sè, qualcosa che non potrà mai nascere dalla solitudine.

 

Parole come grani di sabbia

Ho detto che la sabbia non è solo ciò che compone questa creatura, ma anche la sua storia. Cosa succede quando la stringete tra le mani? Riuscite a impedire che i grani scorrano via, tornino a terra o si disperdano nel vento?

No, non potete e non dovete, non è così che devono andare le cose. E’ un’idea che questo scrittore aveva molto chiara, quando ha concertato quest’opera polifonica che sfugge da ogni angolo di pagina, guizza via e si disperde. Se i lettori avranno già affrontato qualche altra opera di Ben Jelloun, sapranno come la sua ricerca stilistica sia da sempre indirizzata alla resa di un realismo magico, di un’alchimia lirica e straniante tra la parola e la realtà. Un’alchimia per la quale la realtà si sfilaccia, le parole vengono scardinate dal loro significato originario e letterale e si perdono in quel mare magnum che è la storia di un personaggio e di tutti quelli che la raccontano. Così è anche in quest’opera, sebbene si possa affermare che qui il tessuto narrativo, certamente passato di narratore in narratore, come una staffetta, non ne resta mai soffocato.

E’ evidente tuttavia l’intento di Ben Jelloun di compiere una ricerca stilistica e linguistica che ha per obiettivo la spettacolarità e certi toni favolistici che ci rimandano alle grandi fiabe orientali de Le mille e una notte. 

E poi tutto si è fermato, tutto si è paralizzato: l’istante è diventato una stanza, la stanza è diventata una giornata di sole, il tempo una vecchia carcassa dimenticata in questa scatola di cartone, dentro questo scatolone ci sono delle vecchie scarpe spaiate; una manciata di chiodi nuovi, una macchina da cucire Singer che funziona da sola, un guanto da aviatore portato via a un cadavere, un ragno ancorato al fondo della cassa, una lama di rasoio Minora, un occhio di vetro,  e poi l’inevitabile specchio in cattivo stato e che si è sbarazzato di tutte le sue immagini, del resto tutti questi oggetti nella scatola non sono che frutto della sua immaginazione, da quando è diventato opaco, da quando è diventato un semplice pezzo di vetro, oggetti non ne tira fuori più, un’assenza prolungata lo ha svuotato.

Ogni parola, come un grano di sabbia, si incastra tra le altre per costruire il deserto di questa solitudine narrata, ma mai troppo fissamente, sempre pronta a scivolare via, verso nuove dune. E’ sogno o è delirio? Questi oggetti quotidiani vengono deformati da uno sguardo allucinato, trasformati in oggetti magici, oscuri, non di questo mondo. Il linguaggio in passi come questo e in altri ancora più ipnotici è  saccheggiato, con un atto terroristico volto a sviscerarlo per svelarne la realtà retrostante. Per impedire i suoi inganni. La ricerca è indirizzata a un linguaggio sauvage marginal, come sostiene Abdelkédir Khatibi. Ma in questo rifiuto delle origini del linguaggio (ndr. Ben Jelloun scrive in lingua francese) si cela una protesta verso quella cultura francese che si è innestata in Africa, sui germogli di un’altra civiltà.

Un paese che non fa per le donne

Amhed è tormentato in quanto donna, non in quanto essere privo di identità. I suoi problemi non sarebbero mai neppure sorti se avesse visto la luce in un paese diverso, in cui l’essere donna non sia visto come una menomazione, fisica e interiore.

Nascere ragazze è una calamità, una brutta cosa che si molla lì senza pensarci troppo sul cammino che percorre la morte sul finire del giorno… Oh! non vi dico niente di nuovo, è una storia vecchia…, più vecchia dell’Islam… Le mie parole non hanno molto peso… Non sono che una donna, non ho più lacrime. Mi è stato presto insegnato che una donna che piange è una donna finita…Ho stabilito di non essere mai quella donna che piange.

