“Van Gogh, Sulla soglia dell’eternità”: tra buio e luce

“È una sorta di composit molto personale, c’è parte di Julian, parte di me, parte di Van Gogh, parte di Benoît Delhomme, il direttore della fotografia. La storia, il punto di vista si sono sviluppati davvero mentre giravamo, attraverso un approccio esperienziale, credo che nessuno lo avesse necessariamente programmato” «Ci siamo immersi nella natura, che tra Arles e Auvers-sur-Oise – a un’ora da Parigi – è vivissima. A volte finivamo molto presto e al pomeriggio avevamo ancora tempo… andavamo a dipingere, riprendevamo gli alberi, passeggiavamo nei campi. La musica era nel vento.“.
Willem Dafoe, tirando fuori il suo sorriso un po’ sghembo al ricordo delle riprese [questo è uno stralcio di intervista rilasciata a Rolling Stone].

Di cosa parlo?
Dal 3 di Gennaio, i nostri cinema saranno invasi da una ventata di colore, e la finestra bianca, enorme, sui cui si proiettano i fotogrammi delle pellicole, si aprirà ora su scenari sorprendenti; non saranno più i nostri occhi a vedere, ma quelli di Vincent Van Gogh, prestati per l’occasione per un paio di ore al massimo, che saranno sufficienti a farci perdere nel post-impressionismo, sulla soglia dell’eternità.
Oggi voglio raccontarvi del perchè dovreste vederlo.

 

“Questo film non è una biografia, ma la mia versione della storia. È un film sulla pittura e un pittore e la loro relazione”, ha dichiarato il regista Julian Schnabel in occasione della settantacinquesima Mostra d’arte Cinematografica di Venezia, dove è stato proiettato in anteprima Van Gogh.
lo stesso Schnabel è un pittore. E lo si evince anche dall’approccio con cui ha deciso di realizzare il film dedicato a Vincent van Gogh : non una noiosa biografia che segue letteralmente la vita e le parole dell’artista, perché un simile proposito “sarebbe stato assurdo”, data la notorietà della vita dell’artista olandese, come ha affermato Jean-Claude Carrière, che si è occupato della sceneggiatura in collaborazione con Louise Kugelberg . È un racconto che si affianca alle biografie e alle leggende che hanno per protagonista Van Gogh e alle lettere che l’artista stesso ha scritto durante la sua esistenza al fratello Theo, con il quale ha avuto un rapporto viscerale, come è noto a tutti e come è ben percepibile dal film di Schnabel. Vengono quindi analizzate, dal principio al termine della pellicola, la forte passione e la dedizione che Van Gogh ha avuto per la pittura, nonostante i vari trasferimenti dell’artista e la malattia che lo ha colpito. Le scene sono state perciò costruite su un’ovvia base di realtà, ma si tratta, come detto, di un approccio nuovo per quanto riguarda la regia e la sceneggiatura di un film su un artista: lo spettatore vedrà situazioni nelle quali van Gogh avrebbe potuto trovarsi e sentirà parole che avrebbe potuto dire, ma di cui non si hanno testimonianze storiche.

L’unico modo di descrivere un’opera d’arte è fare un’opera d’arte”,

dice il regista stesso. E così la macchina da presa è essa stessa un pennello, cercando di trasmettere e indagare “la visione”: il rapporto tra ambiente circostante ed essere umano (Van Gogh), attraverso la ricezione dei paesaggi, della natura e della luce.
Ci sono moltissime parti di questo film che sono in silenzio e moltissime parti narrate in prima persona. È come se non stessimo guardando un film su Van Gogh, ma come se fossimo Van Gogh, e questo lo trovo meraviglioso.

Una vita tra fatica e passione

 

Nel film segue il flusso di coscienza dell’artista, il suo percorso che rasenta la follia, da cui entra ed esce, inframezzato dagli eventi salienti che hanno puntellato la sua biografia: vengono raccontati gli anni trascorsi nel sud della Francia, il suo rapporto con Paul Gauguin, quello con il fratello Theo, le sue ripetute permanenze in manicomio, in compagnia della sua esigenza di dipingere sempre, comunque e nonostante tutto
“Dipingo perchè così smetto di pensare e penso di essere parte di qualcosa, fuori e dentro di me”.

