I Fiordalisi – Intervista a Beatrice Cristalli

Torna lo spazio dedicato a “Le interviste” de I Fiordalisi, che oggi accolgono la voce e la poesia di Beatrice Cristalli.

 

Cara Beatrice, prima di raccontarci qualcosa della tua raccolta Tre di uno, da poco uscita per Interno Poesia, mi piacerebbe che ci facessi partecipi del percorso, umano e professionale, che ti ha fatta avvicinare alla poesia, a questo mondo fatto di versi e di persone.

Ricordo molto bene il mio primo approccio con la parola. Avevo 4 anni e glossavo tutti i libri che trovavo in casa. Ovviamente erano segni privi di significato, ma mi piaceva l’idea che una linea potesse significare qualcosa. Qualsiasi. Un giorno tentai di scrivere il mio nome: sul foglietto si leggeva “Orebef” e accanto avevo disegnato una bambina in movimento. Ripetevo quelle sillabe, le studiavo senza sapere nulla. Mi piaceva così tanto fantasticare sulla lingua perché ne avvertivo il mistero e la potenza. Arrivava, pensavo, da lontano. Poi il nonno mi insegnò la scrittura. Da quel momento, soprattutto alle elementari, iniziai a sperimentare. Anche se non leggevo poesia – leggevo davvero poco ora che ci penso – la forma poetica era l’unico modo che avevo per esprimere il mio mondo, ed è ancora così. Oltre i libri studiati, gli esami universitari, la stilistica, la semiotica, il lavoro redazionale… Quando scrivo (versi) mi sento ancora la bambina che, seduta per terra, si sentiva stanca dopo una ricerca necessaria di immagini e ritmo.

In che modo le altre arti, oltre a quella poetica, influiscono (se influiscono) sul tuo processo creativo?

Direi la musica e il disegno: sono due forme espressive che mi appartengono. Per tradurre un’idea ho sempre bisogno dei suoni e della penna. Quando scrivo, non sto solamente scrivendo: nelle cuffie si manifesta un universo che diventa sintesi solo con l’inchiostro. Prima di cullare un verso, la mia testa deve essere letteralmente bombardata di stimoli visivi e uditivi. Del resto, sono cresciuta in una cameretta che consideravo il mio laboratorio: la radio era sempre accesa, le pareti appesantite da strani personaggi. Quando riesco a “sentirmi” in queste tre dimensioni (scrittura, musica e disegno) l’obiettivo è raggiunto.

Qualche anno fa avevo intervistato alcuni importanti poeti del panorama italiano e internazionale per avere la loro opinione sul rapporto poesia/rete e le posizioni a riguardo erano quanto mai contrastanti. Tu, ora, stai svolgendo un’indagine intitolata “Poesia 2.0. La poesia presa nella Rete”: ci puoi dire qual è, al momento, lo status quo della questione?

Le realtà che ho cercato di indagare – dal fenomeno degli #instapoets ai portali dedicati alla poesia contemporanea e non – manifestavano tutte un’autentica necessità di confrontarsi con il verso. Anche in forma social. Non è dunque da condannare il medium se usato come tale. Io stessa, a volte, sento l’esigenza di condividere un inedito nella dimensione di una didascalia su Instagram. Tutto questo, però, è solo una parte del processo. Trovo perfetta la metafora di Federico Ziberna: internet e tutte le sue dimensioni di scrittura (nel nostro caso poetica) sono una «vetrina» alla quale non sempre corrisponde un negozio. Anche se i compiti sociali della poesia passano oggi attraverso la rete e facilitano le scoperte casuali, anche se l’oggetto-libro in questo ciclo di ri-materializzazione e rimbalzo può, a volte, ritrovare le sue ragioni, l’atto poetico e la sua ricezione reclamano un’azione in praesentia. Il fare poetico ha sempre bisogno di scambi reali. 

Tre di uno è la tua prima pubblicazione in versi, una raccolta che mette le sue radici nella riflessione identitaria e relazionale e che germina, poi, nell’analisi doverosa sul senso dell’esserci e del come esserci; non a caso, la poesia che apre l’opera è Dabar, una sorta di sunto preliminare di quello che si troverà nei componimenti successivi.

 

Tre di uno (Interno poesia 2018)

 

Dabar

Se l’appello poetico è un grido

Obiettivato

Io non sono più soggetto ma sono

Altro

E già nel ritorno non sono più io;

La follia ricostruirà da capo

 

Da dove nasce questa necessità di tentare di definirsi in relazione all’Altro e agli altri?

