Calcutta, per non lasciarci soli mai a consumare le unghie

È il 6 di Febbraio, sono al Palazzetto dello Sport di Roma. Come è giusto che sia, sono arrivata un po’ in anticipo e aspetto tra la gente che inizi il concerto. Dal parterre ( che mi assegnano sempre rigorosamente), alzo la testa e il Palazzetto è pieno per davvero. La gente arriva fino in alto che riesco a vederli a fatica, e pure se mi stanno dietro, mi piace un sacco guardarli e immaginare chi sono e se anche a loro, come me, piace Edoardo, oppure se magari sono qui per accompagnare amici, fidanzate, per caso, per lavoro. Io un po’ sono qui per lavoro, se ci penso bene, ma questo Edoardo mi piace per davvero.

Ok, basta misteri. Sto parlando di Calcutta che il 5 e il 6 Febbraio ha fatto sognare Roma. Dopo dieci minuti di attesa, eccolo che arriva sul palco ed io, quando lo vedo, sto già sorridendo. È protetto dal suo guscio, come sempre, da una postura che sembra voler sparire nella felpa, e da un solito cappellino, che copre la testa e un po’ pure gli occhi, come se fossero questi gli unici vestiti del suo armadio. Calcutta è un cantautore di provincia e si protegge così. Non appare mai nei video che il regista Francesco Lettieri (lo stesso di Liberato) costruisce sulle sue canzoni e anche oggi, qui, sembra vergognarsi di cantare cose strane, con parole strane, eppure siamo in tanti, e stiamo urlando tutti a squarciagola.

 

Illustrazione di Cristina Geretto, Sussindieario illustrato.

 

Tra le canzoni in scena ci sono ovviamente i brani di “Evergreen”, suo ultimo album, insieme ai più grandi successi del precedente disco “Mainstream” e ad alcuni pezzi più vecchi e meno conosciuti come “Amarena”, “Albero”, “Cane” e “Arbre magique”.

Scaletta, foto, parole

È difficile raccontare la musica, perché è una di quelle cose per la quale le parole sono spesso superflue, perché è una di quelle cose troppo soggettiva per poter dire o scrivere qualcosa che sia sensato per tutti, allora facciamo che questo ha senso per me, e ve lo racconto a modo mio, perché a me Calcutta ha fatto uscire la lacrimuccia.

 

 

 

 

La voce di Calcutta, pare inciampare ma , in realtà, celebra un timbro ed una tenuta forti ed energici perfetti per i vari momenti dell’album e di questo concerto. Così, Pesto e Paracetamolo – come anche molte altre canzoni– finiscono col segnare il vero e proprio debutto in società del pop atipico del cantautore di Latina, con irresistibili incisi, testi surreali ed amari ed una creatività invidiabile .
Aspettate. Prima di tutto vi mostro la scaletta.
1. Briciole
2. Kiwi
3. Orgasmo
4. Cane
5. Fari
6. Milano
7. Limonata
8. Paracetamolo
9. Rai
10. Amarena
11. Pomezia
12. Nuda nudissima
13. Cosa mi manchi a fare
14. Oroscopo
15. *ospite sul palco*
16. Del verde
17. Albero
18. Natalios
19. Arbre magique
20. Hübner
21. Le barche
22. Gaetano
23. Frosinone
24. Pesto

Briciole, in apertura, scopre una nuova dimensione di nostalgia più rotonda, profonda e completa per testo e minimalismo dell’arrangiamento classicheggiante di quelle prima d’ora solo abbozzate, oltre ad una prestazione vocale mai così solida. Briciole è una delle mie preferite, tenera e malinconica, disperata e fortissima.
Ti ricordi/ andavamo a passeggiare nei ricordi”
“Se credessi a tutto quel che dici sarebbe certo un rischio rimanere qui, ma le tue parole suonano ridicole..” canta in Briciole.

