I Fiordalisi – Inediti di Massimo Del Prete

I Fiordalisi chiudono questo 2018 in bellezza, la bellezza della giovinezza e della poesia con questi intensi versi di Massimo Del Prete, lontani dal banale e avvolti da musicalità e fascino, egida lucente e necessaria per ogni passaggio. Deprivandosi di ogni bio e io asettico, Del Prete non teme di puntare la freccia del verso oltre se stesso, in direzione di una metapoesia generativa in cui la prorompenza del poter essere si acquieta nella calibrazione della parola.

Buona lettura e che sia un 2019 all’altezza di quello che siamo!

 

Su un quadro di Raffaele Marturano

 

ecco l’angel di Dio: piega le mani

Pur., II 29

 

Gli sciamani che a te giunsero
prima di me, angelo astronauta,
dimostrarono un’intuizione magica dei fatti
cercarono le fonti della vita
ballando ad occhi chiusi dentro il sogno.
Ma non io, l’estremo tra i miei simili,
non io che vengo ad accusarti
di fecondare i mondi del tuo seme

e dopo ripartire
smemorando di te i tuoi figli orfani.
Da allora, fedeli alla teologia

della tua chimica per te ci trasciniamo

nell’inerzia della vita

per te ci consumiamo nel pensiero –

per te cerchiamo

la ragione del dolore
che orbita insieme ai tuoi elettroni.

“La tua mente mortalità non la scalfisce
e si raffina sulle spalle dei tuoi avi
ma ben più che voi gli dèi ignorano
la responsabilità delle azioni, le conseguenze
ben più che a voi agli dèi
difettò l’onniscienza
difettò l’onnipotenza”

Oggi, angelo astronauta, perdonerò
la tua viltà divina e se potrò
perdonerò la mia
che spegne questo cielo delle stelle
e gonfia a dismisura
il vuoto ottuso che ci abbraccia.

 

Le dimissioni dalla terra

Lo sguardo svanito del passante

non sa – lo vedo mentre non mi vede –

del tempo in cui l’uomo si ignorava

prima di Augusto di Assurbanipal di Cheope

quand’era albero, era bove

o flutto di oceano dissennato

non sa cos’è l’autocoscienza

il fulmine che venne a separare noi e loro

dal flusso senza inizio dei primordi

 

non sa ma sente

che oggi la vita è sforzo

sforzo di un mito scritto a ritroso

che si conosce, si pensa

si ragiona a morte

e in fuga

si ripiega e tace.

 

Ma io so, penso disperso

tra i turbini di foglie a ottobre

in punta di piedi procedendo

nello squarcio di millimetri

tra cielo e terra incomponibili

raso al muro tra le intercapedini

guardinghe, gli occhi bianchi

rovesciati tutti in dentro

 

 

e dopotutto

mi resta sempre

una speranza più semplice

dei sistemi e della storia

che tu che non hai volto

– che non sei e non dici –

tu, puoi incantarmi la coscienza

ancora, calarla nel vulcano

rifare con me il viaggio

sulle canoe dei primi giorni

ad est.

 

 

Sovraimpressioni

Un altro giorno, l’ennesimo

nel letto a rileggere Zeichen, e tu

smidollato fantasma che mi giaci accanto,

copia di me, sogno e somiglianza, tu

la sintesi minima dei miei tratti, i contorni

la linea esausta degli occhi, forse,

nient’altro

non l’ipertrofia dei miei pensieri

non la ridondanza degli atti

né la rassegnazione degli interni in penombra.

 

Il tuo mondo è questo letto male

apparecchiato, l’istantaneità degli istinti

il corpo libero dalla melassa dei versi –

il tuo mondo è lei, la donna di oggi

stupenda e distratta come sempre

e il mio stupore ferito se

alle sue seconde labbra non dici

nemmeno un settenario, le suggi

con rigore macchinale poi ti distogli

all’apice del fuoco: è lei a

inchiodarti al suolo e a strattonarti

col suo moto di beccheggio timoroso

del naufragio ed euforico di te

che la finisci in grazia con tre

stoccate al cuore ed un affondo.

 

Mi guardi come chi umiliando insegna

quando ti beve nella forma della tua

sublimazione più profonda

e poi sei licenziato: la tua

liquidazione è tutto quello che chiedevi.

 

Una correzione

Il sommelier cantando un dolceacqua

intonò ‘complesso in sottrazione’.

La metafora vinicola – adesso so –

agganciò il mondo sottopelle per effonderlo:

così le labbra

un centimetro discoste, lo sguardo scintillato

di futuro fuoco, l’allegria del sogno

infranto che il mattino ridarà

in miracolo di gioia.

 

C’è un’antica idea di eterno che

supera la stasi se passa per rare

suggestioni, in povere parole brevi e piene

sottratte al medesimo abuso di

silenzio e logorrea.

Nel mondo sempre sordo resta attento:

la nube di fumo turbolenta che ti affianca

è stata poco fa un cerchio perfetto.

 

Massimo Del Prete è nato a Taranto nel 1993 ma ha sempre vissuto a Martina Franca. Dopo la maturità classica si trasferisce a Pisa dove nel 2015 consegue la laurea in Ingegneria Chimica. Subito dopo si sposta nuovamente, questa volta a Milano, dove nel 2018 si laurea in Lettere Moderne all’Università Statale. Attualmente frequenta il corso specialistico in Storia della Lingua presso la stessa università. ‘Soglie’ (Ladolfi, 2018) è la sua prima raccolta di poesia: estratti e recensioni sono apparsi sui litblog Poetarum Silva, LaRecerche, Margutte, Carteggi Letterari, Poesia Ultracontemporanea.

 

Alessandra Corbetta
(guarda anche l’uscita precedente)

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