“Musicanti”: le interviste ai protagonisti

Musicanti Pino Daniele

Un omaggio sentito, rispettoso, ma ricco di energia e passione. Vi abbiamo raccontato “Musicanti” la scorsa settimana, con una recensione che trovate qui, adesso è il momento di lasciare la parola ai protagonisti.

MUSICANTI: ALESSANDRO D’AURIA È “ANTONIO”

“Il personaggio di Antonio è stato dall’inizio molto complicato perché ha un passato molto burrascoso, tra un’ infanzia vissuta senza i genitori e una giovinezza passata tra le mille domande e gli infiniti dubbi. Non è stato per niente facile imparare a conoscerlo. Diciamo che si divide tra un primo atto dove si vede il suo lato ombroso e diffidente, ma che in fondo non gli appartiene, e un secondo atto dove grazie agli incontri che fa si innamora di nuovo di se stesso, della sua dolcezza e della sua timidezza. Mi piace immaginarlo come un romantico ribelle. Ho pensato infatti in alcune sfumature a Jim Morrison e al suo lato indiano, un po’ come lo era Pino e come lo è anche Alessandro”, racconta Alessandro.

Antonio è un personaggio che da Torino torna a Napoli per raccogliere l’eredità del padre, ed il suo rapporto con Napoli inizialmente è abbastanza complicato. Qual è il rapporto di Alessandro D’Auria con la città di Napoli? Vuoi raccontarci le emozioni della prima esibizione davanti al pubblico partenopeo?

“Sono diciamo un “Lazzaro felice” da circa 10 anni e ritorno a Napoli spesso, con grande affetto e amore per questa città che, per quanto possa girarla, per quanto possa scontrarti o affidarti a lei, non si fa afferrare. Forse è questa la sua meraviglia, hai sempre desiderio di conoscerla meglio, come una donna che ami per tutta la vita ma a cui non riesci mai a dare un bacio. Il debutto invece è stato il contrario, è stato baciare per la prima volta la donna della tua vita davanti a tutti”.

Progetti futuri di Alessandro D’Auria?

“Sicuramente far crescere e portare questo spettacolo e la musica di Pino Daniele in tutto il mondo. Ci stiamo rendendo conto che le persone vivono forti emozioni ed e quindi doveroso per noi donarle a più gente possibile. Poi perché no, sogno la televisione ma soprattutto collaborare con grandi artisti.

MUSICANTI: NOEMI SMORRA È “ANNA”

Sono partita dalle canzoni che le sono state affidate dagli autori. Dopo molti e ripetuti ascolti, si è iniziata ad aprire la porta dell’immaginazione. In linea generale posso dire di non assomigliarle molto, è stata una bella sfida artistica per me, io sono meno impulsiva, forse più fortunata; con Anna i veri punti di contatto sono la passione per la musica e la determinazione nel portare avanti il suo messaggio artistico“, spiega Noemi Smorra ai nostri microfoni.

Le canzoni di Pino Daniele rappresentano la colonna sonora del musical, ma anche della vita di chi lo ha amato. C’è un ricordo particolare della Sua vita, legato a una canzone di Pino Daniele, che vuole raccontare ai nostri lettori?

“Mio padre consumava le musicassette di Pino Daniele durante i nostri viaggi in macchina. Uno dei primi ricordi che ho di lui risale a quando avevo più o meno quattro anni e andavo all’asilo, papà metteva su la canzone Terra Mia, io iniziavo a piangere, mi piaceva così tanto”.

“È con l’arte, la cultura, la musica che possiamo essere liberi”, urla Anna al momento dell’occupazione del Uéman. Quanto può essere importante, secondo Lei, il ruolo della musica in chiave sociale?

“Quello che hai citato è uno dei momenti dello spettacolo di maggior coinvolgimento emotivo per me. Il ruolo della musica in chiave sociale è fondamentale perché la musica è la più grande ed immediata forma di comunicazione che l’essere umano abbia mai praticato. I luoghi della musica sono luoghi dove la gente sogna e si apre alla vita, sono sacri e perciò vanno tutelati, che siano essi club, teatri, strade, piazze, stadi o stazioni”.

In campo teatrale, Lei ha preso parte anche a “La Divina Commedia”, in cui ha interpretato Pia de’ Tolomei, e poi a “I Promessi Sposi”, nei panni di Lucia Mondella. Che esperienza è stata, per Lei, portare in scena due dei massimi capolavori letterari italiani? C’è un insegnamento particolare che ha tratto da queste due esperienze teatrali di cui vuole parlarci?

