Bohemian Rhapsody: un viaggio nella grandiosità dei Queen

Bohemian Rhapsody: un viaggio nella grandiosità dei Queen

Esistono due gruppi di persone al mondo: quelli che hanno visto o che vedranno Bohemian Rhapsody, e quelli che non lo vedranno. All’interno del primo gruppo, esistono altre due categorie: quelli che lo giudicheranno analiticamente, col tono da professori di cinema, e quelli che si emozioneranno fino alle lacrime nel veder raccontata la storia del proprio idolo.

Bohemian RhapsodyMilioni di persone sono cresciute ascoltando quella voce e quelle canzoni nella fase più delicata della propria vita, l’adolescenza: per questo è impossibile, o comunque molto difficile, giudicare questo film in maniera asettica. Perché ci si sente coinvolti.

Nonostante ciò, qualche commento va pur fatto. Forse la fisicità di Rami Malek non è “sufficiente”, forse il doppiaggio (perlomeno quello italiano) non è all’altezza della situazione. Ma l’attore si dimostra eccezionale sia nel modo di interpretare il ruolo, intenso e mai sopra le righe, sia nell’esecuzione canora di alcuni pezzi (in parte alternati alla voce originale, mentre la scena finale del Live Aid è completamente “cantata” da Freddie Mercury).

Bohemian RhapsodyLa sceneggiatura può sembrare spezzettata in alcune fasi, ma si tratta di una conseguenza inevitabile dato che abbraccia un periodo storico di 15 anni: è un problema che salta agli occhi soprattutto ai fans del gruppo, mentre può risultare perfettamente coerente per chiunque altro. La fotografia è invece meravigliosa, calda e intensa, così come la ricostruzione dell’ultimo concerto.

I fans accaniti avranno anche notato alcune inesattezze nella storia della band (ma attenzione, non ci sono cose inventate di sana pianta); altri avranno storto il naso davanti alla pretesa di ripercorrere quasi per intero la storia dei Queen. Altri ancora, magari ansiosi di poter volare e speculare su reazioni scandalistiche del pubblico, speravano di attingere a particolari più piccanti e oltraggiosi della poco licenziosa vita di Freddie Mercury. Sarebbe sin troppo facile ricorrere alla differenza tra film (seppur realistico e veritiero) e documentario per rispondere al primo interrogativo.

La trama inoltre ha un andamento ciclico: inizia e finisce con il Live Aid, evento che rappresentò la definitiva consacrazione di Freddie come re dei frontman. Quel momento è la pietra angolare del film, ossia i Queen che diventano immortali. La scelta di concludere la narrazione al 1985 ha portato dunque ad anticipare di due anni rispetto alla realtà l’evento “decisivo”, la diagnosi dell’Aids (vedi sempre alla voce “differenze tra film e documentario”).

Inoltre, per narrare la grandezza di una band è necessario compiere un viaggio lungo parecchi anni: i dettagli vanno sacrificati, l’importante è trasmettere la sensazione di grandiosità (e il film ci riesce benissimo), che rappresenta l’obiettivo dell’opera.

E i particolari piccanti? E le orge omosessuali? I radical chic sono rimasti senza dubbio delusi, accusando di poco coraggio gli autori del film. Per i pettegolezzi sulla vita privata di Freddie esistono biblioteche intere, non è quello il problema. Il merito principale del film è di raccontare il conflitto interiore di un giovane indiano che cerca di trovare il suo posto nel mondo. La lotta con la vergogna per le proprie origini, la disperata ricerca di una identità e di un luogo in cui ripararsi, le contraddizioni e la fragilità di un animo straordinariamente sensibile. Il concerto finale è una catarsi, è il ritrovare sé stesso ed il proprio posto nel mondo, nella propria famiglia composta da un chitarrista dai capelli lunghi, un bassista taciturno ed un batterista biondo.

Gennaro Acunzo

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