Bauman: “ la felicità è la risposta a ciò che ci consuma”

ZYGMUNT BAUMAN, Intervista sull’identità (Bari, Laterza 2003).

“Oggi si è avvelenati da un costante sentimento di mancanza degli altri nella vita, con sensazioni di vuoto e solitudine non dissimili dal lutto. Affetti da depressione di dipendenza è nell’abbandono, nell’esclusione, nell’essere respinti, ripudiati, spogliati da ciò che siamo, che vediamo rifiutata la nostra identità. Temiamo che ci vengano negati compagnia, amore, aiuto. In fondo questo ci viene mostrato quando le televisioni ci ricordano ogni giorno che alcuni possono farlo impunemente, gettando davanti alle nostre porte quegli individui che sono già stati respinti, costretti a scappare via, a fuggire da casa loro per cercare i mezzi per restare in vita, derubati dal’autostima e dell’identità.”

 

 

Zygmunt Bauman era un signore gentile, umile, pronto sempre ad ascoltare l’interlocutore. Era bello ed elegante, amava il buon cibo, l’ottimo vino, non disdegnava la grappa; fino agli ultimi giorni della sua esistenza terrena, ormai 91enne fumava la pipa e durante i convegni o semplicemente mentre si stava al ristorante, ogni tanto usciva fuori per farsi una sigaretta. Amava la vita perché era curioso e coraggioso e la curiosità vinceva sugli acciacchi della vecchiaia e sui dispiaceri del mondo.

“L’introspezione è un’attività che sta scomparendo. Sempre più persone, quando si trovano a fronteggiare momenti di solitudine nella propria auto, per strada o alla cassa del supermercato, invece di raccogliere i pensieri ,controllano se ci sono messaggi sul cellulare per avere qualche brandello di evidenza che dimostri loro che qualcuno, da qualche parte, forse li vuole o ha bisogno di loro.”

È morto a 91 anni ,testimone della nostra contemporaneità, interprete del nostro tempo, teorico della modernità «liquida», discontinua, a tratti inconsistente.
Ebreo polacco, nato a Poznan nel 1925, è scappato a soli quattordici anni nell’allora Unione sovietica, a causa dell’invasione nazista della Polonia.
Studioso del marxismo, comunista e poi “anticomunista”, Bauman ha trascorso una vita da eterno straniero: in Inghilterra, in Israele, in Polonia stessa. “Sono nato straniero e morirò straniero”, aveva detto di recente.
Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds, nei suoi scritti ha raccontato “l’inferno e l’utopia del mondo liquido”.
Ci ha esposti ai rischi delle disintermediazioni nell’era di Internet, alle insidie della nostra società, signora delle disuguaglianze, dove il consumo sembra ormai essere praticamente sovrano.
Ci ha portati a navigare i meccanismi della società di consumatori, dove le identità si smarriscono.
Ci ha spinti a guardare in faccia il capitalismo che – scriveva –

“è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato di cui nutrirsi”.

Ci ha costretti a scrutare tra le pieghe della globalizzazione, delle politiche neoliberiste, della polverizzazione del tessuto sociale, delle nostre «vite di scarto».
Ci ha insegnato che “paura e odio hanno le stesse origini e si nutrono dello stesso cibo”.
Ci ha invitato a rifuggire gli slogan.

 

 

“Ci si accorge delle cose, ponendole sotto la lente della contemplazione, quando esse svaniscono, vanno in rovina, iniziano a comportarsi stranamente o ti deludono in qualche altro modo.”

Un giorno, alla domanda di un giornalista, una semplice domanda sulla paura ,riferita alle manifestazioni dei fascisti polacchi contro di lui durante una sua visita a Breslavia – rispose:

«Io, paura? Ho fatto la battaglia di Kolberg. Sono stato decorato al valore militare».

