“Benvenuti a Marwen”, tra realtà e finzione

L’arte come terapia: è questa la frase che può riassumere la vita dell’artista Mark Hogancamp e il film biografico a lui dedicato “Benvenuti a Marwen” per la regia di Robert Zemeckis e nelle sale dallo scorso giovedì.

È uno Steve Carell sempre più poliedrico a vestire i panni dell’artista che, a causa di un pestaggio a sfondo omofobo, perde non solo la memoria, ma anche la sua capacità di disegnare. Hogancamp riesce, però, a reinventarsi: nel giardino di casa sua fa nascere la cittadina di Marwen, popolata da bambole, dove una di esse ha le sue fattezze e, insieme ad un esercito di vere e proprie “Barbie” (che rappresentano, stavolta, le donne che hanno aiutato Mark nel percorso di riabilitazione) è impegnato a combattere i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Hogancamp, persa per sempre l’abilità di produrre arte come faceva un tempo, fotograferà le varie avventure delle sue bambole, facendo di questa nuova attività il suo nuovo modo di esprimersi attraverso le immagini.
Ad incorniciare il tutto, una storia d’amore criticata per essere forse un po’ troppo eteronormativa vista la personalità del protagonista e non canonica nella realtà, ma che comunque mantiene quei tratti particolari che caratterizzano Hogancamp.

“Benvenuti a Marwen” affronta diverse tematiche: in primis la capacità dell’arte di essere una vera e propria terapia, indissolubilmente legata alla questione dell’uso (o abuso) di oppiacei nei malati che, negli Stati Uniti, sta diventando una vera e propria piaga; un altro tema principale è quello dell’omofobia, causa primaria della metamorfosi dell’arte di Hogancamp, e la sindrome post-traumatica da stress della quale l’artista soffre proprio a causa di quel crudele pestaggio.

I momenti nei quali Mark soffre di più sono, infatti, quelli in cui finzione e realtà iniziano a coincidere, quando i colpi sparati dai nazisti contro il suo alter ego in miniatura gli fanno ricordare le botte che nella realtà ha dovuto sopportare, dove si palesa non solo la sofferenza fisica che quella violenza ha causato in lui, ma soprattutto quella psicologica, della quale Mark ancora non riesce a liberarsi.

Probabilmente è proprio per creare una certa armonia tra il mondo reale e quello fittizio che Zemeckis ha deciso di utilizzare la tecnica del CGI per l’animazione delle bambole. Se da un lato, però, utilizzare la tecnica della digitalizzazione degli attori per creare un legame stretto con l’azione che avviene nel mondo reale rende il film molto fluido, dall’altro rischia di banalizzarlo un po’, creando un effetto molto simile ad un cartone animato.

In definitiva, il film risulta essere davvero particolare e diverso da qualsiasi altro film e se usiamo questo come nostro metro di giudizio, allora “Benvenuti a Marwen” non può davvero mancare sulla lista dei nostri film da vedere.

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