I nostri mondi anomali nei racconti di Ottessa Moshfegh

Vengo da un’altra parte. Non è un luogo reale sulla terra o qualcosa che posso indicare su una mappa, sempre che abbia una mappa di questo altro luogo, ma non ce l’ho. Non esiste una mappa perchè non è un posto dove si può andare, o starci dentro o vicino. Non è da qualche parte e nemmeno ovunque, ma neanche da nessuna parte. Non c’è nessun dove in questo posto. Non so cosa sia, ma di certo non è qui, qui sulla Terra, con tutti voi poveri scemi. (Un posto migliore, da Nostalgia di un altro mondo)

 

NOSTALGIA DI UN ALTRO MONDO

Con Homesick for another world torniamo a parlare di racconti brevi e diamo inizio in bellezza al 2019. Questa raccolta firmata Ottessa Moshfegh non potrà che catturare la vostra attenzione: fosse anche solo per titolo e copertina, io fossi in voi correrei ad accaparramene una copia.

Proprio oggi, dopo aver parlato con un conoscente, riflettevo su quanti demoni ci portiamo dentro. Passiamo la vita a disegnarceli nella mente: creature mastodontiche, con artigli e denti aguzzi, pelle squamosa, ali possenti. Ci figuriamo dei mostri epici, degni delle migliori storie, a volte del tutto inverosimili, certamente quanto mai distanti dalla realtà.  Ma i nostri veri demoni non sono altro che creature caricaturali, costruite su anni e anni di immondizia più becera.

Appaiono tanto brutti e buffi allo stesso tempo da suscitare una commiserazione accorata, più che un reale senso di timore. Ombre un po’ opalescenti che non appartengono alla notte e non possono, per definizione, far parte della luce. Si vestono di quella nostalgia di casa che ci portiamo dentro, nella certezza disarmante di non avere una casa, un luogo a cui appartenere. E non c’è modo di sfuggire al loro fetore invadente, anche se molti di noi sono a bravi a camuffarlo con deodoranti ambientali, soffocandolo. Molti altri, invece, non l’hanno mai imparato. Così i demonietti balzano fuori, ma solo per assediare meglio la mente dall’esterno, artigliandola con le loro dita tozze, grassocce, sudate, eppure mai tanto da non riuscire a serrare la presa.

Sono loro il mondo che sogniamo quando ci addormentiamo la sera, sperando in una vita diversa? Sono loro gli artefici della nostalgia inspiegabile che ci assale nei momenti più inaspettati? Sempre loro, quella buffa sensazione di venire da un altro luogo, di non appartenere a nulla e a nessuno, di non poter essere ciò che vogliamo essere?

Sono loro o siamo noi?

RACCONTO DI UN’ALTRA AMERICA, NON DA SOGNO

Per quanto quella qui sopra descritta sia una condizione umana ascrivibile all’universalità della specie, in qualche modo ci sono nazioni – e ci sono scrittori di particolari nazionalità – che peggio la vivono e meglio la scrivono. Tra questi, gli americani hanno un posto d’onore, in cima alla lista. Basti pensare a Carver e alle sue storie brevi di alcolismo e perdizione, solitudine e assenza di prospettive. In Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, una delle più conosciute raccolte di racconti carveriani, le storie iniziano in medias res, restano sospese, non conoscono la perfezione della chiusura. A dire il vero, non conoscono la perfezione, punto. E’ una lezione che Ottessa Moshfegh ha imparato bene, portandosi a casa gli appunti e imitando il maestro.

D’altra parte, la tradizione americana suggerisce molte altre guide per sbirciare in quelle vite “altre” che nessuno di noi crede possibili. E invece il pugno nella pancia arriva diretto: queste vite grottesche sono vere. Non quel sogno inegnuo di una vita nell’upper east side di New York, ma l’odore dell’anonimità che impregna la vita del 98% della popolazione degli USA.

Nostalgia di un altro mondo prende il mito americano della vita perfetta e lo scuote come un sacco di farina, fino a che anche l’ultima briciola non cade fuori. E il sacco? A Ottessa Moshfegh del sacco non importa niente, è la farina la sua arma segreta. Così, la sua cinepresa si infiltra tra le tende di case anguste e maleodoranti, focalizza esseri umani “andati a male”, tanto dentro quanto fuori. La muffa, immaginaria ma non solo, sembra ricoprire ogni luogo toccato dallo sguardo dell’autrice. Le trame labirintiche, dove vite diverse si intrecciano come viticci rinsecchiti dal sole, si dispiegano in una labirintica visuale. Ottessa Moshfegh non sembra lasciarsi spaventare, con un sorriso apertamente sbeffeggiatore, ritrae i suoi personaggi preda di una malattia quanto mai nota. La nostalgia per un mondo altro, che in fondo esiste solo nella nostra mente.

