1970: la rivoluzione cupa e nichilista dei Black Sabbath

1970: la rivoluzione cupa e nichilista dei Black Sabbath

Duke Ellington un giorno disse che non esistono generi musicali: esiste la buona musica, e la cattiva musica. Ognuno è dunque libero di ascrivere ad una delle suddette categorie sia la musica pop italiana che tutto il filone del Doom/Dark/Gothic Metal: sui gusti non c’è discussione, ma sarebbe difficile pensare che i due “generi” (Duke, abbi pietà di noi) possano avere qualcosa in comune. Eppure la musica pop di cui sopra trova il suo culmine nel Festival di Sanremo, ed anche il Doom (e derivati) ha qualcosa a che fare con la cittadina ligure.

Mario Bava fu un maestro del cinema horror italiano, autore di molti cult-movie che ebbero vasta diffusione anche all’estero. Pochi anni dopo, quattro 20enni di Birmingham stavano provando a mettere su una band. Il primo nome che adottarono fu “Polka Tulk Blues Band”, il secondo fu “Earth”, già usato però da un altro gruppo. Uno dei quattro, appassionato di cinema e letteratura horror, pensò di utilizzare il titolo di un film per dare il nome al gruppo. La scelta cadde sulla pellicola di Mario Bava, I tre volti della paura del 1963. La traduzione inglese del titolo del film era Black Sabbath: Mario Bava, invece, era nato proprio a Sanremo.

Se la gente spendeva i suoi soldi per queste schifezze ed era disposta a rimanere per ore in fila, il gruppo poteva avere un nome terrificante e fare un sacco di soldi”. Lo avrebbe detto Geezer Butler ricordando la ressa all’ingresso dei cinema di Birmingham. Il 13 febbraio 1970 il mondo iniziò a fare i conti con il primo album omonimo dei Black Sabbath. L’epoca dei figli dei fiori e del peace&love tramontava lasciando spazio al nichilismo eretico, alle campane a morto, ai riff lugubri ed alla voce invasata, dilaniata e drammatica di Ozzy Osbourne.

Le leggi dell’Heavy Metal sarebbero state codificate anni dopo dai Metallica, ma il quartetto di Birmingham ne aveva già definito i contorni testuali e ideali, dando origine al filone del Doom. Un nuovo linguaggio si faceva strada, sia attraverso l’estetica pessimista e la simbologia oscura, che con il netto taglio rispetto alle radici blues e folk.

La musica dei Black Sabbath era qualcosa di mai ascoltato prima. Sonorità pesanti e cupe, riferimenti al demonio ed all’occulto (senza necessità di ascoltare il disco al contrario, come leggenda vuole). Nelle title-track il chitarrista Tony Iommi utilizza la triade del diavolo, ossia un giro fondato sull’intervallo di tre toni (nel tal caso Sol-REb-Re). Nel Medioevo era definito “diabulus in musica”. Il tritono è anche la metà esatta di una ottava. Quindi, ripetendoli ciclicamente, l’orecchio umano non può capire se l’intervallo sia ascendente o discendente. Un paradosso musicale, dunque: non per il Diavolo, evidentemente.

Quando uscì il disco, la stroncatura fatta da Lester Bangs su Rolling Stone fu praticamente immediata. «Nonostante dei titoli tenebrosi e qualche testo vuoto che ricorda un omaggio malfatto dei Vanilla Fudge ad Aleister Crowley, l’album non ha nulla a che vedere con lo spiritismo, l’occulto e qualsiasi altra cosa, eccetto delle legnose litanie dei cliché dei Cream». Anni dopo, Ozzy avrebbe detto a proposito di quella dichiarazione: «Non riuscii a capirla, perché ritenevo che i Cream fossero una delle migliori band al mondo… Ho sentito molta gente sostenere che fosse un genio con le parole, ma a mio avviso era solo l’ennesimo coglione pretenzioso». La storia ha detto chi ha avuto ragione.

 

Gennaro Acunzo

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