“Musicanti”: un viaggio nella musica di Pino Daniele (e nell’anima di una città)

Musicanti Pino Daniele

“Muoiono i poeti, ma non muore la poesia, perché la poesia è infinita, come la vita”

Questi due versi di Aldo Palazzeschi rappresentano al meglio “Musicanti”, che sarà in scena al Palapartenope anche il 15, 16, 21, 22 e 23 dicembre: una storia che vede come filo conduttore le canzoni di Pino Daniele, con i suoi versi intrisi di poesia e il ritmo travolgente di una vita passata un po’ tra la pazzia e il blues.

Le canzoni di Pino Daniele continuano a vivere nei vicoli della città, accompagnano le vite di chi l’ha amato, ne sottolineano con delicatezza ogni stato d’animo, dall’appucundria all’alleria, passando per la rabbia e la voglia di riscatto. Perché Pino Daniele è stato per Napoli ciò che Bob Marley è stato per la Giamaica e Bruce Springsteen è per l’America: il portavoce dei sentimenti un popolo.

È sulle note di “Maggio se ne va” che inizia la rappresentazione, prima di un medley corale che include “Saglie saglie”, “Ce sta chi ce pensa”, “Maronna mia” e “Il mare”. È principalmente tra i primi tre album, probabilmente quelli più legati alla città, in maniera perfettamente coerente con l’ambientazione spazio-temporale, che si muovono Antonio – per favore, non Totò – e Anna.

Antonio, interpretato da Alessandro D’Auria, è un napoletano trasferitosi a Torino, che torna per ricevere un’eredità dal padre mai conosciuto e ha il sogno americano nel cassetto; Anna, interpretata da Noemi Smorra, è una blues woman dal carattere particolare. Una donna che ha amato, ma raramente è stata amata. Tra i due, ovviamente, non può mancare il cattivo, un Leandro Amato in versione “ ‘o Scic”, che dà il meglio di sé sulle note di “Che te ne fotte“.

Accanto a loro, Pietro Pignatelli, vocalmente e scenicamente perfetto nei panni del musicista Dummi’, Simona Capozzi, una Rita delicatissima in “Sulo pe’ parla’”, Enzo Casertano, Francesco Viglietti (un Mario che, in fin dei conti, preferisce farsi chiamare Teresa) e Maria Letizia Gorga, che dà vita a Donna Concetta, con l’immancabile tuppo niro. Musicanti “c’ ‘o Volto Santo ‘mpietto e ‘a guerra dint’ ‘e mmane“, che sperano che qualcosa nella loro vita, prima o poi, possa davvero cambiare.

A fare da sfondo alle vicende, in una scenografia tradizionale ma d’impatto, impostata su quattro piani, è il Uèman, il locale in cui i Lazzari felici si esibiscono e danno vita a un viaggio che si districa tra “Terra mia”, “Napule è”, “Bella ‘mbriana”, “Je so’ pazzo”, “Musica musica”, “Invece no” e “Senza ‘e te”.

A rendere il tutto perfetto musicalmente è una band che vede diversi storici collaboratori del nero a metà tra i suoi componenti: Elisabetta Serio al pianoforte e tastiere, Fabio Massimo Colasanti, direttore artistico e chitarrista, capace di far rivivere l’uomo in blues sulle note della sua chitarra, Alfredo Golino alla batteria, Hossam Ramzy alle percussioni, a cui si aggiungono Roberto D’Aquino al basso, Simone Salza al sassofono, Fabrizio De Melis al violino. Non può mancare un ruolo da protagonisti veri anche per loro, anima vera del Uèman e colonna portante dello spettacolo, che si divertono in una jam session ispirata alla versione sciò di “Viento ‘e terra”.

L’atmosfera creata dai musicisti riesce più volte a rievocare i ricordi dei concerti di Pino Daniele, che proprio al Palapartenope, nel dicembre di quattro anni fa, si esibiva per l’ultima volta sul palco di casa.

Un omaggio sentito, d’impatto, ma rispettoso in ogni esecuzione, che si conclude sulle note di “Tutta n’ata storia” e “Yes I Know my way”, prima dell’immancabile coro dedicato al Mascalzone Latino, che accompagna la chiusura del sipario.

È con l’arte, la cultura, la musica che possiamo essere liberi” urla Noemi Smorra. Dovremmo ricordarcene più spesso: “con la musica musica posso dirti anche no, per la musica musica, quanto ho pianto non lo so ma la musica musica è tutto quel che ho…”

Corrado Parlati

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