E comunque non c’è consolazione qui sulla Terra. C’è la finizione, ci sono le parole, ma non c’è pace. Non c’è niente di buono qui, niente. Ovunque tu vada sulla Terra, c’è solo follia. (Un posto migliore, da Nostalgia di un altro mondo)

 

UN’ALTRA UMANITA’ DISTURBATA, UGUALE ALLA NOSTRA

Le persone in queste storia siamo noi, volenti o nolenti. Insegnanti insoddisfatti dalla vita, donne abbandonate, vecchi arrapati, giovani attori falliti in partenza, coppie in crisi, padri sfaticati, educatori di disabili inadatti al proprio lavoro. E così via sfiorando dall’alto ogni cavità di caos che costella le nostre vite, senza lasciarsene risucchiare. L’intento di Ottessa Moshfegh sembra quello estremamente arrogante di tenere in mano uno specchio e rivolgerlo contro di noi. Uno specchio deformante, che di ogni negatività rende il peggio possibile. Uno specchio in grado di farci credere che non ci è possibile essere diversi dal riflesso che vi scorgiamo.

Eppure ognuno di questi personaggi sogna di poter essere altro da sè, nella convinzione che la vita lo abbia ingannato, intrappolandolo in una stasi marcescente. C’è una via di fuga? Non sembra chiaro ed è questo che, in quanto lettori, ci distrugge. La disperazione non tocca mai il fondo, rimane sospesa lì, guardandoci beffardamente. Può davvero questa donna, questa insegnante andare nella sua casa di villeggiatura e farsi di eroina o di chissà cos’altro? C’è un limite al peggio?

E davvero alcuni dei personaggi di Ottessa Moshfegh sembrano svegliarsi da questa allucinante realtà, ma solo per rimanere ancora più spaventati dalla difficoltà di elevarsi sopra alla disperazione. Succede, ad esempio, ne Il ragazzo sulla spiaggia: un marito succube della consorte rimane vedovo e vuole scoprire se, durante il loro ultimo viaggio in un’isola esotica, la moglie lo ha tradito. Se non che, quel misero tentativo di prendere il controllo, anche solo per una volta, si trasforma nel grottesco quadro di un uomo adulto, ubriaco che ha un’immotivata paura di affogare e che viene salvato da un ragazzo della spiagga (nemmeno quello con cui la moglie lo aveva tradito).

Il ragazzo, pur non essendo lo stesso che aveva visto nelle foto di Marcia, era giovane e bello, occhi gialli, labbra grosse e lucide. Aveva visto John dimenarsi nella corrente, l’aveva tirato fuori e trascinato sulla sabbia. John era rotolato su un fianco, ansimando e sputando acqua salata. Il ragazzo torreggiava su di lui, le forti gambe brune a pochi centimentri dal corpo nudo di John. “Mi hai salvato”, era riuscito a dire John. Mentre allungava una mano per toccare la caviglia del ragazzo, le dita gli tremavano. (Il ragazzo della spiaggia da Nostalgia di un altro mondo)

 

L’ATTESA DI QUALCOSA CHE NON ESISTE

L’insoddisfazione non è solo una cifra caratteristica dei personaggi, ma della forma stessa che questi racconti assumono. Non starete bene dopo averli letti e non avrete la sensazione di aver appena letto un pezzo di letteratura perfettamente compiuto e al quale nulla può essere aggiunto. Ottessa Moshfegh gioca col fuoco lasciando immancabilmente insoddisfatto il proprio lettore. Ottiene però così il risultato impagabile di dare davvero, con ogni suo racconto,  l’impressione di una sbirciatina, per nulla discreta, lanciata tra le pieghe della vita di un’altra persona della quale non sapete nulla.