Lo stesso titolo scelto, Sulla soglia dell’eternità, sottolinea lo stato complicato dell’artista: una vita trascorsa per la pittura, ma che incontra vari tipi di difficoltà, dalle problematicità nell’instaurare rapporti interpersonali, al desiderio di cambiare luoghi e paesaggi, alle vere e proprie derisioni da parte delle altre persone, alla malattia con la quale l’artista si è trovato a combattere negli ultimi anni della sua vita e che lo porterà al ricovero in un istituto psichiatrico. Un’esistenza caratterizzata da fatica e passione che verrà ricompensata solamente dopo la morte dell’artista, quando la sua arte inizierà a essere considerata e apprezzata. Emblematico è il finale che è stato pensato dal regista e dagli sceneggiatori, nel quale è ben dichiarata questa “soglia dell’eternità” dal punto di vista artistico e biografico, ma non aggiungo altro per non anticiparvi la conclusione.

Cast:

Willem Dafoe: Vincent Van Gogh
Rupert Friend: Theo Van Gogh
Oscar Isaac: Paul Gauguin
Mathieu Amalric: Dr. Paul Gachet
Emmanuelle Seigner: Madame Ginoux
Stella Schnabel: Gabby
Mads Mikkelsen: Il prete
Alan Aubert: Albert Aurier

 

 

L’interpretazione di Willem Dafoe nei panni di Van Gogh, è fantastica: l’attore è celebre per aver collaborato con la maggior parte dei più grandi registi del cinema moderno e per aver partecipato a numerosi progetti e produzioni hollywoodiane; ha inoltre ottenuto tre candidature agli Oscar come miglior attore non protagonista e candidature ai Golden Globe, oltre ad aver ricevuto molti premi cinematografici. Per il suo van Gogh è stato premiato alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi come Miglior attore ed è candidato ai Golden Globe 2019 come Miglior attore in un film drammatico. Dafoe è stato fortemente voluto da Schnabel per questo ruolo, perché la sua fisicità, la sua immaginazione e la sua curiosità nell’approfondire il personaggio da interpretare sembravano perfette. E in effetti, guardando il film, si ha proprio l’impressione di trovarsi di fronte a van Gogh stesso, tanto è adatto quel ruolo per l’attore. Ci si chiede inoltre se Dafoe abbia dipinto veramente i quadri che si vedono realizzare nel corso della pellicola: ed ebbene sì, l’attore ha dovuto prendere lezioni di pittura dal regista, poiché quest’ultimo intendeva dare vita sullo schermo a qualcosa di concreto e di emotivo, sensazione che sarebbe stata nettamente differente se invece di dipingere veramente, Dafoe avesse imitato semplicemente i movimenti del pennello sulla tela.
Nel superlativo cast sono presenti anche Rupert Friend nei panni di Theo Van Gogh, fratello dell’artista, Oscar Isaac che interpreta Paul Gauguin.  Il film si concentra sugli ultimi anni di vita di van Gogh, ovvero dal 1888 al 1890, anno della sua prematura scomparsa all’età di soli trentasette anni. La pellicola prende infatti le mosse dalla decisione dell’artista di abbandonare il freddo e piovoso clima parigino, città in cui si era trasferito dal febbraio 1886 e dove viveva con il fratello Theo, per spostarsi nell’area meridionale della Francia, in Provenza: l’artista stava cercando una nuova luce. Qui, avrebbe potuto realizzare quadri luminosi, dipinti alla luce del sole e avrebbe raffigurato la sterminata natura che caratterizzava quei luoghi.

