Una lettura sotto l’albero: “Giro di vite” di Henry James

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“Ma egli si era già girato di scatto, sbarrava gli occhi, guardava ancora, senza vedere altro che la luce quieta del giorno. Sotto l’impressione di quella perdita di cui io ero tanto fiera, egli emise il grido di una creatura scagliata oltre un abisso, e l’abbraccio in cui lo strinsi avrebbe potuto veramente arrestarlo nella sua caduta”.

 

Un’insolita lettura natalizia

Un racconto mozzafiato, “raccapricciante quanto dovrebbe essenzialmente esserlo uno strano racconto in una vecchia casa la vigilia di Natale”. Definizione, quest’ultima, che basterebbe da sola a giustificare la lettura sotto l’albero del romanzo di Henry James; se aggiungiamo poi l’ideale combinazione delle decorazioni natalizie con l’estetica gotica, con vecchie case scricchiolanti e il crepitio dei ceppi nel focolare, capaci di evocare, altrettanto efficacemente, i fantasmi di James e quelli di Dickens, in una comune sintesi vittoriana di orrore ed eleganza, non si può che concordare con la folgorante introduzione di “Giro di vite” (The Turn Of The Screw), riconoscendone l’insolito gusto natalizio.

I fantasmi della mente

Il titolo dell’avvincente racconto di Henry James è un chiaro riferimento all’atroce supplizio della garrota, strumento utilizzato per l’esecuzione delle condanne a morte in Spagna tra il 1822 e il 1975. Costituito da un cerchio di ferro fissato ad un palo, che veniva stretto mediante una vite attorno al collo del condannato, fino a provocarne la morte per strangolamento, un simile strumento di morte ben si presta alla definizione metaforica di una suspense sempre più insostenibile, tale da togliere il respiro all’esasperato lettore. E’ però anche un’allusione all’azione psicologica che l’incertezza può esercitare sulla condizione mentale dell’individuo, e al modo in cui la paura può lentamente ma efficacemente distruggerne la salute. Il fratello di James, William, fu un importante scienziato attivo nel campo della psicologia, autore nel 1890 di un saggio dal titolo “I principi della psicologia”. Il suo pensiero era in linea con quello di Sigmund Freud per quanto concerne il ruolo dell’inconscio nell’attività psicologica: tale dottrina non poté che influenzare Henry James nella stesura del suo racconto. Egli riteneva che gli spettri fossero creazioni dell’immaginazione, suscitati dalla paura, convinzione che sfruttò abilmente in “Giro di vite” (1898). La storia racconta di una governante incaricata di occuparsi di due bambini in una casa di campagna. Lì comincia ad avvistare le misteriose figure di un uomo e di una donna, che si aggirano per l’enorme proprietà, apprendendo ben presto dal custode che la precedente governante e il suo amante erano morti nella casa. Convincendosi che le figure da lei avvistate siano i fantasmi dei due amanti, la governante diviene sempre più sospettosa, diffidando dei bambini che, pur negando di sapere alcunché dei fantasmi nella tenuta, sembrano tuttavia meglio informati di quanto lascino trapelare…

Interpretazioni possibili

James mira volontariamente a un senso di incompiutezza, che lasci il suo pubblico insoddisfatto al termine della lettura, incrementando così il disagio complessivo dell’opera. I lettori non sono mai pienamente sicuri che gli eventi siano veramente accaduti, o che i fantasmi siano frutto dell’immaginazione della governante. Frammenti di informazione sembrano mancare all’appello, cosicché il lettore è costretto a integrare le lacune della narrazione, in modo tale da ricostruire la vicenda secondo il suo punto di vista. L’effetto complessivo è un viaggio psicologico piuttosto inquietante. L’aspetto più seducente di “Giro di vite” sono proprio le molteplici interpretazioni a cui si presta, che questa fosse o meno l’intenzione dell’autore. Se da un lato può essere letto come una semplice storia di fantasmi, dall’altro si può riconoscere un tentativo cosciente di destabilizzare le certezze del lettore, inducendolo a porsi delle domande (se per esempio i personaggi agiscano in preda alla paura o in qualche modo controllati dagli spettri). All’epoca della pubblicazione, la celata sensazione di paura e ansia sessuale insinuata da James nel testo andò a toccare un punto sensibile nel sistema di valori del represso pubblico vittoriano. Lasciando un finale aperto, James intendeva puntualizzare come la mente possa giocare degli scherzi, quando non capisce pienamente o non riesce ad analizzare correttamente i fatti. “Giro di vite” suscita un brivido lungo la schiena perché comunica abbastanza informazioni da indurre la mente a scatenarsi, ma allo stesso tempo non fornisce abbastanza dettagli da consentirle di applicare una logica ai fatti. I fantasmi, in effetti, fanno ben poco, a parte apparire e scomparire. La loro scarsa iniziativa serve appunto a enfatizzare il ruolo iperattivo della mente della governante lungo il corso della storia. Ella diviene a tal punto ossessionata da non poter affermare con certezza di avere visto gli spettri o piuttosto di averli creati nella sua mente, in una forma di autosuggestione.

Un fascino imperituro

Grazie all’atmosfera di mistero che lo circonda, “Giro di vite” si presta bene ad adattamenti di ogni genere: cinema, tv, teatro, balletto e persino opera. Può darsi che sia proprio la sua ambiguità ad attirare tanti lettori, incoraggiandoli a dare la propria personale interpretazione a un classico della narrativa di fantasmi. Per tutto il libro, Henry James gioca col lettore, indicando quella zona inconscia della mente umana che ci induce a credere nel soprannaturale, consentendo così alla nostra psiche di giocarci scherzi. L’umanità ha sempre avuto questa tendenza a figurarsi la vita come una vera e propria entità o forza, così che, dopo la morte di qualcuno, la sua anima abbandona il corpo e continua a vivere da qualche altra parte. Non c’è da stupirsi che i racconti di fantasmi abbiano avuto una tale fortuna fino ad oggi, dal momento che si ispirano alla più atavica tra le concezioni religiose dell’umanità.

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