“Il giardino dei Finzi-Contini”: un’isola di pace nell’orrore del fascismo

“Il giardino dei Finzi-Contini”: un’isola di pace nell’orrore del fascismo

 

«Si capisce», rispose. «I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti» – e di nuovo stava raccontando una favola –, «che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti».
[…] toccò a Giannina impartire la sua lezione.
«Però adesso che dici così», proferì dolcemente, «mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri»

 

Un monumento alla memoria

A pochi giorni dalla annuale giornata della memoria, nonché a pochi mesi dal centenario delle nefaste leggi razziali, vale la pena rileggere lo straordinario romanzo di Giorgio Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini”, da cui fu tratto il celeberrimo film di Vittoria de Sica premiato con l’Oscar al miglior film straniero nel 1972. La memoria, del resto, rappresenta l’autentico cuore del romanzo, come testimonia il fulminante esergo tratto dall’opera di Manzoni: “Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto” (I promessi sposi, capitolo VIII). Malgrado la sua distanza e inaccessibilità, il passato continua a esistere nei vividi ritratti della memoria.

Amore e persecuzione

Questo acclamato romanzo sull’amore non corrisposto e le difficoltà affrontate dagli ebrei italiani alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale è diventato un classico della letteratura italiana moderna, un ritratto evocativo e nostalgico dell’Italia prebellica. Il narratore, un giovane ebreo della piccola borghesia ferrarese, è sempre stato affascinato dai distanti Finzi-Contini, una ricca e aristocratica famiglia ebraica, e specialmente dalla loro incantevole figlia, Micòl. Ma è soltanto nel 1938 che viene invitato tra le mura della loro sontuosa tenuta, quanto gli ebrei del posto cominciano a riunirsi lì per fuggire le leggi razziali dei fascisti: il giardino dei Finzi-Contini diventa così una specie di oasi felice nella crescente barbarie del mondo. Anni dopo la guerra, il narratore fa ritorno con la memoria alla sua tormentata relazione con l’adorabile Micòl, e alla persecuzione fronteggiata dagli ebrei ferraresi, nello straziante ritratto di una comunità sull’orlo della distruzione.

Cimiteri e giardini

Il prologo del “Giardino dei Finzi-Contini” ha inizio in un cimitero etrusco di Cerveteri, mentre il romanzo vero e proprio nel cimitero ebraico di Ferrara, presso l’elegante sepoltura della famiglia protagonista. Un inconfondibile presagio di quello che sarà il destino di quasi tutti i protagonisti, assassinati nei campi di sterminio tedeschi, senza neppure una lapide a commemorare la loro esistenza. Proprio nell’alternarsi di giardini e cimiteri (o meglio nello spettrale sovrapporsi dei secondi ai primi) si può riconoscere la vena decadente dell’opera, l’epopea di un mondo destinato a soccombere, travolto dall’ondata di follia antisemita del regime fascista. Soltanto ottant’anni prima, con l’assorbimento delle legazioni pontificie nel neonato Regno d’Italia, l’emancipazione degli ebrei, liberi di abbandonare il ghetto, aveva segnato una nuova era di speranza e ottimismo per la comunità giudaica di Ferrara, fino al suo sinistro e perlopiù imprevisto tramonto nel 1938. La vivida descrizione della sinagoga nelle prime pagine del romanzo è un tacito riferimento all’attacco del 28 ottobre 1941 al Tempio israelitico di Ferrara, il più antico ancora in uso in Italia. La crescente emarginazione della comunità ebraica non impedisce tuttavia che la medesima si trovi profondamente divisa al suo interno, linguisticamente, politicamente e socialmente. Colpisce in particolare l’orientamento fascista di molti ebrei ferraresi, incluso il padre del narratore, incapaci di riconoscere il potenziale distruttivo del regime, un nazionalismo da cui non dovevano sentirsi minacciati, considerandosi italiani a tutti gli effetti.

Un luogo pieno di bellezza

Sarebbe tuttavia un errore presentare un romanzo così pieno di vita come una sorta di rievocazione sepolcrale. Incontaminato, paradisiaco, spazioso, il giardino dei Finzi-Contini sembra resistere contro qualunque senso di costrizione. Le mura stesse – del giardino, della città – non sono altro che cerchi concentrici: la più stretta cinta muraria del giardino incontra la cinta esterna della città presso le Mura degli Angeli, dove avviene il fatale incontro d’infanzia tra il narratore e Micòl. Un’eccezionale ricostruzione del primo amore, il romanzo riesce ad essere al tempo stesso idilliaco e psicologicamente convincente, ma anche disperatamente consapevole del dolore e della perdita. Tale consapevolezza (o prescienza) della vita è particolarmente evidente nel personaggio di Micòl, la cui lucida interpretazione del passato, del presente e del futuro è preclusa a tutti gli altri personaggi, narratore incluso.

 

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