Sanremo, la quarta serata: Liga accende lo spettacolo, Bertè – Grandi lo completano

Sanremo quarta serata

Ammettiamolo: giunti alla quarta serata, c’è il forte rischio che anche la più inascoltabile delle canzoni in gara possa iniziare ad apparirti, in qualche modo, orecchiabile, carina. Sicuramente meno peggio.

Accantonata per il secondo anno consecutivo l’idea cover, per la terza esecuzione della settimana gli artisti in gara sono stati raggiunti da uno o più artisti per riproporre in una nuova veste la canzone presentata.

Bisogna sottolinearlo: quest’anno, il senso della serata è stato colto in pieno, perché sono tante le canzoni che hanno guadagnato qualcosa – mentre qualcuna, inevitabilmente, ci ha perso.

Ecco le pagelle della quarta serata.

Shade e Federica Carta feat. Cristina D’Avena – Due voci che si integrano fin troppo, quelle di Federica Carta e Cristina D’Avena, al punto da aggiungere poco al brano in versione originale. VOTO 5.

Motta con Nada Malanima – Nada prova a dare nuova vita a una performance non esaltante. Vince a sorpresa il premio per il miglior duetto, ma a noi continua a sembrare appena sufficiente. VOTO 6.

Irama con Noemi – È giunta al Festival per dare un tocco soul al bellissimo testo di Irama, sospeso tra rap e cantautorato. Missione pienamente compiuta da Veronica Scopelliti, in arte Noemi, che si integra bene con il coro gospel, anche se, va detto, avrebbe meritato più spazio da sola. VOTO 7

SUPEROSPITE DELLA SERATA: LIGABUE – Arriva Luciano e si accende lo spettacolo. Giacca e gilet, nella sua versione più dura e pura, come all’inizio degli anni ’90.

Luci d’America” è un brano che funziona alla perfezione anche dal vivo, che ti spinge a capire che tutto dipende dal modo in cui le guardi, le cose, e che il punto di vista di chi ti sta accanto può fartelo cambiare, perchè serve vino e coraggio, ma soprattutto ci vogliono buoni compagni di viaggio.

Rivedibile il siparietto con Bisio, anche se fa parte di un Luciano che abbiamo iniziato a scoprire, probabilmente, con il video di “Siamo chi siamo”.

E poi c’è “Urlando contro il cielo“, con un’introduzione al piano che richiama la versione dal vivo presente in “A che ora è la fine del mondo?”, album di schegge sparse unitesi nel 1994. Bisognerebbe diffidare di chi, almeno una volta, non ha alzato le mani al cielo, con gli occhi lucidi, durante questa canzone, che ha trasformato anche la sala stampa in uno stadio, in attesa dello Start il 14 giugno al San Nicola di Bari.

Arriva poi il momento di “Dio è morto“, un testo di straordinaria attualità, pur essendo stato scritto nel 1965. Una versione in pieno stile Ligabue, che con Baglioni celebra un cantautore che andrebbe omaggiato tutti i giorni. Un amico, un collega d’eccezione, ma soprattutto un maestro. E la riconoscenza del Liga si vede. VOTO 9.

Patty Pravo e Briga con Giovanni Caccamo – Patty Pravo entra a canzone iniziata, da vera diva, la performance stenta a decollare. Rivedibile anche nella versione a tre voci. E se l’avesse cantata solo Briga? O solo la Strambelli? Forse il risultato sarebbe stato migliore. VOTO 5.

Negrita con Enrico Ruggeri e Roy Paci – Il duetto è uno dei più promettenti della serata, e le aspettative sono pienamente confermate: Roy Paci soffia delicatamente nella sua tromba, Enrico Ruggeri aggiunge la carica. I ragazzi stanno bene, insieme, e si vede. VOTO 7.

Il Volo con il violinista Alessandro Quarta – Arrangiamento che non aggiunge né toglie nulla ad una canzone che continua ad avere un sapore di “già sentito”. VOTO 5.

Arisa con Tony Hadley e Kataklò – Arrangiamento forte, ritmato, che rende giustizia ad una canzone che nei prossimi mesi troverà spazio nelle rotazioni radiofoniche. Da apprezzare anche il tentativo di Tony Hadley di accennare al ritornello in italiano. VOTO 6,5.

Mahmood con Gué Pequeno – È un brano perfettamente nelle corde di Guè. Vuoi perché Mahmood guarda molto al Guercio degli ultimi anni, vuoi per la tematica. Il risultato è soddisfacente. VOTO 6,5.

Ghemon con Diodato e Calibro 35 – Diodato riesce ad arricchire il pezzo, con i Calibro 35 che portano un’atmosfera in stile fine anni settanta. La canzone ne guadagna. VOTO 7.

