Il meglio de… L’ora di Arte

Il 2018 volge al termine ed è tempo di sunti e bilanci. Per buona parte di quest’anno, tanti artisti sono passati dal nostro improvvisato laboratorio artistico per lasciarvi una loro impronta, un consiglio, un suggerimento, una nuova angolatura. C’hanno insegnato che l’arte non s’impara, perché c’è arte in ogni cosa, c’è arte in ogni gesto ed in ogni momento. Bisogna solo riconoscerla.

Ecco, per voi, i cinque migliori consigli per un 2019 più artistico che mai:

Lezione #1 – Georgia O’Keeffe: “Osserva il mondo attorno a te: da vicino, e con appetito”

White Iris

“Ho fatto diversi piccoli disegni -, scriveva a Stieglitz nel 1930 da Tao, New Mexico – è stato bellissimo sedere da sola a guardare la luce comparire e sparire sulle montagne ed il deserto, e pensare cosa ne avrei potuto fare, di tutto questo splendore… Mi interessa più della gente: la gente sembra quasi scomparire”. Georgia O’Keeffe aveva un gran bisogno di trarre ispirazione dal mondo che la circondava. Che fosse il Lake George, a New York, sulle sponde del quale passò buona parte dei suoi vent’anni, o Abiquiu, in New Mexico, dove si stabilì più tardi con il suo atelier, niente sfuggiva al suo sguardo affamato, e niente le passava inosservato all’anima: “Vorrei che tu potessi vedere cosa vedo dalla mia finestra – scrisse ad Arthur Dove nel 1942 – la luna piena e pallida che sta per scomparire nel cielo color lavanda di primo mattino, dietro questo bellissimo albero che copre un po’ la vista ad ovest, dove ci sono colline violacee coperte di cedri verde spento… E questa sensazione di spazio sconfinato… Il mondo è davvero un luogo bellissimo”.

Lezione #2 – Wassily Kandinsky: “Dai ritmo ai tuoi dipinti, come se stessi componendo un pezzo musicale”

Counter weights (Gegengewichte)

Per Kandinsky, il collegamento tra musica e arte era molto più che una semplice metafora: il nostro artista, infatti, probabilmente soffriva di sinestesia, una rara condizione del sistema nervoso per cui due o più dei cinque sensi sono per così dire “correlati”. Lui stesso ne dà prova quando racconta l’esperienza che ebbe durante l’ascolto della Lohengrin di Wagner: improvvisamente, davanti ai suoi occhi, linee e punti danzavano al ritmo della composizione.

A prescindere da questo probabile disturbo di cui si pensa soffrisse, Kandinsky era convinto che i colori avessero un proprio ritmo interiore: a nessuno verrebbe in mente di paragonare il giallo a note basse e lugubri, per esempio, né il blu alle note più alte di un pianoforte. Il colore, insomma, doveva toccare chi guardasse al dipinto non solo dal punto di vista visivo, ma anche con rispetto ai suoni che era capace di suggerire. In Point and Lines (1926), Kandinsky esplora queste possibilità suggerendo ai suoi studenti di giocare, nei propri dipinti, con ripetizioni e scale, non solo di colore ma anche di linee e forme.

Lezione #3– Paul Klee: “Pesa i Colori”

Left: Paul Klee’s color chart, from his notes. Image via Zentrum Paul Klee; Right: Goethe’s color wheel, published in Theory of Colours. Image via Wikimedia Commons.

Solo dopo aver appreso le basi della creazione di linee e piani, ispirandosi alla natura, Klee introduceva il colore ai suoi studenti. Come tutte le sue lezioni, anche quelle sui colori mescolano una profonda reverenza scientifica con un gran senso di misticismo. Le sue teorie muovevano dalla ruota dei colori che Johann Wolfgang von Goethe aveva ideato un secolo prima, nel 1809, e che proponeva l’opposizione di rosso e verde, arancione e blu, giallo e viola. Klee aggiunse una dimensione alla ruota, trasformandola in una sfera con il bianco in cima ed il nero alla base. Poi chiese ai suoi studenti di creare le proprie sfere, pesando virtualmente ogni colore, immaginando quale fosse più leggero e quale più grave – venne fuori, ad esempio, che il rosso risultava sempre essere più pesante del blu.

Klee mostrava anche un lato romantico, nel parlare dei colori: paragonandoli alle note musicali, insegnava alla sua classe come una certa combinazione poteva dare una palette dissonante o armonica. Riguardo sé stesso, Klee scrisse nel suo diario, nel 1914: “Io ed il colore siamo un’unica cosa: io sono il Pittore”.

Lezione #4 – Henri Matisse: “Non permettere a niente e nessuno di impedirti di fare arte”

Photo by Clifford Coffin/Condé Nast via Getty Images.

Nel gennaio del 1941, il settantaduenne Henri Matisse tornò da una visita medica con una tragica diagnosi: cancro al duodeno. Nonostante l’intervento di rimozione di una parte dell’intestino gli salverà la vita, Matisse quasi morì a causa delle complicanze dell’intervento, e dovette passare il resto dei suoi giorni confinato a letto o su una sedia a rotelle. Ma, invece di pensare a quest’improvvisa disabilità come alla fine della propria carriera, Matisse l’affrontò come un nuovo inizio: riorganizzò la sua stanza da letto affinché tutto ciò che gli serviva per dipingere fosse a portata di mano e, persino quando le sue condizioni deteriorarono al punto da impedirgli di reggere il pennello, continuò a comporre le sue opere attraverso la tecnica del cut-out, ritagliando le figure da giornali e incollandole su pannelli di dimensioni ancora maggiori rispetto alle sue tele.

In una lettera indirizzata a suo figlio Pierre, Matisse descriverà questa creatività ritrovata e inattesa: “Sono ancora qui. Mi concentro su un’unica cosa: il mio lavoro, per il quale solo sono vivo”.

#5 – Louise Bourgeois: “Non smettere mai di fare arte”

Louise Bourgeois, Louise Bourgeois at the printing press in the lower level of her home/studio on 20th Street, New York, 1995. The Museum of Modern Art, New York. Photography by and © Mathias Johansson.

Tra gli infiniti disegni di Louise Bourgeois, ce n’è uno che la ritrae nei panni di un macchinario dai tratti geometrici. Scrisse una volta, a riguardo: “dunque, questo è quanto: come posso funzionare per me stessa? Beh, credo di poterlo fare se riesco ad inventare qualcosa che di volta in volta mi faccia andare avanti”. E così fece: la sua arte fu l’invenzione che la tenne operativa per i 98 anni di una vita immensa, che non smise mai di essere operativa. Negli anni ’90, quand’era ben oltre gli ottant’anni, debuttò con una mostra completamente inedita. E quando, anni dopo, la vista le calò improvvisamente, piuttosto che rinunciare alle stampe a cui stava lavorando, ne ingrandì le dimensioni.

Louise Bourgeois morì come dovrebbero morire tutti gli artisti, forse tutti gli uomini: ben lontana dall’aver esaurito le potenzialità d’espressione del suo spirito. Uno spirito grande, enorme, e soprattutto: ancora gravido.

Marzia Figliolia

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