 Nasce da una mancanza lunga come la storia dell’uomo. Abbiamo la parola e non sappiamo usarla. A volte non ne conosciamo il significato. A volte, alle parole non siamo più in grado di associare un’azione. Il contemporaneo, poi, ci sta educando all’utilizzo di un verbo vuoto che assomiglia a un suono o, paradossalmente, a qualcosa di molto astratto. Io credo che la parola, teologicamente e storicamente parlando, sia materica e, proprio per questo, umana. Senza la relazione con l’altro cosa siamo esattamente? In ebraico, dabar significa fatto, evento. La parola, anche se a volte non ne siamo coscienti, nasce sempre come una possibilità di contatto perché essa stessa lo crea: con altri uomini, con il foglio bianco, con qualche essere nell’universo.

 

… Ma comprerò con la mente

E questa volta con le mani

La consistenza di ogni mia paura

Il quadro che è crollato

Dopo quella frase, ancora.

Facciamo che lascio aperto il mio pianeta

Da lassù

Ho solo una poesia in mano

Che leggo a distanza:

Riesce a essere valida

Prosegue sullo stelo che si spoglia

E quanto male mi fa

Essere davvero coscienti

Sentirsi veri nei discorsi degli altri…

 

Sono alcuni versi della poesia eponima della raccolta, in cui, come anche in altri componimenti, fai diretto riferimento alla poesia. In che modo la scrittura in versi può provare a mettere ordine al tentativo definitorio di sé stessi?

La poesia, come dici, è un tentativo. Per questo, il moto di parole che ci avvicina all’io non è lineare né circolare. Si può parlare di un “ordine” nei termini di un’uscita: nel mio caso, il verso mi aiuta a dimenticare tutto ciò che non mi serve. Nel rinnovato tentativo di ogni verso, appunto, mi riconosco “io”. Anche se per pochissimo.

Tre di uno è un’opera ricca di negazioni, ossimori, domande; tutti elementi che si sposano perfettamente con l’indagine identitaria che tu cerchi di compiere all’interno di queste pagine e che sono quei tratti che mi hanno fatto particolarmente apprezzare il tuo lavoro. Ti chiedo: quanto una ricerca autentica ha bisogno dei suoi sbalzi, dei suoi scollamenti, delle sue contraddizioni e qual è, di conseguenza, il prezzo da pagare per poterla compiere fino in fondo?

Una ricerca autentica è tale se si impara a dire “no”. Prima di rimanere fedeli alla conoscenza di quello che si vuole, credo sia fondamentale ricordarsi quello che non si vuole. Anche in questo caso, la parola poetica mette “ordine” quando apre le possibilità e dice il vero. Credo in una poesia che ha il coraggio di dire. Per arrivare alle radici di ciò che ci circonda o di ciò che proviamo davvero, è necessario arrivare al punto zero delle cose, come ho cercato di rappresentare nella mia raccolta. E non si tratta di una (semplice) caduta a picco.

Mi piacerebbe che scegliessi una poesia della tua raccolta e ce la commentassi, spiegandoci anche perché proprio quella.

Scelgo Le sfumature che non conosco.

 

Ho ripreso le vecchie note

Costituiranno una legge

Si rinnova tra il replay

Riuso

Anche se leggo solo parole

Mi riguardano

Mi guardano – da qui

Io vorrei sparire

Dal cratere del segno

Sotto un piumone

Lo annulla il suo peso

Ed è folle

Come il mio no radicale

Come quando mi sono amata

Tra le tue righe

E ho visto tutto:

Segue un lavoro di scavi

E di pazienza.

Bruciava alle otto

Una chiamata senza potere

Performativo

Nei piani che non faccio più

Sembra lo scirocco:

 

Torna indietro

Torna indietro

Tu sei troppo

 

Nasce insieme alla pittura

Sottile come una squama,

Si infila quando ti abbandona

In tasca io ti trovo

In mezzo a volti alchemici

Che colleziono senza sosta

E vorrei capire dove va

Questo sciame di autostrade

Dove posso restare:

Ricordami che poche parole

Bastano

Per un miracolo che agita

Il mondo e il suo caos

Come le ore che segno

Compulsive sul taccuino

Io allora taccio – qui

Dove il silenzio è una forma

Dove non ho nulla da dire

Per una volta

 

Le sfumature che non conosco

Elimina tutto

Tutto il colore che stona

Ci vuole tempo per abituarsi

A cogliere ogni giorno

Questo

Sembra nuovo solo perché viene

Dopo

 

Cinque libri nella borsa

Due pagine sfogliate

Sotto la veglia

Ritiro il nero con la polvere

Anche il destino che mi hai promesso:

C’è un vento che uccide

Richiama la sua vela di lino

Ma io ascolto solo il fiato

Che mi concede poche parole

Lette male.

