Zena, o la più bella risposta agli oppressori

José Mourinho, uno degli allenatori calcistici più chiacchierati (e influenti, che piaccia o no) dell’intera storia del pallone, ha affermato: «Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio» (frase che, ai più, è nota per essere diventata la tag-line di Buffa racconta Storie Mondiali, programma di punta di Sky Sport). Tradotto: se ci si vuole approcciare a questo gioco con superficialità e pressapochismo, è meglio guardare altrove.

Il calcio non va assolutamente scisso da tutto ciò che viene considerato, erroneamente, “cultura dominante. Chi è nato col pallone nella culla e chi, come si suol dire, “mastica” calcio crede fermamente che, dietro ad un semplice rettangolo verde, ci sia un insieme di poesia, di arte, di religione, di vita.

IL CALCIO COME SPIRITO DI POPOLO

Il calcio sa stare dietro le quinte con l’eleganza di un Cyrano, tanto è bistrattato dalla cosiddetta cultura ufficiale, egemone, appunto dominante. Ma il calcio è spirito di popolo, rivalsa che si manifesta nell’emozione. Il calcio è quel dimmi cos’è che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo. Il calcio è espressione della vita e di chi, come Fabrizio De André, ha sempre preferito la vita ai teoremi sulla vita stessa. Il calcio è, prendendo in prestito una frase di un altro intellettuale con i fiocchi – Pier Paolo Pasolini – «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». Il calcio è sostegno disinteressato, nient’altro che una sincera e purissima forma d’amore.

DE ANDRÉ: TANTA VITA, OLTRE LA MUSICA

De André, dicevamo. Per distacco il più grande cantautore della storia della musica italiana, certo, ma è raro concentrarsi sul Faber non cantante, sul De André sportivo, su quell’orso pigro che appuntava di tutto e di più sulla sua inconfondibile agenda marrone.

Si scopre, però, che André è stato uno dei più grandi intenditori di calcio e, nella fattispecie, del Genoa, la più antica società calcistica italiana. Egli ha sempre professato una fede per un calcio puro, un amore incondizionato che è esploso nella ricerca della stella (il Genoa è ancora fermo a 9 scudetti) e che ha superato il purgatorio della Serie B e l’inferno della Serie C.

Gli è sempre stato chiesto di scrivere un inno per il Genoa, ma lui, puntualmente, rispondeva che, al suo Genoa, semmai, avrebbe scritto una canzone d’amore: per scrivere una canzone, però, bisogna conservare un certo distacco verso ciò che si scrive, mentre il Genoa lo coinvolgeva troppo.

Ha saputo raccontare il momento preciso in cui è diventato tifoso, e non è cosa da poco. Tocca fare un vistoso passo indietro, sino al 5 gennaio del 1947, con un Faber al Ferraris di Genova e 7 anni ancora da compiere. La partita è Genoa-Torino, gara dominata per ottantacinque minuti dalla squadra granata (0-3) e che il Genoa riuscì quasi a rimettere in piedi negli ultimi istanti. Dopo due gol segnati nel giro di pochi minuti, all’ultimo secondo i rossoblù colpiscono un palo: è su questo legno che si colloca l’inizio dell’amore profondo, mai perduto, tra De André e il Genoa.

CANTACI, O FABER, DEL CALCIO E DEL TIFO

Fabrizio De André parlava del tifo come «una sorta di fede laica, che nasce da un bisogno forse infantile, ma pur sempre umano, di identificarsi in un gruppo che ha come fine la lotta per la vittoria contro gli altri gruppi». Il tifo a favore presuppone sempre e comunque il tifo contro.

Ma chi tifa ama, perché si attacca alla squadra se in difficoltà, vuol portarla in alto se rischia di sprofondare nel baratro. Il tifo è qualcosa di altruistico, che batte sul versante del popolo più che delle caste, perché quelle le crea la società dei consumi.

E dai suoi diari si apprende che la sua indole fortemente polemica nei confronti del potere, che lo portava a schierarsi sempre dalla parte dei più umili, trova un’accezione anche in termini calcistici: Faber ce l’ha sempre avuta con tutti quei presidenti che si servivano della popolarità conferita loro dalla squadra per i propri interessi privati.

(Per intenderci, Faber, a scuola, mentre studiava le vicissitudini omeriche circa la disputa tra Troiani e Achei, ha sempre fatto il tifo per i primi.)

E per questo non poteva non essere genoano: il genoano sa amare come pochi altri, perché sa soffrire. E senza gli ultras come lui il calcio non esiste, perché gli ultras sono amore e ogni calciatore ed ogni squadra hanno bisogno d’amore. L’amore più grande è nascosto, protetto, non lo si può tradire davvero mai; è dissimulato, pubblico eppure, ossimoricamente, segreto.

La sua Zena, lui, non l’ha mai lasciata sola, perché l’amore non è mai figlio del risultato. Se la sua squadra era ultima a 0 punti e vinceva una partita, pensava subito ai punti di distacco dalla prima e non dalla penultima. Anche durante gli oltre cento giorni di prigionia, assieme alla moglie Dori Ghezzi (sfociati nella poetica, e splendida, Hotel Supramonte), la sua domanda ai rapitori, durante i weekend, era: «Cos’ha fatto il Genoa?». Perché il Genoa è amore, il Genoa è vita.

E forse non è un caso che Fabrizio si sia innamorato del Genoa proprio in una partita contro il Torino. Genoa contro Torino, la gente sanguigna contro le corazzate e i governi, la gente sanguigna contro lo Stato Sabaudo: ennesimo atto dell’eterna sfida tra umili e potenti. Tra emarginati e razzisti. Tra oppressi e oppressori.

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