Francesco Renga con Tony Bungaro e le étoile Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel – Gioca molto con l’emozione visiva, Francesco Renga, raggiunto dall’autore del pezzo e da due etoile di primo livello. Il risultato è sufficiente. VOTO 6.

Ultimo con Fabrizio Moro – Moro porta la sua voce graffiante, rendendo la canzone sicuramente più emozionante, complice anche l’arrangiamento leggermente più particolare. Resta che da Ultimo era doveroso attendersi qualcosa che andasse oltre il compitino. Inizio impreciso, poi la performance cresce. VOTO 6.

Nek con Neri Marcoré – Per la serata dei duetti, Nek stravolge completamente la canzone, rallentandone il ritmo e mischiandola con i versi di un umanista come Jorge Luis Borges, ben recitati da Neri Marcorè. “Io conosco l’amore che non passa quando gli amori se ne vanno”. VOTO 6,5.

Bomdabash con Rocco Hunt e i musici cantori di Milano – C’è tanto Rocco Hunt nella stesura del pezzo, e si sente. E funziona, anche. In radio potrebbe raggiungere un gran successo anche in duetto. Tutti in piedi a ballare sul finale – e si sa, all’Ariston non è affatto scontato – contagiati dall’energia di Rocco. Come due anni fa: wake up, guagliu’. VOTO 6.

The Zen Circus con Brunori Sas – La canzone ha un potenziale che cresce di ascolto in ascolto, e Brunori le fa fare un passo in più. VOTO 6,5.

Paola Turci con Beppe Fiorello – Fermarsi un attimo, rallentare, per riflettere su un testo importante come quello di “L’ultimo ostacolo”. Bene Fiorello, tra cantato e recitato, elegante la Turci, che continua ad avere qualche problema sul ritornello. VOTO 7.

Anna Tatangelo con Syria – Due belle voci che s’intrecciano alla grande su una canzone – purtroppo – non altrettanto bella. VOTO 6.

Ex-Otago con Jack Savoretti – Un duetto con il cuore xeneize, viste le origini genovesi di Jack Savoretti che si uniscono a quelle del gruppo. I versi cantati in inglese aggiungono valore al pezzo. VOTO 6,5.

Enrico Nigiotti con Paolo Jannacci e Massimo Ottoni – Per “Nonno Hollywood”, stasera, è arrivato il momento di mettere l’abito da cerimonia, quello delle grandi occasioni. Paolo Jannacci al pianoforte crea un’atmosfera che accentua la malinconia del pezzo. VOTO 6,5.

Loredana Berté con Irene Grandi – La Bertè chiama Irene per rendere ancora più rock la sua performance. È una coppia che graffia – ma davvero tanto – e il risultato finale è sottolineato dalla standing ovation. Se Irene cercava un ritorno in grande – grandissimo – stile, ha trovato la canzone adatta, con la compagna di palco adatta e la cornice adatta. Tra tutte, questa è la performance che ha convinto di più. VOTO 8.

Daniele Silvestri e Rancore con Manuel Agnelli – Per assurdo, stasera abbiamo ascoltato per la prima volta la versione incisa su disco. E sembrava già il migliore tra i pezzi nella sua versione in 2/3. Una bomba, che merita di finire sul podio ma, soprattutto, di avere il giusto successo una volta terminato il Festival. VOTO 8.

Einar con Biondo e Sergio Sylvestre – La grande voce di Sylvestre si somma a Biondo, moderno in autotune. La performance del trio di Amici – di Maria De Filippi, s’intende – si risolve in un “nulla di eclatante”. VOTO 5

Simone Cristicchi con Ermal Meta – Ermal Meta offre un forte contributo melodico ad un testo che sembra sempre più una poesia. VOTO 7

Nino D’Angelo e Livio Cori con i Sottotono – Per la loro terza esibizione, D’Angelo e Livio Cori si affidano a un gruppo che dell’ R’n’B è stato un precursore, qui in Italia. La canzone assume un’altra veste, più spensierata, ma non per questo meno bella. Ed è evidente quanto la generazione di Livio Cori – uno dei principali sospettati, almeno in fase iniziale, di essere Liberato – abbia guardato a Nino D’Angelo sia per quanto concerne il cantato sia per quanto riguarda l’ambito dei testi. VOTO 7.

Achille Lauro con Morgan – Per completare la “svolta rock” dell’armatrapper di cui tanto si era parlato nei giorni precedenti, è stato chiamato a rapporto Marco Castoldi, in arte Morgan.

Se si fossero presentati insieme, probabilmente, questo Festival lo avrebbero vinto. La performance inizia con l’introduzione al piano di Castoldi, che ha però già con sé il basso. E quando la canzone decolla, si scatena.

“No, non è vita, è rock ‘n’ roll”. Anche se, nel caso del brano, è più punk rock, che strizza l’occhio più ai Velvet Underground che non ai personaggi citati nel pezzo. Gridano. Forse, stasera, sì. VOTO 7,5.

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