“Ho amato molto entrambi i ruoli e gli spettacoli. Le opere già facevano parte del mio bagaglio culturale, perché al liceo avevo avuto un’insegnante che faceva il suo mestiere con ardore, sapeva leggere e comunicare con noi adolescenti.

Una volta ricevuti i copioni e le musiche originali, ho da subito sentito l’urgenza di dover gettare un ponte fra passato e presente, di dover rompere l’iconografia da tutti noi assimilata negli anni per rendere le due donne tangibili, umane nel senso più autentico del termine e così è cominciata la ricerca e la costruzione dei due personaggi. Sono state due compagnie eccezionali. Sarà sempre vivo il ricordo dell’affetto e della stima del pubblico che abbiamo incontrato in tante tournée e soprattutto l’entusiasmo che si evinceva nei messaggi ricevuti dai più giovani, la loro passione è stato il più grande dei regali”.

MUSICANTI: PIETRO PIGNATELLI È “DUMMI'”

Generalmente tendiamo a cambiare noi stessi o per ispirazione o per disperazione. Nel caso di Dummì sono state fondamentali entrambe!

Nello specifico è stato un artista di strada, incontrato la scorsa estate all’estero, ad aiutarmi involontariamente. Quasi ogni sera assistevo a un suo spettacolino. Cordiale con tutti, bravo nella sua arte di prestidigitazione, ma dopo aver raccolto i soldi al cappello, cambiava faccia e i suoi pensieri inevitabilmente venivano a galla. Parlava da solo ed era così incazzato e disperato che faceva paura.

L’ho catturato nella mia mente e l’ho potato con me alle prove. Ed eccomi qui… a far rivivere questa folle disperazione ogni sera per il nostro amato pubblico“, racconta Pietro Pignatelli.

C’è un ricordo particolare della tua vita, legato a una canzone di Pino Daniele, che vuoi raccontarci?

Pino Daniele, come per ogni buon napoletano che si senta tale, ha raccontato un po’ anche la mia vita, soprattutto la mia adolescenza: ha scritto per me canzoni “necessarie”. Ha musicato i miei momenti di crisi esistenziale. E partecipava alle nostre lunghissime chiacchierate notturne in macchina con gli amici. Ma un ricordo indelebile ce l’ho: mi presi una bella cotta (non corrisposta) per una ragazza e inevitabilmente legai l’immagine del suo viso e dei suoi movimenti ad un disco del 1988, che era “Schizzichea with love”. C’era in particolare il brano “Jesce juorno” che ascoltavo ripetutamente e più che consolarmi, mi torturava ancor di più. Ma quella appucundria in fondo quanto mi piaceva!

Dummì, nel corso della narrazione, decide di ribellarsi – e ciò si evidenzia sulle note di “Je so’ pazzo”. C’è chi crede che ci sia bisogno di un Masaniello e chi, invece, sostiene che gli eroi non abbiano mai fatto le fortune del tessuto sociale. Secondo te, di cosa ha bisogno Napoli per mettersi alle spalle i suoi spettri e ripartire?

Mi fa piacere che l’idea drammaturgica che sottende il brano “Je so pazzo” all’interno dello spettacolo, sia chiaramente visto come il momento della ribellione. Dummì che dice basta al suo strozzino. E Napoli che partecipa al suo canto di rabbia e dolore, nei gesti del coro (il corpo di ballo) e nella partecipazione attiva degli spettatori che diventano un tutt’uno con Dummì, come a volersi liberare anch’essi dai propri grandi conflitti, attraverso la rievocazione degli eventi responsabili del loro status sociale. Ma Napoli non può e non deve mettersi alle spalle il suo passato. Deve guardare ai suoi errori costantemente e decidere di porre fine a questa condotta che non ha pochi responsabili. Perché se o’ malamente agisce inosservato, la colpa è di tutti quelli che lo stanno solo a guardare. E dei poveri Masanielli son pieni i cimiteri ahimè.

MUSICANTI: ENZO CASERTANO È “TATA’ “

“Tatà credevo fosse un personaggio abbastanza facile da delineare – racconta Enzo Casertano. All’inizio ho cercato di ispirarmi un po’ ad alcuni impresari di spettacolo che sono sempre incasinati, si dimenano tra assegni da coprire e serate da organizzare, ma con una grande passione per il loro lavoro, andando avanti con le prove ho scavato nel mio passato di commedia dell’arte, di Teatro classico napoletano, ed ho costruito una maschera umana, spero divertente, che si ispira a tutti i grandi comici napoletani del passato, noi attori contemporanei non possiamo prescindere da chi ci ha preceduti, in ogni tempo, in ogni battuta c’è qualcosa di loro ed è bello portare avanti la nostra tradizione teatrale. 

