“Futti futti, che Dio perdona a tutti “: il romanzo di Pif e qualche chiacchiera insieme

 

Cosa succede se si applicano alla lettera i precetti del cristianesimo?

Quanti di noi se lo sono chiesti, senza trovare mai risposta, perché diciamocelo, nessuno, o quasi nessuno, neanche il Cristiano più convinto, ci ha mai provato. E invece qualcuno, finalmente, l’ha fatto. Lui è Arturo, immobiliarista col vizietto della menzogna soprattutto al lavoro.

Arturo è il protagonista del libro di Pif ” Che Dio perdona a tutti”. E tutti, tutti ci chiediamo come è andata, soprattutto tutta quella gente che era vicino a me, il 28 Novembre alla presentazione con firma copie presso La Feltrinelli di Via Appia, a Roma.
La risposta?

Ci lascia un pò interdetti: Arturo resta solo, senza fidanzata, senza amici, senza lavoro. Il bello è che sono sufficienti tre settimane seguendo alla lettera le parole del Signore, non anni. Una provocazione che inquadra l’esordio letterario di Pierfrancesco Diliberto sulla scia dei lavori precedenti del famoso narratore, attore e conduttore siciliano.
Ad attenderlo, oltre a fan e lettori di ogni età, e me, c’è la scrittrice Chiara Gamberale che bersaglia l’autore con domande mirate. E tra domande e battute che mi fanno venir voglia di ridere ad alta voce, ho ascoltato una storia bella e vera.

“Il protagonista del mio libro si chiama Arturo, fa l’immobiliarista e spesso mente – spiega Pif – poi si innamora e grazie alla sua dolce metà passa da un cattolicesimo assente ad un catto-entusiasmo. E improvvisamente prende sul serio qualcosa”.

È ironico e sbrigativo Pif, fa sembrare la trama molto più banale di quella che è, perché il suo intento è una leggerezza che non è mai solo quella.

Poi, ci spiega come inizialmente il libro fosse il soggetto di un film, momentaneamente accantonato, tradotto poi in pagine e pagine grazie a una tempestiva telefonata dell’editore. Umorismo e ironia, un aneddoto sull’incontro con Papa Francesco e sull’infanzia dalle suore con la visione reiterata di “Marcellino Pane e Vino” per raccontare il senso della fede, della religiosità e lasciare nel sorriso la speranza dell’amore e del credo religioso e non.

In un periodo in cui si è “cristiani in automatico” come se bastasse la nascita per aderire a una fede, prendendola con la stessa nonchalance di una lattina da un distributore automatico, questo libro appare più di un divertissement letterario.

“Mi sono chiesto chi crede veramente nei miracoli -spiega Pif- chi segue davvero la liturgia, chi non pratica solo i principi “di comodo” della religione. Facile essere “catto-italiano” in un mondo dove si è agevolmente cattolici di destra e di sinistra, meno facilmente cattolici veri”.

Pif e Dino Zoff

 

Pif e Dino Zoff nella  foto

La dedica dell’agile volume ambientato a Palermo, con una passione per i dolci alla ricotta che ricalca quella di Pif, è a Dino Zoff. E qui, c’è stato il vero colpo di scena: l’autore si inginocchia di fronte a Dino Zoff, che entra a metà presentazione, chiamandolo Dio.
Non so se Dio esiste perché sono agnostico – aggiunge Pif – ma credo in Dino Zoff”

Motivo per il quale, tutti i miei amici e parenti maschi, mi hanno invidiata e tempestata di messaggi.
Il riferimento, ampiamente descritto nel romanzo, sono i mondiali di calcio in Spagna del 1982, quando l’Italia vinse contro il Brasile proprio grazie al grande Zoff. Sequenza riproposta più volte sullo schermo della libreria suscitando inevitabilmente l’entusiasmo del regista-scrittore.

Non pago, Pif indossa un guanto con cui parava quando giocava da ragazzo: guanto ovviamente griffato Dino Zoff. E in sala, ad applaudire, c’e’anche la moglie del mitico portiere, Annamaria Passerini, con cui sta da 54 anni.

“È un esame di coscienza, un po’ come andare dall’analista o scrivere un diario: sono partito da un mio disagio e a un certo punto ho capito che non potevo dirmi cristiano ma nemmeno potevo definirmi ateo. Non credevo ma speravo. L’idea mi venne sotto la doccia, tre o quattro anni fa. Alzai la cornetta e dissi al mio produttore: «Ho un film!».

“È liberatorio, per chi è abituato a scrivere sceneggiature, misurarsi invece con un romanzo. Feltrinelli mi aveva proposto un soggetto a mia scelta e mi venne quest’idea. Poi l’abbiamo sospesa per vari impegni sopraggiunti e, quando l’ho ripresa, la domanda che si poneva il film era ancora attuale e quindi l’ho messa su carta: cosa succede se decidiamo di vivere da cristiani? È stato un processo lento, ma l’ho fatto per onestà. Una lettrice importante è stata mia sorella: è lei la vera scrittrice di famiglia. “

Ci racconta, così, di come è nato il suo libro, di cosa rappresenta davvero per lui.

