5 film da scoprire (o riscoprire) a Natale

Domani è la vigilia di Natale, il momento che dà il via alle vacanze che passeranno inesorabilmente tra maratone di cibo, regali indesiderati e gli auguri della zia che ogni volta si stupisce di quanto tu sia cresciuto. Il tempo a disposizione e la (relativa) tranquillità, fanno di questo periodo il momento migliore per scoprire film mai sentiti nominare o riscoprire titoli noti, magari già visti tempo addietro, di cui si ricorda soltanto vagamente la trama. Pur non volendo assolutamente disconoscere la bellezza e la funzionalità natalizia della sacra e intoccabile triade “Una poltrona per due”, “Mamma ho perso l’aereo” e “Miracolo nella 34ª strada”, ho pensato di proporvi 5 film che penso valga la pena vedere nei momenti di pausa che intercorrono tra una tombolata e una fetta di panettone inondata di crema al mascarpone.

 

Il sorpasso

 

 

Film del 1962 di Dino Risi, capolavoro del padre della “commedia all’italiana” e interpretazione magistrale di due colossi quali Gassman e Trintignant. Oltre ad essere un godibilissimo “road movie”, è uno spaccato della società italiana nel periodo del “boom economico”; un affresco di quegli anni ’60 dove sembrava che il futuro potesse essere soltanto più roseo ma cominciavano ad emergere le contraddizioni che sarebbero esplose nel decennio successivo. Si tratta di una sorta di “album dei ricordi” che mostra come eravamo a chi lo ha dimenticato o a chi (ormai i più) non ha vissuto quel momento della storia del nostro Paese. Nonostante siano passati più di cinquant’anni, i temi trattati e le riflessioni che possono scaturire dalla visione del film di Risi sono di grande attualità. I due protagonisti Bruno e Roberto sono figure allegoriche opposte che rappresentano vizi e virtù che in percentuale diversa sono presenti in tutti quanti, sta a noi imparare a bilanciarle: non si può essere solo frivoli, allegri, spensierati e caciaroni, ma neanche unicamente riflessivi, quieti, prudenti e timidi.

 

C’eravamo tanto amati

 

 

Film del 1974 diretto dal grande Ettore Scola. Anche in questo caso basta leggere i nomi degli attori per capire che siamo di fronte al meglio del cinema italiano di quegli anni (e non solo): Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores, Giovanna Ralli e Aldo Fabrizi.

Nuovamente trattiamo di un film che è una cartolina di parte della storia d’Italia, uno spaccato che parte dalla seconda guerra mondiale per arrivare agli anni ’70. Il film mette in scena le vite intrecciate di tre amici che condividono un’esperienza fondamentale come quella della Resistenza, per poi prendere tre strade completamente diverse. Tre caratteri che determinano tre destini i quali, a più riprese, si avvicinano, si toccano, si sovrappongono per poi allontanarsi in modo più o meno definitivo. Successi e insuccessi, gioie e dolori, illusioni e disillusioni: una riflessione sulla vita e sui rapporti umani di inestimabile valore.

 

Qualcuno volò sul nido del cuculo

 

 

Film del 1975 che certamente non si scopra ora. Stiamo parlando, infatti, di uno dei capisaldi del cinema mondiale (giusto per intenderci, questi sono gli Oscar vinti: miglior film a Michael Douglas e Saul Zaentz; miglior regia a Miloš Forman, miglior attore protagonista a Jack Nicholson, miglior attrice protagonista a Louise Fletcher, migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman).

Nella storia del criminale Randle Patrick McMurphy, tenuto sotto osservazione in un ospedale psichiatrico, si cela tutto il portato ideologico della fine degli anni ’60 e del decennio successivo (da questo punto di vista è significativo che il regista sia uno degli esuli cecoslovacchi costretti a scappare dopo la “primavera di Praga”). La ribellione, l’antiautoritarismo, la rottura delle regole e delle convenzioni sono i mezzi attraverso i quali il protagonista convince gli ultimi a riprendersi la loro dignità in barba a chi li ha rinchiusi in quel lazzaretto sociale chiamato manicomio. In Italia sono gli anni di Basaglia e della legge (1978) che porta il suo nome, gli anni degli “indiani metropolitani” e dell’esplosione della controcultura.

Un film da riscoprire in tempi in cui si assiste, da una parte, all’accelerazione di un processo che potremmo definire di omologazione culturale e di pensiero e, dall’altra, alla perdita dei passi in avanti fatti dalla nostra civilità in termini di accettazione del diverso, tolleranza ed empatia verso le sofferenze dei nostri simili.

 

Gli spietati

 

 

Western del 1992 diretto da Clint Eastwood. Trattandosi di un film ambientato nel mitico “West”, a chi pensate che il vecchio Clint abbia affidato la parte del protagonista? Ovviamente a se stesso. Insieme a lui Morgan Freeman, suo compagno di avventura nella storia, e Gene Hackman, antagonista da premio Oscar (miglior attore non protagonista).

Gli anni ’90 sono lontani dall’epoca d’oro dei film western e, infatti, questo possiamo definirlo come un western sui generis. Eastwood mette da parte le sparatorie e gli inseguimenti a cavallo per concentrarsi sull’interiorità e le contraddizioni di un uomo tormentato dal suo passato. L’ex fuorilegge William Munny ha deciso di cambiare vita grazie all’amore dei suoi figli e della moglie, morta prematuramente di vaiolo. Nonostante abbia rinnegato l’uomo che era, le circostanze lo costringeranno a far riemergere i demoni del passato, con tutte le contraddizioni e le conseguenze del caso. Nella vita dell’ assassino “redento”, ognuno può trovare qualcosa della propria storia personale. Tutti dobbiamo prima o dopo fare i conti con noi stessi e col nostro passato, con quello che eravamo e con quello che siamo. Anche se il tempo passa e le persone cambiano, prima o poi il passato torna a bussare alla nostra porta, riaprendo spesso ferite che credevamo rimarginate.

 

Primavera estate autunno inverno… e ancora primavera

 

 

Questo film, probabilmente, lo conoscerà una persona su venti tra quelle che leggeranno l’articolo e, perciò, può essere considerato l’unico della lista davvero “da scoprire”.

Pellicola del 2003 diretta dal regista coreano Kim Ki-duk. È un film prettamente filosofico, ambientato in un eremo situato nel mezzo di un lago contornato da verdi colline. I 103 minuti di durata sono divisi per stagione, la cui alternanza scandisce le fasi della vita di un ragazzo e del suo maestro, un monaco buddista con cui il giovane vive isolato dal resto del mondo. Di questo film stupisce l’estrema delicatezza e l’abissale profondità delle riflessioni che emergono dai molti simboli e allegorie. Nonostante possa sembrare “statico”, dato che l’eremo è la quinta immutabile che fa da sfondo all’intera storia, il film racconta l’intero percorso di un’anima che affronta la complessità della vita. Amore, gioia, dolore, accettazione e superamento di quest’ultimo sono raccontati in modo circolare come circolare è l’alternanza delle stagioni. Utile compendio spirituale per comprendere ciò che spesso la vita rende incomprensibile.

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