Open: le speranze per il futuro di una generazione

Open: le speranze per il futuro di una generazione

In un’Italia dove i giovani sono una percentuale molto bassa della componente sociale, nessuno si preoccupa di tutelare il nostro inserimento nel mondo del lavoro. Mancano le intenzioni, calano le opportunità. Noi giovani tra i 20 e i 35 anni, secondo i dati ISTAT del 2017, siamo appena il 16 % della popolazione italiana. Ma, allo stesso tempo, ne siamo il futuro. Non possiamo più essere ignorati.

ENRICO MENTANA DIALOGA CON GLI STUDENTI DELLA STATALE

Erano le 10:00 nell’Aula Magna dell’Università Statale di Milano, quando Enrico Mentana ha fatto il suo ingresso davanti a più di un centinaio di studenti in trepidante attesa. Le conferenze che si tengono all’università sono spesso mirate a uno specifico campo di ricerca, così la selezione degli uditori è inevitabile. Tuttavia, così non è stato l’11 dicembre scorso: studenti di facoltà diverse sono affluiti nello stesso luogo perchè si parlava di loro. In quest’occasione, infatti, Mentana non si è limitato a presentare la sua nuova testata, di cui oggi parleremo, ma ha parlato ai giovani dei giovani.

(Foto di Studenti Unimi)

Giovani: è questa la parola chiave su cui si impernia il progetto di Open, testata con una redazione composta prettamente da under 30. Un progetto innovativo, in un campo, come quello del giornalismo, dove sono l’età e l’esperienza a farla da padroni. Ma cerchiamo di capire le motivazioni alla base di questo progetto, raccontandole con quelle stesse parole che una settimana fa ha usato il direttore davanti agli studenti della Statale.

IN ITALIA NESSUNO RAPPRESENTA I GIOVANI

Enrico Mentana ha iniziato chiedendo scusa ai giovani presenti: “La mia è una generazione che ha avuto tanto, tutto, in campo lavorativo. Sono diventato giornalista a 25 anni e nell’aula dove si teneva l’esame di Stato ho trovato tutti i miei amici che condividevano con me quel sogno. Le conseguenze di quella situazione favorevole le state vivendo voi. Per questo, la mia generazione vi deve delle scuse e Open è il mio modo di farvele”.

Se negli anni ’80 e ’90 infatti a un giovane “bastava” frequentare l’università e applicarsi per ottenere il lavoro dei propri sogni, oggi non è più così. Sono migliaia i giovani laureati che, insieme al diploma di laurea, hanno ricevuto quello di disoccupati. Questo è più vero in alcuni campi che in altri. Pensiamo alle materie umanistiche, sovraffollate in contrapposizione alla bassissima richiesta di questo tipo di formazione sul terreno lavorativo. Eppure la colpa non è solo di quella generazione passata che ha riempito tutti i buchi occupazionali disponibili, tenendoseli poi stretti.

L’occupazione giovanile in Italia si trova in un terrificante momento di stasi anche e sopratutto a causa di una totale indifferenza da parte dei governi che si sono succeduti in questi anni. “Se un’azienda fallisce”, dice il direttore, “si attiva tutta una serie di meccanismi, che va dai sindacati, agli ammortizzatori sociali, persino alla presa di posizione di forze politiche, per difendere il lavoro di chi è impiegato. Ma nessuno pensa alle forze nuove che devono entrare in quell’azienda. Manca un’idea di futuro“.

E l’attenzione ai giovani manca tanto nella rappresentanza sociale, quanto nei programmi politici dei diversi partiti. Da destra a sinistra, nessuno prende impegni di lunga durata che vadano oltre la distribuzione di buoni da reinvestire in cultura. Serve di più: serve una prospettiva chiara che guardi avanti, al futuro.

DIVENTARE GIORNALISTA NEL 2018: UN’ODISSEA CONTEMPORANEA

Diventare giornalista oggi per un giovane è come attraversare un campo minato in ogni singolo centimetro: non ce la si fa, a meno che qualcuno ti prepari passo a passo la strada. “I giornalisti lavorano per passione”, dice il direttore, “andrebbero avanti fino al letto di morte, se fosse per loro”. E’ un problema serio, che si presenta ai giovani intenzionati a farsi strada in un campo già di per sè competitivo e, ora più che mai, saturo.

Per accedere all’esame nazionale e diventare giornalista, chiunque deve seguire un iter lungo e complesso. Così per diventare giornalista devi prima fare il praticantato, che consiste in 18 mesi di collaborazione continua con una testata iscritta all’albo, con 80 articoli pubblicati e retribuiti. Facile, si direbbe: basta buttarsi. Il sorriso muore sulle labbra quando la porta di tanti, troppi, giornali ti viene chiusa in faccia con la scusa “per scrivere per noi devi avere il tesserino”. Sì, quello stesso tesserino per ottenere il quale hai bisogno di quel praticantato che ti viene negato. L’alternativa al praticantato è frequentare una delle nove scuole di giornalismo presenti in Italia e riconosciute dall’Albo: scuole selettive, costose, a cadenza biennale, cui accede una media di 20 studenti ogni due anni. E poi, neppure una scuola di giornalismo ti assicura poi di avere una carriera in quel campo. Insomma, l’impresa è titanica, altro che “basta la laurea”.