D’altra parte non è solo la natura femminile di Amhed a essere maledetta in questa storia, ma quella di tutte le donne che indossano o meno la sua maschera, che ne narrano la vita. E insieme a loro anche tutti gli uomini che le compiangono, che le rispettano e le amano. Il Marocco è ritratto come un luogo dove è la violenza ad avere la meglio, sopra la genuinità dei rapporti e sopra la credibilità del proprio sè. Amhed non ha successo come uomo, perchè non riesce a coltivare in sè quella violena che da lui ci si aspetta, in quanto uomo. Ma Amhed non riesce neppure ad avere successo come essere umano, per il semplice fatto di essere nato donna.

Non mancano, è evidente, gli uomini che odiano, opprimono e cercano di cambiare per sempre le donne. I carnefici di se stessi, che rifiutano l’idea di essere nati da donne e di essere dunque, in parte e per sempre, un po’ donne anche loro. Non mancano, ma questo è più difficile da comprendere, le donne che odiano le donne, per il semplice fatto di essere donne a loro volta. Odiano le altre come un riflesso della propria dannazione e ne tormentano l’esistenza, nella speranza forse di sentirsi più uomini.

E’ un meccanismo questo che svela, senza mai spiegare, ma sempre narrando e alludendo, il sostrato di una civiltà primitiva, ma proprio per questo ingiustificata nel suo perpetuare la distruzione di se stessa, così come la sopportazione di uno stato di cose che sembra destinato a non mutare mai.

La violenza del mio paese è anche in questi occhi chiusi, in questi sguardi distolti, in questi silenzi fatti più di rassegnazione che di insofferenza.

e ancora

Il paese non è cambiato, o piuttosto vedo che lo stato delle cose si è aggiornato. E’ curioso! La gente passa la vita a incassare i colpi; la si umilia quotidianamente; non protestano mai e poi un giorno escono per le strade e spaccano tutto. L’esercito interviene e spara sulla folla per ristabilire l’ordine. Silenzio, e la testa sottto il braccio. Si scava una grande fossa e vi si gettano i corpi. Questo sta diventando cronico.

e ancora

Sappia, amico mio, che la famiglia, nei modi in cui è vissuta nei nostri paesi, con il padre onnipotente e le donne relegati ai ruoli domestici, con una piccola porzione di autorità che il maschio le lascia, la famiglia io la ripudio, l’avvolgo nella nebbia e non la riconosco.

Era il 1985 quando Tahar Ben Jelloun ha scritto questi giudizi affilati della propria società, con amarezza ci rendiamo conto ancora oggi del fatto che essi non siano andati scomparendo, ma anzi rafforzandosi. E che non sono tanto distanti da noi, a volte anche solo oltre la finestra della casa davanti alla nostra.

Perchè leggere questo “Creature di sabbia” di Tahar Ben Jelloun?

Le storie che si raccontano sono come luoghi. Sono abitate da quelli cui sono appartenute in tempi lontani, non necessariamente quello che uno può chiamare gli spiriti. Una storia è come una casa, una vecchia casa, con dei livelli diversi, dei piani, delle camere, dei corridoi, delle porte e finestre, delle soffitte, delle cantine o delle grotte, degli spazi inutili. I muri ne sono la memoria. Raschiate un poco una pietra, tendete l’orecchio e sentirete certamente delle cose! Il tempo raccoglie ciò che porta il giorno e ciò che la notte sparge. Custodisce e trattiene. Il testimone è la pietra. Lo stato della pietra. Ogni pietra è una pagina scritta, letta e cancellata. Tutto si attacca ai granelli di terra. Una storia. Una casa. Un libro. Un deserto. Un vagabondaggio. Il pentimento e il perdono. Sapevate che perdonare è nascondere?

