“Elvira”, o l’elogio della tenerezza di Toni Servillo

Quello che è probabilmente il miglior attore italiano vivente, ha messo in scena ieri sera al Teatro Bellini di Napoli una lezione in sette tempi che solo all’apparenza era una lezione sul teatro, sulla recitazione, ed è stata invece, e in profondità, una lezione sull’essere umano, e sulla vita.

Una lezione sopra e sotto le tavole del palcoscenico, come infatti succede concretamente ai suoi personaggi che salgono e scendono dal palco, si siedono in platea e camminano fino alla ribalta, fin dove deve arrivare il sentimento di chi recita, come ricorda Toni Servillo nei panni di Louis Jouvet.

Louis Jouvet, nel 1940, tenne quelle stesse sette lezioni al Conservatorio di Parigi, tutte incentrate sul monologo di Donna Elvira nel quarto atto del Don Giovanni di Moliere. Chiese poi a Charlotte Delbo di stenografare quegli insegnamenti indirizzati alla sua discepola, Claudia, e ad altri due attori diplomandi, Octave (che avrebbe dovuto interpretare Don Giovanni) e Léon (Sganarello) che poi, nel 1986, Brigitte Jacques trasformò in un testo teatrale, ora ripreso con inaudita potenza da Servillo.

Servillo nel ruolo di Jouvet e Petra Valentini, nel ruolo di Claudia nel ruolo di Donna Elvira danno vita ad un teatro delle bambole russe, al cui centro, così difficile da raggiungere, si trova il sentimento. Non un sentimento qualunque, però: la tenerezza. È con tenerezza che bisogna accostarsi al teatro, ai personaggi che lo abitano, alla vita (perché cos’è il teatro, se non una necessità della vita? “L’attore è qualcuno che dice qualcosa nonostante sé stesso”)

Una tenerezza, però, che si esprime con violenza, ad ondate, è una tenerezza che deve smuovere l’attore strappandogli tutto di dosso, tutto tranne quella stessa tenerezza, tutto tranne il sentimento.

Il teatro scortica, sembra dire Jouvet per bocca di Servillo, spoglia della stessa pelle, sennò è solo tecnica, e la tecnica da sola non commuove. Invece la recitazione, quella vera, deve essere quasi insopportabile, per chi parla e per chi ascolta, il pubblico.

L’insopportabile di cui parla l’Elvira mi sembra allora quell’insopportabile magnetico, morboso, della gente che rallenta per guardare un incidente, o di chi resterebbe a guardare, con imbarazzo ma senza poter abbassare lo sguardo, una donna nuda nel mezzo di una strada. È quella donna nuda, quell’incidente, è l’attore stesso scisso tra il proprio orgoglio e il proprio esibizionismo (“resto?”, “mi copro?”, “cosa pensano…?”).

Claudia non riesce a stare dentro Donna Elvira, non riesce a stare dentro il sentimento perché ne ha imbarazzo, perché per strapparsi tutto di dosso e lasciare solo la tenerezza dell’interpretazione bisogna mostrare una vulnerabilità innaturale, come quando si ama e non c’è più nulla da fare: recitare, come amare, è esporsi anche al pericolo di risultare un po’ ridicoli. Quello che il professor Jouvet ripete, con mille parole e una sola intenzione, è che non ha alcuna importanza: che guardino, gli daremo uno spettacolo unico.

E noi, il pubblico, per una volta siamo davvero autorizzati a guardare. Non lo spettacolo, ma l’attore prima dello spettacolo, la vita prima del teatro, o al posto del teatro, o la vita-teatro. Siamo davvero dei voyeur, ma non spiamo dal buco della serratura, la porta è spalancata, siamo invitati ad affacciarci anche se rimane intatta quella sensazione di intrusione un po’ imbarazzata di chi si trova nel mezzo di un litigio tra amanti, o davanti ad un incidente, o davanti ad una donna nuda, e bellissima.

Ed io… io ho amato Toni Servillo e la sua Elvira con un “amore purissimo, slegato dal terreno commercio dei sensi”.

Marzia Figliolia

Marzia Figliolia

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