“Green Book”: storia di un’amicizia senza limiti

Quando qualche settimana fa “Green Book” è stato premiato ai Golden Globes come miglior commedia o film musicale ricordo di esserne rimasta parecchio sorpresa. Non avevo mai sentito parlare di questo film prima e la sua vittoria, considerando anche gli altri film nominati, riuscì a stupirmi non poco. Quando decisi di informarmi sul film, nonostante gli interpreti degni di nota, la trama non riuscì ad entusiasmarmi più di tanto: sarebbe stata la tipica storia sull’America razzista.

Tratto da una storia vera ambientata nella New York del 1962, l’italo-americano Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) lavora come buttafuori nel famigerato club Copacabana. Il locale, però, resterà chiuso per due mesi a causa di una ristrutturazione e per questo Tony è alla ricerca di un impiego che gli darà la possibilità di mantenere la famiglia per il periodo di chiusura del locale. Il suo nome, anche a causa della sua validità come buttafuori, viene fatto a Don Shirley (Mahershala Ali), un talentuoso pianista afroamericano che ha bisogno di un autista (in realtà, più di una specie di scorta) perché sta per cominciare una tournée negli stati del Sud, dove ancora la questione della segregazione delle persone di colore è un problema critico. Tony che, pur abitando in una delle città più all’avanguardia, ha delle solide radici italiane, di certo non è estraneo ad una buona dose di razzismo verso le persone di colore, ma ha bisogno di lavorare e accetta l’offerta di Shirley. A bordo di una scintillante Cadillac color acquamarina, quindi, comincia una traversata degli stati americani con Don e la fedele guida “The Negro Motorist Green Book”, dove sono segnalati tutti i luoghi di libero accesso per le persone di colore. Il viaggio on the road, tema tipico e ricorrente della cultura americana, fa da scenario alla nascita di un profondo legame tra i due uomini, che riesce a valicare i pregiudizi presenti ambo le parti.

Quando ho cominciato a guardare “Green Book” non mi sarei mai aspettata l’effetto che il film ha avuto su di me. Un po’ come Tony e Don all’inizio del loro viaggio, anch’io ero piena di preconcetti e molto prevenuta nei confronti del film, ma sono stata costretta a dovermi ricredere dopo appena mezz’ora dall’inizio.

Il film di Peter Farrelly riesce a combinare un tema così complicato ad una leggerezza inaspettata che riesce a sorprendere piacevolmente qualunque tipo di pubblico e che riesce a non scadere mai nella banalità. Pur non risultando mai pesante come altri film che affrontano una tematica così importante, allo stesso modo “Green Book” non manca di quella profondità necessaria per parlare della situazione degli afroamericani nel periodo preso in considerazione.

Il film è letteralmente magnetico, e questa sua capacità di tenere incollato lo spettatore è sicuramente merito, per la maggior parte, dei due protagonisti.

Viggo Mortensen interpreta alla perfezione il vero italo-americano di seconda (o forse anche terza) generazione: abbastanza inserito nel contesto americano da poter vivere dignitosamente seppur non in un quartiere di lusso, ma con tracce ancora ben presenti della cultura d’origine: dal modo di parlare un po’ rozzo all’atteggiamento spavaldo, ma sono tratti distintivi anche la sua convivialità e la sua facilità di affezionarsi.

Il Don Shirley di Mahershala Ali è, invece, una figura più complicata. Raffinatissimo pianista, sente di appartenere alla razza bianca più di quanto non appartenga a quella che viene espressa dal colore della sua pelle e che, quindi, non riesce ad adattarsi appieno – per colpa sua o di altri – a nessuna delle due identità.

Tony e Don sono, dunque, due figure agli antipodi che lungo il viaggio troveranno il modo per incastrarsi alla perfezione.

Mortensen ed Ali sono candidati agli Oscar rispettivamente per il miglior attore protagonista e miglior attore non protagonista (in caso di vittoria, Mahershala Ali replicherebbe il premio già vinto nell’edizione del 2017 per il film “Moonlight”), mentre il film porta a casa altre tre candidature: quella per il miglior film, la migliore sceneggiatura originale e per il miglior montaggio.

È necessaria un’ultima postilla, che vuole essere più che altro un consiglio.

È anche attraverso la lingua – o, per meglio dire, il modo di parlare – che le differenze tra Tony e Don aumentano o si assottigliano a seconda dei casi, oltre ad essere una caratteristica fondamentale del personaggio di Tony. Nel film, come le cose vengono dette è importante tanto quanto ciò che viene detto: l’uso della lingua diventa, quindi, un terzo attore che è fondamentale per la storia raccontata.

Per questo, sebbene sia una paladina del doppiaggio italiano – che, personalmente, credo sia uno dei migliori al mondo – “Green Book” è senza dubbio uno di quei film che è necessario vedere in lingua originale per apprezzarne appieno lo spirito e cogliere tutte le sue sfumature.

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