In Tatà mi rivedo sicuramente nella sua autoironia, nella sua umanità verso gli altri e nella passione per il lavoro, il fisico e i movimenti dinoccolati che ho anche nella vita e per il resto, lo so che vorresti sapere se sono “cacasotto” come il mio personaggio, diciamo che cerco di evitare pericoli inutili (ride, ndr)”.

Le canzoni di Pino Daniele rappresentano la colonna sonora del musical, ma anche della vita di chi lo ha amato. C’è un ricordo particolare della Sua vita, legato a una canzone di Pino Daniele, che vuole raccontare ai nostri lettori?

Ricordo le lunghe passeggiate con un mio compagno di scuola ai tempi delle superiori, era il periodo dell’album “Ferryboat” si parlava di ragazze di innamoramenti giovanili, ci facevamo forza per capire cosa fosse l’amore e dove sarebbe andata la nostra vita, e le note che ci accompagnavano nei nostri attualmente obsoleti walkman erano quelle di “Sarà”, “Che ore so”, “O Tiempo vola”, tra l’altro ho citato canzoni che non cantiamo in Musicanti, di quell’LP c’è solo la splendida interpretazione di “Quaccosa” del mio nemico in scena, ma amico nella vita, e grande artista Leandro Amato. Consentimi un rigo di fuori traccia per salutare tutto il cast, fenomeni sul palco e nella vita, siamo molto uniti, ci vogliamo bene e il pubblico credo che lo avverta. Questo è solo un aneddoto ma avrei tantissimi pezzi di vita scanditi dalla musica di Pino da raccontare, perché non si poteva non ascoltare ogni vecchio e nuovo disco, un appuntamento immancabile.

Tatà è il direttore del Uèman. Oggi, spazi in cui poter promuovere musica dal vivo sono sempre meno. Quanto sarebbe importante, per un artista che vuole emergere senza passare per i talent show, avere spazi in cui suonare o esibirsi?

I giovani oggi hanno un grande mezzo di comunicazione che è internet. Far conoscere il proprio talento è più facile che in passato, i talent sono un fenomeno mediatico, un programma tv che può distruggerti o farti diventare una star, ma lo trovo molto pericoloso psicologicamente. Gli artisti sono sensibili e sono abituati ai famosi “no”, ma non davanti a migliaia di persone. Ecco, non sono contrario, ma bisogna essere forti e capire poi cosa fare dopo e non fermarsi li. Preferisco chi tenta su youtube, al limite non ti vede nessuno e amen, in tv è un massacro. Naturalmente sarebbe bello che i ragazzi cercassero anche degli spazi fisici classici dove provare i loro pezzi live, farsi il proprio pubblico e tentare di crescere anche così, ma non vorrei essere retorico perché il mondo va avanti e poi è troppo “da vecchio” dire era meglio prima, no?

In campo teatrale, Lei ha preso parte anche a “Questi fantasmi”, “Chi è ‘cchiù felice e me”, “Non ti pago”, “Mia famiglia”. Che esperienza è stata, per Lei, riportare in scena le commedie di Eduardo De Filippo? C’è un insegnamento particolare che ha tratto dai Suoi testi teatrali di cui vuole parlarci?

Per quanto riguarda il grande Eduardo, lo uso sempre come esempio quando affronto un testo contemporaneo. La recitazione è una cosa personalissima, in molti testi le battute devono per forza di cose essere cambiate, il testo scritto non è quasi mai quello che si va a recitare, alcune battute non sembrano stare bene “in bocca” a quel personaggio e l’attore interviene proponendo alternative più o meno accettate da autore e regia, ma poi si trova un compromesso. Tutto questo affrontando un testo di Eduardo non mi è mai accaduto, le parole sono giuste per tutti i personaggi, anche i respiri sono scritti bene, Eduardo lo puoi recitare così com’è scritto ed è tutto fluido, vero, niente fronzoli, ridondanze, luoghi comuni, nelle sue parole c’è la vita reale.

Progetti futuri di Enzo Casertano?

Continuo il tour con Musicanti e mi godo questa esperienza di clamoroso successo, poi ho in uscita un po’ di film a cui ho partecipato, “Il Regno” con Stefano Fresi e Max Tortora, “10 giorni senza la mamma” di Alessandro Genovesi con Fabio De Luigi, “Brave ragazze” di Michela Andreozzi, “I compromessi sposi” di Francesco Miccichè. Finito il tuor con il Musical, sarò in scena da metà Maggio al Teatro Manzoni di Roma nella commedia “Uomini targati Eva” di Pino Ammendola e Nicola Pistoia.

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