La battaglia di Kolberg, allora città tedesca, oggi la polacca Kolobrzeg, si svolse nel marzo 1945 e fu durissima e sanguinosa. Bauman combatteva nelle file dell’esercito polacco aggregato all’Armata Rossa, in marcia verso Berlino. Non aggiunse, per pudore, che lui fu gravemente ferito e che chiese e ottenne di essere dimesso dall’ospedale militare per non mancare al dovere di partecipare, fino in fondo, armi alla mano, alla distruzione fisica e non solo morale e intellettuale del nazismo. E per quanto riguarda la curiosità: ci scambiavamo delle e-mail e un giorno gli scrissi che forse le mie considerazioni sui pianisti che amavo o sui libri che leggevo lo annoiavano. Lui rispose che no, perché ne traeva notizie sul mondo, non tanto sul mio modo di sentire e pensare, ma proprio sul mondo e cioè sulla musica e la letteratura.
Ecco, se c’è una caratteristica di Bauman professore di sociologia, è questa: non era professorale, non si comportava e non si considerava un maestro: era un intellettuale nel senso più profondo della parola, un uomo che costruiva il proprio sapere traendo ispirazione, notizie, stimoli da tutte le fonti possibili e accessibili. E il suo sapere, da persona generosa, lo metteva a disposizione di tutti. Quando è diventato personaggio leggendario e idolo dei giovani (e non solo), di fronte alla folle che accorrevano alle sue conferenze, era scevro di ogni autocompiacimento, per non parlare del narcisismo. O forse, un po’ narciso lo era: nel suo modo studiato di vestire (camicia nera sopra i pantaloni e cravatta allentata) e nel suo rifiuto (talvolta persino violento) di farsi accudire o solo farsi aiutare a salire o scendere un gradino. E anche nella sua casa a Leeds era lui a cucinare, stirare, pulire.

 

 

“La rivoluzione culturale è un’impresa a lungo termine”.

 

In Polonia Bauman era diventato una celebrità nel 1968. Si fa per dire, celebrità. In realtà, in quell’anno il regime comunista lo dichiarò nemico pubblico numero uno. Non passava giorno senza che i quotidiani al servizio del potere non lo attaccassero in quanto corruttore della gioventù, lacchè dei neonazisti tedeschi, sionista traditore della patria. La storia è questa: un giorno, la censura decise di togliere dal palcoscenico di un teatro il dramma “Gli avi” di Adam Mickiewicz. Mickiewicz, poeta romantico della prima metà dell’Ottocento è l’equivalente in Polonia di quello che è Manzoni in Italia.
E così, nell’estate di quell’anno Bauman se ne andò in Israele. Dei pochi anni vissuti nello Stato degli ebrei, non amava parlare. Non fu una bella esperienza. O forse fu un incontro mancato. In ogni caso fu una delusione. Qualche settimana dopo l’arrivo di Bauman, anche chi scrive, finì con la famiglia a Gerusalemme. Appena posate le valigie in un centro di accoglienza, si sentì bussare alla porta. Entrò Bauman e chiese della sua allieva di Varsavia, mia sorella. In quel periodo era entusiasta e pieno di speranze per la vita che si dischiudeva: come se fosse una rinascita. Ci fu addirittura un movimento della “nuova sinistra”, così si chiamava allora, che si costituì attorno alla sua figura. E il convegno di fondazione a cui lui parlò (in un bellissimo ebraico, lo imparò velocemente) fu straordinario: facce di ragazzi e ragazze pronti a lottare per un mondo migliore e consci dei pericoli che comportava l’occupazione militare dei territori palestinesi, conquistati nel 1967. Lui intanto insegnava all’Università di Haifa. Poi, un giorno, durante una cena a casa sua, si sentirono le parole: «No, non vedo possibilità di pace, in Israele troppo pochi la vogliono». Così, finì a Leeds, in Inghilterra.

Bauman e la moglie adorata: “Questo nostro amore liquido”

 

Frammenti della loro ultima, emozionante, intervista insieme.

“L’amore ci fa desiderare di essere in due, di avere qualcuno dotato di una bocca cosicché lo si possa ascoltare, qualcuno con cui conversare cosicché possa accadere qualcosa”.

Citando il filosofo tedesco Franz Rosenzweig, i sociologi Zygmunt Bauman e Aleksandra Kania parlavano così dell’amore, nel 2013.
«Ci siamo conosciuti a metà degli anni Cinquanta, quando studiavamo all’Istituto di sociologia dell’Università di Varsavia», racconta Aleksandra. «Zygmunt, che aveva dovuto rimandare gli studi a causa della guerra, fece il suo dottorato e l’abilitazione molto velocemente. Quando il mio supervisore morì, prese il suo posto e, sotto la sua guida, sono stata in grado di finire la mia tesi molto più in fretta. All’epoca eravamo entrambi sposati, lui con Janina, io con Albin Kania, anche lui sociologo. Avendo tutti e quattro studiato nella stessa università, ci conoscevamo bene, eravamo amici e io ho collaborato con Zygmunt finché ha lasciato la Polonia».