 

Pif ,Arturo e un titolo curioso

Il protagonista romanzo, si chiama Arturo,come ho scritto. Ha trentacinque anni e fa l’agente immobiliare a Palermo. Conduce un’esistenza piuttosto incolore, vive alla giornata, o meglio, a differenza di tanti che si accontentano di campare alla meno peggio, piano piano scopre che quella non è vita, ma pavida – e spesso ipocrita – sopravvivenza. Capisce che alle parole che si dicono, o soltanto si proclamano, non corrispondono i fatti che le rispecchiano. Che non si è ciò che si dichiara di essere, se non si pratica ogni giorno, nel concreto, ciò che è altrimenti fin troppo facile asserire, in astratto. La pietra d’inciampo di Arturo si chiama Flora: è una ragazza che un giorno vede in pasticceria e di cui subito si innamora. La grande passione di Arturo è una prelibatezza culinaria: la ricotta, nelle varie forme contemplate dello sciù, dell’iris al forno o del cannolo e Flora è la figlia di un rinomato pasticciere.
Quanto Pif ci sarà in Arturo? Ce lo chiedevamo un po’ tutti e lui, ha saputo rispondere alla nostra curiosità.

“In gran parte c’è. Banalmente: la passione per la ricotta, il fatto di essere di Palermo, single a oltranza, o che anche io a calcio giocavo come portiere. Però no: non è autobiografico. Anche se le domande che si è posto Arturo me le sono poste anch’io. Sono andato a scuola dai Salesiani: ci facevano leggere anche Pasolini o i libri di Enzo Biagi. Questo per dire che non rinnego la mia formazione e che anzi ritengo don Bosco, loro padre fondatore, un grande educatore. Al terzo anno fui buttato fuori e il direttore diede a mio padre una strana motivazione: “Noi formiamo i manager del futuro”. Questo libro l’ho scritto anche un pò per colpa sua. Spesso il miglior insegnamento te lo dà il peggior esempio, quello che ti fa dire: «Non voglio essere come lui». Quel direttore era un prete che non aveva capito niente di don Bosco, che invece, di suo, accoglieva proprio chi era fuori da ogni management. Per una puntata de “Il Testimone”, su MTV, conobbi don Marco Pozza, chiamato anche “don Spritz”, famoso perché, vedendo le chiese vuote, decise di spostarsi lui nei locali della “movida” padovana, soprattutto all’ora dell’aperitivo. Grazie a lui ho incontrato il Papa, non a un’udienza privata ma con altre persone. Fummo tutti presentati come atei, al che io dissi subito la verità: «Santità, io non sono ateo, ho fatto i Salesiani. Sono agnostico». E lui mi chiese: «E sei diventato agnostico perché hai frequentato i Salesiani?». Si abbassò subito alla mia altezza. Era interessato a ognuna delle nostre risposte, ci ascoltava. Fu davanti a lui, il “megafono” di Dio sulla terra, che mi venne la domanda: «Ma è lui che si abbassa a noi o siamo noi che, almeno potenzialmente, possiamo innalzarci al suo livello?». È per questo che anche San Francesco mi mette in crisi: perché ha fatto quello che tutti noi possiamo fare ma che è il compito più impegnativo per ogni cristiano, davvero difficile da realizzare.”

Già il titolo, diciamocelo, ci strappa un sorriso, è un chiaro sfottò. Tanto basta pentirsi per cancellare i proprio peccati.

“È un detto siciliano che può suonare un po’ blasfemo: “Futti futti, che Dio perdona a tutti”. Ho omesso la prima parte perché sai, nel dirlo al Papa o alle Paoline avrei avuto qualche titubanza ma per me è la sintesi di come gli italiani vivono la religione cristiana. Arturo non fa niente di speciale: dice la verità. Ma c’è un che di paradossale. Flora è molto religiosa e si accorge che lui non lo è. Allora davanti al calendario di Frate Indovino gli viene un’idea: sarà un cattolico ineccepibile per tre settimane. È una piccola rivoluzione che decide di fare per amore. All’inizio è una provocazione, poi ci prende gusto e applica i precetti anche in famiglia, nella coppia, a calcio, nel lavoro. Se sei cristiano dici la verità, sempre. È troppo facile fare – come dice Papa Francesco – “i cristiani da salotto”.

Dopo aver parlato del libro, Pif ci parla un po’ di lui, della sua vita, di come si sente in questo momento e non smette mai di ridere e sorride, cosa che ci lascia tutti ad ascoltare con molta attenzione.
Prossimamente uscirà il film tratto dal romanzo di Francesco Piccolo, “Momenti di trascurabile felicità”, in cui per la prima volta Pif sarà l’attore e non anche il regista. Il libro, mi fa pensare molto a lui, e penso non ci sia attore più azzeccato. E mentre ci racconta questa esperienza, ci parla dei suoi momenti di trascurabile felicità.