Forse qualcosa vorrà pur dire

In un elenco sbiadito

La radice del verbo guardare:

Ti vedo già diverso

Con gli stessi occhi

In attesa di cosa

Io propongo di restare;

Continuiamo da qui

Oppure andiamo via

E pensa che volevo fermarti

Sillaba più sillaba

Nelle tue righe sul telefono

 

Ferma un attimo:

Anche la pace pesa

Ecco che mi manca

Una lingua per dire

Ciò che non va detto

Questo sì che è un colore vero

Trascino tutto connesso

Di dettami, finito

Come il cuore senza paura:

Nel ventre di una balena

Cade una nota;

Io non l’avevo prevista.

 

Per ora

Saluti dall’alto

Dove mi è concesso il riposo

Tra lo spigolo del tuo mento

E la pelle che sembra mia;

Trasparente è impressa

In quello che lei mi diceva

Nel fumo dello stiro:

Che viaggio lungo il dolore

Creare quello che non c’era

Mi è costato

Imparare a non sapere

A prendermi sempre giorni di pausa

E non sentire la colpa.

Sotto i centimetri di tante

O accentate

Io vedo solo virgole,

Conto le dita

E ogni giorno diverso

Nasce di spalle

Come un indovinello

Di note di adagi

Sento tutto nel passaggio

E ogni giorno meglio

È la poesia conclusiva della raccolta e punto di partenza dei nuovi versi. Probabilmente è il vero “punto zero”. Credo sia trattenuta tutta la volontà di abbandonare – con maturità – le regole e le maschere alle quali rispondiamo “sì” solo perché non sappiamo davvero dire “no”. Il controllo ci piace perché allontana la paura. Ma il miracolo si aggira proprio lì, quando siamo capaci di tacere e di ascoltare un ordinario svolgersi delle cose che non risponde al nostro controllo. Ecco perché parlo con insofferenza di “o accentate” (farò, vedrò, amerò), mentre accolgo con gioia le virgole. Dopo le virgole ci sono spazi. E nessuno sa.

Oltre alla poesia, quali sono gli altri grandi amori di Beatrice?

Devo ripetermi: la musica (ne ascolto davvero tanta) e l’arte. Aggiungo l’esegesi biblica, percorso di studio e di spirito che mi accompagna da circa quattro anni. In realtà la lista è lunga e, soprattutto, sempre in progress.

Ti chiedo di salutarci con una frase, tua o di altri, che equivale alla tua firma: parole, insomma, che potrebbero leggersi Beatrice Cristalli.

Vi saluto con una riflessione di Mario Luzi: «È impossibile chiamarsi fuori, impossibile ritrarsi indispettiti da ciò che accade, sia pure contro di te o nell’indifferenza di te: e non c’è nulla del resto in cui anche tu non debba in qualche modo sentirti accaduto» (Vicissitudine e forma).

 

Beatrice Cristalli (Piacenza, 1992) è laureata in Stilistica del testo presso l’Università degli Studi di Milano. La sua tesi dal titolo “L’invenzione della colpa. L’antropologia negativa leopardiana tra Zibaldone e Operette morali” ha vinto il secondo premio al Concorso per il Premio Giacomo Leopardi riservato alle tesi di laurea specialistica e dottorato 2017 del Centro Nazionale di Studi Leopardiani. Ha scritto per diverse testate letterarie italiane, quali Treccani, Il Tascabile, Doppiozero, Cultweek. Per Treccani, in particolare, ha condotto una indagine a puntate sulla critica letteraria del web. Attualmente, oltre alle recensioni, si sta occupando della nuova indagine, pubblicata sempre nella sezione di Lingua italiana del medesimo portale, dal titolo “Poesia 2.0. La poesia presa nella Rete”, che ha coinvolto molte voci del mondo poetico contemporaneo. Collabora con Midnight Magazine, che ospita la sua rubrica “Diario diurno remix”, una raccolta di citazioni letterarie e filosofiche con breve commento. Un suo saggio su Mario Luzi è presente nella raccolta saggistica dal titolo “Un’idea di poesia. L’officina dei poeti in Italia nel secondo Novecento”, a cura di Laura Neri (Mimesis, 2018). “Tre di uno” è la sua prima opera in versi. Ph. Samantha Faini

 

Alessandra Corbetta
(guarda anche l’intervista precedente)

 

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