Tornano a incontrarsi con regolarità dagli anni Novanta, quando i Bauman possono finalmente rientrare in Polonia. «Nel 1994 mio marito muore. Era un fortissimo fumatore, come Zygmunt e Janina. Fumavano tutti, tranne me. Per tutta la vita sono stata una fumatrice passiva».
Quando, dopo la morte di Janina, Zygmunt viene invitato a tenere alcuni seminari in Polonia, chiede a Aleksandra di aiutarlo a organizzare la supervisione con gli studenti.

“Da allora abbiamo cominciato a collaborare più intensamente e ci siamo innamorati. Avevamo tutti e due più di ottant’anni, e abbiamo scoperto che ci si può innamorare anche a questa età”.
Lui annuisce, e lei aggiunge:

“Sa, è quasi lo stesso di quando aveva 16 anni, con alcune differenze. La vita di relazione è complessa, ha difficoltà, fragilità, meraviglie, e da anziani se ne è più consapevoli. Riguardo al resto, anche all’aspetto puramente sessuale, non è vero che i vecchi non possono provare il desiderio dei giovani. Se si è sicuri di se stessi e ci si fida del partner, si riescono a superare tutti gli ostacoli. Nel nostro caso, la cosa più difficile è stata dirlo alle figlie. Soprattutto alla mia, che era molto legata al padre, e che è la mia migliore amica”.
Non ho sentimenti di ostilità o paura nei confronti dei suoi ricordi. Era felice con lei, e io lo ero con mio marito: accettiamo con felicità e amiamo, in qualche modo, il passato dell’altro.
“Io e Aleksandra abbiamo un legame molto forte», aggiunge Bauman. «Condividiamo scritti, lavoro, interessi. La nostra relazione è un modo perfetto di coltivare le nostre solitudini, di condividere rispetto per le nostre reciproche personalità”.

Tuttavia, cominciare a convivere a più di 80 anni qualche problema di adattamento lo presenta. “La questione più grande da risolvere sono i stati i nostri orari”, dice Aleksandra.

“Zygmunt si alza molto presto, alle quattro del mattino, io invece dormo fino alle sette e, quando mi sveglio, lui ha già scritto almeno due pagine. Facciamo colazione insieme, poi ognuno lavora fino all’ora di pranzo. Dopo, lui fa una breve siesta e solo allora io comincio davvero a lavorare. Quando io sono nel mio momento migliore per scrivere, per lui è l’ora di guardare la Tv o riposarsi. Lui va a dormire verso le dieci. Io, se ho da scrivere cose importanti, resto alzata fino a tardi. Abbiamo ritmi biologici e abitudini completamente diversi, per cui abbiamo deciso che ognuno di noi ha la propria camera da letto. Poi ne abbiamo una in comune”.

“Vivere con Aleksandra», interviene Bauman, «è una continua scoperta. Mia moglie è una grande studiosa delle culture. Apprezzo molto le sue analisi scientifiche, e credo che debba assolutamente scrivere qualcosa di suo, intrecciare la sua biografia con la storia della sua famiglia, che ha ispirato molto la nostra relazione. Perché, se non scrive quel libro, quando scomparirà con lei se ne andrà anche la testimonianza di un momento storico importante per la Polonia”.
Non gli dia retta, lo interrompe Aleksandra, “non so perché abbia tirato fuori questo argomento”.
“Comunque, il libro lo scriverò, e Zygmunt non c’entra. Avevo già deciso di scriverlo, subito prima di sposare lui”.

“La vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario. Ogni decisione è condannata a essere arbitraria; nessuna sarà esente da rischi e assicurata contro insuccesso e rimpianti tardivi. Per ogni argomento a favore di una scelta si trova un argomento contrario non meno pesante.”

È bello ricordarlo con gli aforismi che ci ha lasciato, che sono semplicemente vita, ed è bello ricordarlo come lo ricordano le persone a lui più care, in un ristorante , davanti a un piatto di pasta e a una bottiglia di pregiato rosso. E l’invito tra una portata e l’altra: “Dai, usciamo fuori, fumiamoci una sigaretta”.

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