Lettera a un bambino mai nato: uno struggente monologo di Oriana Fallaci

Oriana Fallaci è da sempre una delle scrittrici e giornaliste più amate, affascinati ma anche discusse dei nostri tempi. Fu la prima donna italiana ad andare al fronte in qualità di inviata speciale e con i suoi dodici libri ha venduto circa venti milioni di copie in tutto il mondo. Tra questi, emblematico e tremendamente attuale vi è “Lettera a un bambino mai nato”, un libro che vede la luce in un contesto particolare come racconterà in un’intervista la stessa autrice.

All’inizio degli anni 70’ il direttore dell’Europeo, Tommaso Giglio, commissionò alla Fallaci un’inchiesta sull’aborto. Sei mesi dopo la giornalista tornò con un libro, scelta che direttore non le perdonò subito. Il tema deve essere stato molto caro alla scrittrice tenendo conto che si presume si sia ispirata ad un episodio autobiografico di aborto. Nell’agosto 2015 il nipote ed erede della scrittrice fiorentina, ha rivelato di aver trovato il manoscritto originale dell’opera risalente al 1967. Da ciò si è dedotto che l’esperienza vissuta dalla Fallaci debba essere fatto risalire agli anni sessanta.

Lettera a un bambino mai nato è uno struggente monologo. La protagonista, donna di cui non si conosce né volto né nome, restando priva di qualsiasi identità, racconta la sua esperienza ricamandola di pensieri e confessioni. Le sue parole sono rivolte non solo a sé stessa ma soprattutto al bambino che porta in grembo. Il libro del resto comincia con una consapevolezza: lui, il piccolo, esiste ed è dentro di lei. Se, dunque, il titolo lascia presagire una conclusione tragica degli eventi, la lettura renderà chiaro come questo finale non sia assolutamente scontato.

La Fallaci si spoglia a tratti della durezza che spesso caratterizza il suo stile, non impone un solo punto di vista ma insinua in chi legge il seme del dubbio. E’ forse in questo particolare che ritroviamo la grandezza della sua scrittura: il lettore si immedesima con la protagonista, non importa se donna o se madre, è partecipe della sua gioia ma anche del suo dolore, dei dubbi e del rimorso.
I mesi di maternità le renderanno tangibile, attraverso il cambiamento del suo corpo, la presenza di una nuova vita e con questa consapevolezza la scrittrice dona al lettore parole di una dolcezza incondizionata.

Tuttavia la donna  approccia alla scoperta della gravidanza con lucidità, vivendola non come un dovere ma come un atto responsabile.
E’ per tale ragione che inizia a porsi domande importanti, delineandosi sullo sfondo temi e problematiche che appartengo all’etica più sofisticata. Basta volere un figlio per metterlo al mondo? E se a lui non piacesse nascere? Perché dargli la vita se essa è così difficile? Non sarebbe allora una violazione al diritto di non nascere? Perché una donna dovrebbe rinunciare alla propria libertà e al successo?
L’intero monologo diventa, quindi, un’incessante e dolorosa ricerca di una risposta. La madre lascia che sia il bambino a decidere e sarà lui a farlo.

In questa intima confessione si incastrano personaggi apparentemente marginali: Il padre del bambino, l’amica femminista, gli anziani genitori della donna incinta, il mendico ottuso, la dottoressa moderna e il datore di lavoro. In realtà questi non sono altro che immagini di spaccati di vita, attraverso di essi possiamo capire le paure, i dubbi e la rabbia di una donna lasciata sola di fronte a una delle esperienze più difficili della sua vita. Eppure saranno proprio loro i testimoni chiamati a pronunciarsi in tribunale, scenografia di un sogno inquietante dove la coscienza di lei è messa alla gogna, dove sarà presente anche il suo bambino, ma adulto, a giudicare la scelta di una donna, come se non avesse sofferto abbastanza.

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