La natura

 

La natura è uno degli aspetti più significativi della vita dell’artista: il paese che gli aveva dato i natali, Zundert, era all’epoca una distesa incolta di paludi e brughiera, un borgo rurale dove l’attività principale era l’agricoltura ed erano questi elementi naturalistici che van Gogh ricercava anche nei suoi spostamenti, poiché gli ricordavano le sue origini e la sua infanzia. Giunto a Parigi, si era stabilito con il fratello a Montmartre, zona della città in cui c’erano piccoli appezzamenti di terreno coltivati a orto e che facevano sentire all’artista una certa aria di casa. Tuttavia, al contrario di quanto previsto, arrivato in Provenza, ad Arles, aveva trovato un inverno rigido con neve copiosa, ma l’inizio della primavera aveva cambiato interamente il paesaggio: i frutteti in fiore e i vasti campi di grano avevano risvegliato in van Gogh quel legame con la natura tanto atteso. Faceva lunghe passeggiateper i campi, tra il grano che gli accarezzava il viso: andava alla ricerca di punti panoramici per fermarsi a dipingere direttamente sulla tela, bardato con il suo cappello di paglia, i vestiti trasandati e sulla schiena la sua attrezzatura per dipingere; oltre al cavalletto, portava anche una cornice prospettica. Significativa nel film è la scena in cui dopo aver camminato instancabilmente tra i campi gialli di grano, con il sorriso stampato sul viso e le braccia aperte per assorbire tutta quella natura, si sdraia sulla terra e si sporca la faccia con quest’ultima: un modo per sentire pienamente il contatto con la terra.

La pittura è per l’artista, una sorta di terapia. Gli anni su cui il film si concentra sono pertanto quelli più ricchi di spunti dal punto vista cinematografico. Una successione di scene cariche di pathos che induce lo spettatore a non perdere il filo della narrazione per l’intera durata del film. È un’opera cinematografica drammatica e commovente che guarda all’interiorità dell’artista. Forse, ciò che colpisce maggiormente è la contrapposizione creata tra le fragilità di Van Gogh sotto il punto di vista umano e la grande forza dello stesso artista nel portare avanti la sua arte con dedizione e passione, nonostante le avversità. E credo che sia proprio questo ciò che il regista abbia desiderato pienamente trasmettere al suo pubblico. “Penso solo al mio rapporto con l’eternità. Il mio dono al mondo è la mia pittura”, dichiara l’artista quasi al termine della sua vita. Una previsione divenuta effettivamente realtà.

5 dipinti di Vincent Van Gogh che compaiono nel film

1. Girasoli

 

Probabilmente l’opera più famosa che si vede nel film, i Girasoli compaiono nella versione dipinta ad Arles nel gennaio del 1889 e attualmente conservata al Van Gogh Museum di Amsterdam. Sono cinque i dipinti aventi per soggetto i girasoli nel vaso che si trovano in collezioni pubbliche (oltre a quello di Amsterdam, se ne conservano uno al Philadelphia Museum of Art, uno alla National Gallery di Londra, uno al Sompo Japan Museum of Art di Tokyo e uno alla Neue Pinakothek di Monaco di Baviera), e oltre a questi ne esiste uno in collezione privata, e un settimo, un tempo in Giappone, è andato distrutto nell’agosto del 1945 durante gli attacchi aerei statunitensi contro i giapponesi nel corso della seconda guerra mondiale. Van Gogh dipinse i suoi girasoli utilizzando esclusivamente varie nunance di giallo, per dimostrare come sia possibile creare opere d’arte anche soltanto con un unico colore senza perdere in intensità. Sappiamo inoltre che i girasoli, che l’artista dipinse per decorare la casa che aveva preso in affitto ad Arles (nel film, infatti, van Gogh è colto nell’atto d’appendere a una parete l’opera oggi ad Amsterdam) avevano un significato importante per lui: il pittore li associava infatti alla gratitudine, com’ebbe modo di scrivere nelle sue lettere. Il 22 gennaio del 1889 scrisse da Arles un messaggio all’allora ventinovenne pittore olandese Arnold Koning, suo amico, nel quale van Gogh diceva: “in tutto questo tempo ho dipinto molti studî e dipinti. Tra gli altri che ho realizzato quest’estate, due nature morte floreali con nient’altro che girasoli in un vaso di terracotta giallo. Dipinti con giallo cromo, ocra e verde Veronese, e nient’altro”.

