‘Sgomberiamo’, sì: pure la ‘ndrangheta

‘Sgomberiamo’, sì: pure la ‘ndrangheta

A San Ferdinando, nella provincia di Reggio Calabria, un migrante è morto. Bruciato. Avvolto dalle fiamme. Urlando nell’unica lingua possibile il suo dolore. Che su quel punto lì, quando gli occhi si chiudono e il passato è un macigno, le differenze si azzerano e l’umanità cresce a dismisura. Al Ba Moussa aveva 29 anni, era senegalese. In paese lo chiamavano tutti ‘Aldo’, scherzando e ridendo di un destino ancora tutto da tracciare, ancora tutto da capire. Nel 2015 aveva ottenuto la concessione della protezione umanitaria dalla commissione territoriale di Trapani. Aveva un permesso di soggiorno, Moussa. O Aldo. L’aveva ottenuto per motivi umanitari: poi nel 2018, a marzo, mancava una documentazione e non gliel’hanno rinnovato. Prima l’arresto dal commissariato di Gioia Tauro, nella notte di Capodanno. Poi la nuova vita nelle baracche, dopo due settimane di carcere per spaccio di hashish.

Era una premessa doverosa. Questo perché, nonostante sia un angolo di punti di vista, chi vi scrive è super partes e non ha intenzione di prendere posizioni. Ha solo una gran voglia di capire. Partendo da un po’ di domande: perché nessuno ha mai parlato del ghetto di San Ferdinando, a due passi da tutto quello che è e che è stato Gioia Tauro? C’è una campagna sterminata in cui i migranti si riversano per la stagione delle arance, schiavizzati e sottopagati per ore al cospetto del sole e di un padrone senza scrupoli. Non è mai stato un segreto, no. Non lo è neanche la complicità della Ndrangheta.

Giacigli di fortuna, legname, plastica. Le baracche sono fatte delle speranze buttate nel mare di un realismo che fa tremare i polsi. E alle istituzioni, il grido di dolore viene replicato con altrettanta foga. “Sgomberiamo”, fa Salvini. Beccandosi quattro, otto, sedici, trentadue, sessantaquattro applausi.

Moussa, o Aldo, aveva 29 anni. Nella notte in cui veniva arrestato, nella stessa baraccopoli scoppiò un altro incendio. Non c’erano state vittime. Non come il mese precedente, quando Suruwa Jaithe, che in Italia voleva semplicemente studiare, perdeva la vita a 18 anni. Non come un anno prima, quando Becky Moses, 22 anni, moriva bruciata nella baracca in cui dormiva. Non so quale sia la soluzione. So solo che non c’è proprio nulla di giusto in tutto questo.

Cristiano Corbo

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