 

C’è una cosa che non vi ho raccontato di quest’opera, perchè a mia volta ancora non capisco se abbia un valore superiore o pari o inferiore ai contenuti e alle forti tematiche trattate nel libro. Questo libro infatti è un testo-canto, che risente fortemente di quella tradizione orale africana, la quale per certo Ben Jelloun ha toccato con mano durante la sua esistenza. E’ un poema epico, più che un romanzo, costruito per “canti”, narrati da un cantastorie che legge dal diario del protagonista, ritrovato dopo la sua morte. O perlomeno così siamo portati a credere.

In questa prima sezione allora la storia è ordinata in 7 parti, ognuna per le 7 sante porte della città: per comprenderla bisogna entrare e uscire dalle mura, farsi piccoli, sottili e poi grandi, immensi. Bisogna cambiare, insieme al personaggio, quasi attribuendogli uno status ontologico pari al nostro. Questo cantastoria si vanta di essere l’unico narratore autorizzato, in quanto l’unico a possedre le chiavi di volta di questa storia, il documento sul quale essa è stata incisa.

Ma scoprirete presto che quel testo è un falso, una metafora del luogo simbolico della scrittura, che sempre interpreta la realtà e cala in essa buona parte del soggetto narrante, modificando così l’aspetto del reale. Da questo momento i lettori vengono catapultati in una quête quasi inenarrabile: una sfilza di narratori, nei quali Amhed si rispecchia, duplica e sfaccetta. E poi epiloghi alternativi, buffi, drammatici, paradossali. Nessuno meno credibile del successivo, tutti convincenti alla stessa maniera. Chi è Amhed? Da chi è narrata la verità? Chi mente? Chi ha il diritto di raccontare questa storia? Sono tutte domande alle quali siamo chiamati a rispondere, prima di concludere la lettura.

Il lettore, disperso in questa tempesta di sabbia, cercherà di vedere attraverso i grani impazziti, cercherà un orizzonte marcato da raggiungere. Ci arriverà? E’ il vostro viaggio, il mio, ahimè, si è concluso voltando l’ultima pagina. Tocca a voi, quale orizzonte scoprirete, oltre le dune?

N.B. Ricordatevi che la solitudine è la vostra miglior compagna e la vostra peggiore nemica, dosatela, costruitevela, ma non fatene una prigione dorata. Il mondo è fuori, il libro è solo la guida.

Strana situazione! Si sarebbe detto che io fossi in un libro, che fossi uno di quei personaggi che appaiono nel bel mezzo di un racconto per inquietare il lettore; forse ero un libro in mezzo alle migliaia di libri serrati gli uni contro gli altri in quella biblioteca dove andavo a lavorare non molto tempo fa. E poi un libro, almeno come lo concepisco io, è un labirinto fatto apposta per confondere gli uomini, con l’intenzione di farli smarrire e ricondurli alle anguste dimensioni delle loro ambizioni.

Cliccate qui se volete leggere le parole dell’autore sul tema immigrazione in Italia e in particolare a Napoli, e qui per le sue parole a proposito del suo besteseller più conosciuto e della sua ultima uscita: “Il razzismo spiegato a mia figlia” (1998) e “Il terrorismo spiegato ai nostri figli” (2016).

Altre letture sul ‘900

Il ‘900 è stato il secolo che ha accolto la crisi delle conoscenze e delle certezze nelle loro più svariate sfaccettature. Anche la letteratura e gli scrittori ne hanno risentito e si sono così spinti verso nuovi lidi, fino ad allora inesplorati, spingendo le possibilità della scrittura fino a superare limiti che prima si pensavano invalicabili.

Su Muse d’Inchiostro ci siamo confrontati con queste sfide a suon di romanzi di Italo Calvino, sia in “Se una notte d’inverno fossimo noi i viaggiatori?” sia in “Il castello dei destini incrociati“, senza dimenticare Sandor Marai e il suo “Le Braci” e l’eterna vergine scrittura di Kenzaburo Oe.

Martina Toppi