OPEN: UN GIORNALE DI GIOVANI PER I GIOVANI

“Oggi i giornali e i telegiornali somigliano ai mobili d’antiquariato, mentre ci vorrebbe l’IKEA, che non è niente di male”, scherza il direttore, nel tentativo di spiegare quale sia il problema alla base dell’odierno giornalismo italiano. Un giornalismo che si è arroccato sulle proprie firme di prestigio e sulle modalità di comunicazione su cui ha sempre potuto contare. Nel frattempo però il mondo è cambiato velocemente e il giornalismo è diventato, nelle parole di Mentana, “l’attività cronistica più anacronistica”. Tutto questo per il semplice fatto che, dal momento in cui ci svegliamo a quello in cui potremmo potenzialmente raggiungere l’edicola più vicina a casa, abbiamo già avuto notizia di tutti i fatti più recenti, senza bisogno di comprare il cartaceo. Basta accendere il telefono.

Ecco perchè Open è un quotidiano che nasce direttamente e unicamente per gli smartphone, ma sopratutto nasce come un prodotto gratuito. Gli unici incassi su cui potrà campare saranno quelli provenienti dalle pubblicità. E’ il paradigma di un’informazione libera, gratuita, innovativa e di qualità. Una specie di sogno nell’attuale scenario della comunicazione. Non basta? Open, scritto dai giovani, parlerà direttamente ai giovani, a quegli stessi giovani che il giornale cartaceo a malapena sanno cosa possa essere. I contenuti del giornale saranno quindi indirizzati a fare chiarezza su quei temi che maggiormente influenzano la vita degli under 30: istruzione, occupazione, fake news, cultura. Non mancheranno però gli esteri, l’economia e la politica. Forse sarà l’occasione buona per avvicinare a quest’ultima quei tantissimi giovani che verso la politica hanno perso la fiducia e forse, chi lo sa, anche per avvicinare la politica stessa ai giovani.

Eppure tutto questo ancora non basta. Non sono infatti solamente i mezzi concreti con cui il giornalismo italiano lavora, sono le prospettive, rimaste immutate da quarant’anni a questa parte, a non funzionare più. C’è bisogno di forze nuove, quelle stesse forze che faranno il futuro del nostro paese: le forze di noi giovani.  Su queste nuove leve si è costruita la redazione di Open, composta perlopiù da under 30. Sono ventiquattro in tutto per ora, ma, se gli incassi provenienti dalle pubblicità saranno proficui come sembrano promettere oggi, il loro numero aumenterà.

“Lo annuncio qui, oggi, in Statale: l’11 dicembre 2019, tra esattamente un anno, riapriranno le assunzioni di Open.” Insomma, per quanti di noi non ci hanno ancora provato o ci hanno provato invano: c’è ancora speranza.

RIAPPROPRIAMOCI DEL NOSTRO FUTURO

Open può schiudere a noi giovani nuove porte verso il futuro, ma di certo da solo non può fare molto. Questa testata e chi l’ha fondata possono vantarsi di essere stati pionieri nella promozione di nuovi, giovani giornalisti, ma il problema di fondo è decisamente più radicato.

Open è il segnale che i tempi stanno cambiando? Che sono maturi per noi giovani? No, ma potrebbe diventarlo, se saremo in grado di prendere in mano la situazione.

“Se io fossi un ventiduenne iscritto alla Statale mi guarderei intorno al di là delle posizioni politiche per pensare se non sia il caso di fare un movimento di lotta comune. Io ritengo che voi siate quella generazione che è stata più appagata di beni sostanziali nell’età adolescenziale, a scapito però del fatto che rischiate di essere quella che resta più a lungo in famiglia nella storia umana.” ha puntualizzato Mentana, davanti agli studenti della Statale. L’invito, chiaramente esteso non solo a loro, ma a tutti quanti gli under 30 che sentono di non essere tutelati, è quello di smuoversi. Insomma, possiamo piangerci addosso quanto ci pare, ma il futuro non resta fermo ad aspettarci. Domani sarà presto oggi e noi dobbiamo farci avanti, esigere quello che è nostro, crearlo laddove non esista. Non è utopia, ma necessità: questo Paese ha bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di cambiare le cose.

E allora buona fortuna a Open, ma sopratutto a tutti noi che crediamo ancora che le cose possano cambiare!

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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