Il bello è che questa sbirciatina vi sembrerà un atto estremamente soddisfacente, una forma di autoerotismo mentale, grazie al quale penserete di voi stessi solo bene. La mia vita sarà anche un completo disastro, ma perlomeno il mio unico hobby non è quello di rinchiudermi nella mia casa estiva e far faticare la donna delle pulizie tanto da farla praticamente abortire. Lo penserete, davvero, sarete assolutamente incapaci di distinguere la realtà dal grottesco. Il rischio, invece, è che alla fine avrete un po’ paura: sono davvero tanto migliore?

A differenza di quello che fa il buon Joyce nel suo Gente di Dublino, Ottessa Moshfegh non vi regala quell’epifania che dà un senso a ogni altro evento grottesco che l’ha preceduta. Con molta semplicità questa autrice lascerà perdere il racconto che vi sta tormentando per passare a un altro e voi non saprete mai nulla di quel personaggio intrappolato nella propria vita troppo stretta, nella propria casa troppo brutta e nel proprio corpo troppo nauseabondo. Dovrete pensarci da soli a che fine potrebbero fare questi personaggi, lo farete per forza, perchè in qualche modo nel vaglio delle possibilità troverete anche quelle che aspettano voi. Leggerete e leggerete, aspettando, insieme ai personaggi, qualcosa che non esiste.

Vi chiederete perchè e vorrete saperlo, ma vi avviso che non ci saranno troppe risposte. Ci sarà solo il piacere di scoprire che un altro racconto segue quello appena lasciato in sospeso e che forse il prossimo sarà più positivo del precedente, forse vi darà sollievo. Ma non esagerate, non approfittate troppo della speranza: potreste rimanere delusi. Un racconto alla volta. Uno per volta. Forse ne uscirete vivi.

Mi sembrava un’occasione pazzesca. Non so spiegare perchè ma era come aver ricevuto un grande potere. Infilai la cannuccia e succhiai. Era buona, la cosa migliore che avessi mai assaggiato. Pensai di ordinarne un’altra, appena avessi finito quella. Ma sarebbe stato come approfittarne troppo, pensai. Meglio che questa abbia il suo giorno di gloria. Okay, mi dissi. Una per volta. Una Diet Coke alla volta. E ora andiamo dal prete. (Tentativi per migliorarsi, da Nostalgia di un altro mondo)

 

DA LETTORE A LETTORE

Non abbiate paura, ci sono libri che vanno letti, anche solo per sentirsi meno soli, meno intrappolati in se stessi. Ci sono libri i cui autori giocano sadicamente con la disperazione dei loro lettori, riflettendola sui personaggi con uno scambio di echi e riflessi grotteschi. Ma alla fine, questo libro non è solo tutto ciò.

E’ un fine tentativo di dare una voce alla realtà, di perforare i sogni illusori sulla vita di un popolo, qui quello americano, che è molto più stratificata, complessa, incasinata di ogni pregiudizio che la precede. Libri come Nostalgia di una altro mondo hanno quella spinta a fare di se stessi qualcosa di più, a uscire dalle etichette pre-confezionate e dai destini che ci siamo auto-imposti. D’altra parte, Ottessa Moshfegh ha solo 37 anni e non è neppure proprio tutta americana (la madre è croata e il padre iraniano), però ha avuto il coraggio di adottare l’America e di restituirle quella concretezza che essa non può negare di avere.

Se affronterete questa lettura troverete piccoli momenti di perfezione, che accadono anche nella vita, momenti in cui capirete che se la dsiperazione sta sul fondo e se si è scesi fino a quel punto, vuol solo dire che esiste un percorso per risalire. O forse no? La scelta sul finale, come lascia intendere Ottessa Moshfegh, tocca solo a voi. Buona lettura.

La carne è debole, il legno è storto, le persone sono crudeli, stupide e offensive. E la vita è una cosa meravigliosa.

*Ottessa Moshfegh è nata a Boston. Ha pubblicato una novella, McGlue, che ha vinto il Fence Modern Prize e il Believer Book Award. I suoi racconti, riuniti in Nostalgia di un altro mondo(Feltrinelli, 2018), sono apparsi sulla “Paris Review”, sul “New Yorker”, su “Granta”, “Vice” e le sono valsi il Pushcart Prize, l’O. Henry Award e il Plimpton Discovery Prize. Con Eileen, il suo primo romanzo, ha vinto il PEN/Hemingway Award per l’opera prima ed è stata finalista del National Book Critics Circle Award e del Man Booker Prize.

Curiosi di sapere cosa si dice di Ottessa Moshfegh in giro? Cliccate qui oppure qui!

 

Martina Toppi

 

 

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