Di base sono felice, poi ho le mie ansie, le mie crisi, i miei sensi di colpa. Sono il re dei sensi di colpa. Il successo lavorativo ha un po’ compensato il fatto io non sia “sistemato”, come si suol dire. Potevo fare l’assicuratore a Frosinone, invece ho rischiato, ho creduto in quello che sentivo di voler fare nella vita, ho fatto una scelta scomoda, perché il successo non era affatto garantito, anzi…”

Così, una signora coraggiosa, chiede se lui sia un rivoluzionario, se sia giusto ribellarsi per amore.

“Il rivoluzionario è sempre spinto da un sentimento forte e l’amore lo è. Certo, ci deve essere una dimensione corale del sentimento: fare la rivoluzione da soli non serve a niente. Bisogna combattere per qualcosa in cui si crede, che non si può fare a meno di dire. Spesso le grandi rivoluzioni sono nate da gesti piccoli. Pensa a Rosa Parks. Non si alzò dal posto in autobus non perché era stanca o perché le facevano male le gambe. Non si alzò perché non era giusto cedere il posto a un bianco. «Non devi mai avere paura di quello che stai facendo, quando è giusto»: lo ha detto Rosa Parks e anche io ci credo. E il suo posto su quell’autobus, oggi, è in un museo. Ho un mio Vangelo laico, dove c’è una frase meravigliosa di San Francesco: «Predicate il Vangelo e, se necessario, anche con le parole». Quando l’ho letta la prima volta, mi sono commosso. All’inizio chi dice la verità viene isolato ed emarginato, persino Arturo a un certo punto resta “cristianamente solo”, abbandonato anche dai suoi compagni di squadra al campo di calcetto. Ma se si crede in una cosa ma se ne vede un’altra e qualcosa non quadra, allora bisogna indagare, chiedersi perché e non accettare tutto per oro colato né dare niente per scontato. Allora sì che è giusto ribellarsi. È così che si va oltre. …Quale era la domanda?…”

Non lo so. Mi ero persa anche io, nel carisma e nella solarità con cui racconta tutto Pif, nelle risate, nei pensieri profondi, che ogni tanto dimenticavo dov’ero e che faceva anche un gran caldo.

 

LO SAPEVI CHE? 10 Curiosità su Pif

  • Nato a Palermo il 4 giugno 1972, Pif, è figlio del regista Maurizio Diliberto e della maestra di scuola elementare Mariolina Caruso. Dopo il liceo scientifico si sposta a Londra e fa alcuni corsi di Media Practice.
  • Pif ha lavorato al fianco di alcuni grandi maestri del cinema: ha assistito Franco Zeffirelli in Un tè con Mussolini (1999) e Marco Tullio Giordana ne I cento passi (2000).
  • In tv ha iniziato come inviato del programma Le Iene. È stato spesso alle feste della Lega Nord come inviato o in Sicilia nei panni di un settentrionale.
  • Mi stressava troppo fare Le Iene di nascosto, guardare il marcio delle cose. Ne Il Testimone se mi danno l’intervista bene altrimenti bene lo stesso, non voglio avere più lo stress di portare a casa una cosa, lo facevo ma con una fatica, una violenza su di me, basta”, ha raccontato in seguito.
  • Nel 2016 però è rientrato tra le fila de Le Iene, in qualità di conduttore accanto a Geppi Cucciari, Miriam Leone, Fabio Volo e Nadia Toffa.
  • Il soprannome Pif (Le Iene) gli viene dato dalla iena e collega Marco Berry nel corso di un viaggio di lavoro
  • Ha debuttato alla regia cinematografica con il film La mafia uccide solo d’estate che lo vede anche protagonista. Nel 2016 realizza il suo secondo lungometraggio In guerra per amore, presentato tra le anteprime della Festa del Cinema di Roma.
  • Di lui dicono: «Il suo è un giornalismo d’inchiesta innovativo che ha molta presa sul pubblico più giovane: quella di Pif si potrebbe definire un’antropologia light», Aldo Grasso.
    Pif e Miriam Leone?Il regista ha scelto l’ex Miss Italia come protagonista femminile per il suo secondo film e il mondo del gossip ha subito vociferato che tra loro ci fosse qualcosa di più (o almeno ci ha sperato).
    “Le ho dato tantissimi baci. Ma li ho tagliati… Ogni tanto mi riguardo le scene e le faccio vedere ai miei amici… Purtroppo mi hanno detto che è tornata single troppo tardi, dopo che avevamo girato…”, ha detto scherzando.
  • Invece Pif e Giulia Innocenzi sono stati fidanzati davvero, ma lui non mai rivelato nulla di più: “Ci stiamo rivedendo. Io non ne parlo nemmeno coi miei di queste cose”, ha dichiarato ribadendo che non ama parlare della sua vita privata.
  • È discendente dello scultore danese Bertel Thorvaldsen, la cui figlia Elisa Sophia Carlotta contribuì a generarne la discendenza.

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