 

Nuda nudissima svela tutta la passione del latinense per l’Italia degli anni ’60, in quello che è forse l’episodio più vintage dell’album, e Rai, autentico vertice dell’opera e perla di inedita e artigianale complessità, snocciola a sorpresa, su un ritmo corrosivo, una struttura melodicamente meno semplice ed equilibrata di quelle che si aprono nel resto dell’album. Le canta tutte d’un fiato. Fa pause brevissime e poi torna al microfono, con gli occhi chiusi, col cuore a mille, e noi lo seguiamo, senza dire niente, anche noi con gli occhi chiusi e la voce che , a tratti, va via, per quanto urliamo.

Kiwi” ,mi ricorda i tardi anni ‘70, pure se non c’ero, con un arrangiamento davvero bello, l’ho pensato dalla prima volta che l’ho ascoltata. E quando parte a cantarla, qui,stiamo tutti a urlare,
woo mondo cane, tu fatti gli affari tuoi”, che per me è un po’ come una sfida tra lui e il destino. E chissà chi l’ha vinta.

Quando arriva “Hübner“: madonna che pezzo. Quando arriva, lo ammetto, inizio a commuovermi, perché io lì ci vedo tutta la tenerezza di Calcutta, e forse pure tutta la mia. Che poi Dario Hübner aveva un sogno ma viveva a mille: un grande campione, prima di giocare fumava un pacchetto di sigarette e beveva le birre, rinunciando a ingaggi grandiosi pur di stare vicino casa. Simbolo dei campioni di provincia, impresentabili nelle squadre borghesi,proprio come Edoardo. Ed è qui la tenerezza e la forza del suo album, di lui stesso. Un talento fatto di semplicità e il proposito innamorato (tenerissimo cioè rivoluzionario) di “non lasciarci soli mai a consumare le unghie”. Piango.

Paracetamolo” ormai la conosciamo come l’Ave Maria, quella “Tachipirina 500 che se ne prendi due diventa 1000″ , ecco, il Palazzetto impazzisce con questi pezzi. Pezzo quasi perfetto, ed è subito cuore a mille, ancora.

 

 

 

“Pesto” ,anche questo un tormentone. Denuda i sentimenti ed è entrato facilmente nella top 5 delle suoi pezzi più belli.

“Cosa mi manchi a fare.” Anche questa una canzone che amo. La canta piano, però alla fine s’incazza e lancia l’asta del microfono a terra, perché la canta per davvero, proprio come faccio io da quaggiù.

Volevo solo scomparire in un abbraccio”
“Volevo solo scomparire in un abbraccio”
Confondermi con te.

Poi un ancora po’ di Mainstream che è un gran disco,pure quello. E lì sono brividi, perché Edoardo da il meglio di se, con una voce assurda. Un disco che doveva inserire perché è uno di quelli capaci tanto di raccontare la realtà quanto di chiamarsene fuori, indicandoci ironiche («Ti prego andiamo a Peschiera del Garda per fare un bagno») e romantiche («Preferirei perderti nel bosco che per un posto fisso») vie di fuga.

E poi . Le barche, Gaetano, Limonata
Perfetto.

Gli ospiti: Paolo Fox e Fiorello in video, Cosmo sul palco

 

Un attimo di respiro, e una piccola sorpresa, c’è Rosario Fiorello in video con Paolo Fox.

C’è gente che è venuta al concerto solo per sentire Oroscopo, perché non la vuoi fare”?

E infatti parte Oroscopo. Parlarne mi sembra ripetitivo, però posso dirvi che questa volta l’ha cantata un ospite d’eccezione: Cosmo. Fa sempre piacere ascoltarlo, insieme sono niente male tra l’altro.

Poi ci sarebbe il bis, voi che urlate e io che ritorno cantare, dice Edoardo. Però a me non va, evitiamoci sta finta e facciamo le ultime tre canzoni.”

Oggetti di inaudita tenerezza che si vorrebbero , struggenti sopravvivenze umane, le canzoni di Calcutta arrivano da radio e giradischi che suonano per nessuno. E per l’unica persona vera che saprà capire un verso come “ma poi da me non vieni mai/ che poi da te/ non è Versailles”.

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