2. Susino in fiore

(1887; olio su tela, 55,6 x 46,8 cm; Amsterdam, Van Gogh Museum)

 

il Susino in fiore del 1887, una japonaiserie (ovvero un dipinto a soggetto giapponese) che il pittore realizzò a partire da una stampa di Hiroshige del 1857, il Giardino di Kameido. Van Gogh, da quando nel 1885 si era trasferito ad Anversa, aveva cominciato a collezionare stampe giapponesi: erano infatti oggetti che si potevano comperare a prezzi molto contenuti, e van Gogh fu sempre molto affascinato da tutto ciò che arrivava dall’estremo oriente, tanto che la sua decisione
di spostarsi ad Arles fu anche motivata dalla volontà di trovare in Provenza una luce simile a quella del paese del Sol Levante.

3. La notte stellata

 

 

Questa mattina ho visto la campagna dalla mia finestra molto prima che il sole sorgesse, con nient’altro che la stella del mattino, che mi sembrava molto grande. Daubigny e Rousseau l’hanno già dipinta, esprimendo tutta l’intimità e tutta la pace e la maestosità che ha, aggiungendovi un sentimento così straziante, così personale”. Così scriveva Vincent van Gogh a suo fratello Theo da Saint-Rémy-de-Provence in un giorno tra il 31 maggio e il 6 giugno del 1889: la visione che l’artista descrive nella missiva è quella che avrebbe dato vita a uno dei suoi capolavori più celebri, La notte stellata. La “stella del mattino” a cui si riferisce è il pianeta Venere, che è particolarmente brillante sul far del mattino negli ultimi giorni di maggio: nell’opera, Venere è l’astro che brilla di luce biancastra in basso, vicino all’alto cipresso che divide la composizione.

4. Paesaggio innevato

(1888; olio su tela, 38,2 x 46,2 cm; New York, Solomon R. Guggenheim Museum)

 

In una delle scene iniziali di Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità, vediamo il cosiddetto Paesaggio innevato che l’artista realizzò ad Arles nel febbraio del 1888, poco dopo il suo arrivo. La prima impressione che l’artista ebbe con la cittadina della Camargue non fu felice: van Gogh infatti vi arrivò in pieno inverno e trovò la Provenza innevata, contrariamente alle sue aspettative (anche se poi, con l’arrivo della primavera, la sua attitudine cambiò, non appena ebbe modo d’apprezzare la luce mediterranea della regione). Il gelido inverno di quell’anno non impedì comunque all’artista olandese di esprimere la propria creatività, e appena giunto ad Arles realizzò questo dipinto, oggi uno dei suoi più celebri.

5. Oleandri

(1888; olio su tela, 60,3 x 73,7 cm; New York, The Metropolitan Museum of Art)

 

Gli Oleandri oggi al Metropolitan di New York sono protagonisti di uno dei più interessanti dialoghi del film, durante il quale emerge per la prima volta l’idea dell’“eternità” dell’artista di Zundert. Van Gogh si trova a dipingere in presenza di Gabby (personaggio inventato, è l’inserviente dell’hotel in cui il pittore alloggia nei primi tempi dopo il suo arrivo ad Arles, ed è interpretata dalla figlia di Julian Schnabel, Stella), e i due scambiano alcune battute sull’opera:

– I fiori, perché li dipingete?
– Non li trovate belli?
– Sono bei fiori certo. Più di come li dipingete voi.
– Credete?
– Certo.
– Forse avete ragione. Però quei fiori appassiranno e moriranno, come tutti i fiori.
– Lo so, lo sanno tutti.
– Mentre i miei resisteranno.
– Siete sicuro?
– Almeno avranno una possibilità.

E sul finale:
Perché dipingete?
– Dipingo… in realtà per smettere di pensare.
– È una specie di meditazione…
– Quando dipingo smetto di pensare.
– Pensare a cosa?
– Smetto di pensare e sento… di essere parte di qualsiasi cosa fuori e dentro di me. Volevo… così fortemente condividere ciò che vedo. Un artista.

Buona visione.

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