Massimo Ranieri incanta il Teatro Lendi con la sua “Malia napoletana”

Massimo Ranieri Malia

Un ritorno alla Napoli in cui Giovanni Calone è cresciuto, tra i vicoli del Pallonetto Santa Lucia, ancor prima di diventare il Massimo Ranieri che da decenni incanta Stivale intero: è con “Malia napoletana”, spettacolo dedicato alla canzone partenopea degli anni cinquanta e sessanta, che il Teatro Lendi celebra i quarant’anni di attività.

Un viaggio musicale e culturale in una Napoli appena uscita dalla guerra, con le ossa rotte e una grande, grandissima voglia di evasione, in un periodo in cui sul golfo si affacciavano, insieme a Renato Carosone, anche Fred Bongusto e Domenico Modugno, per citarne due, creando un nuovo filone di canzoni, totalmente diverse da quelle ascoltate fino a quel momento, indirizzando il tutto su una highway di suoni americani.

È una Napoli che, quindi, per una sera incontra una parte della sua storia, perché Partenope, una parte d’America, l’ha ospitata nel salotto di casa per anni, con i soldati appena sbarcati e le loro valigie piene – anche – di dischi Jazz e suoni blues.

Potremmo essere in un Jazz Club della Big Apple o in un Night Club di Capri: è tra queste due ambientazioni che si trova la “Malia napoletana”, esattamente a metà tra il fascino naturale dei Faraglioni e le luci di Times Square della città che non dorme mai.

Sul palco, Massimo Ranieri è affiancato da una All Star Band del jazz italiano, composta da Enrico Rava alla tromba e flicorno, Rita Marcotulli al pianoforte, Stefano Di Battista al sax alto, Riccardo Fioravanti al basso e Stefano Bagnoli alla batteria.

E lungo la scia dell’incontro tra Napoli e l’America, lo spettacolo inizia con un aneddoto raccontato da Massimo Ranieri riguardante una delle sue esperienze negli Stati Uniti, che introduce la prima canzone in scaletta, “Anema e core”, resa ancor più emozionante dal piano di Rita Marcotulli, seguita da “Chella la”.

Il viaggio non può che proseguire con una canzone dell’artista che, più di tutti, ha creato un “ponte” tra la canzone napoletana e il blues d’America, muovendosi però sempre sotto un cielo strettamente personale: stiamo parlando di Pino Daniele, di cui Ranieri esegue “Tutta n’ata storia”, prima di dedicargli due bellissimi versi di Aldo Palazzeschi:

Muoiono i poeti ma non muore la poesia
perché la poesia è infinita come la vita.

Dopo “La pansé”, arriva uno dei momenti più intensi dell’intero spettacolo: “Rose Rosse”, accolta con un’ovazione dal pubblico, è seguita da “Resta cu ‘mme” – che, come racconta Ranieri, venne inizialmente censurata per i versi “Nun ‘me ‘mporta do passato, nun ‘me ‘mporta e chi t’ha avuto”, cambiati con “nun me ‘mporta se ‘o passato sulo lacreme m’ha dato” – e “Luna Rossa”, prima della chiusura del primo atto riservata a una energica “Torero”.

Il dream team del jazz italiano riesce a esaltare le capacità interpretative di Massimo Ranieri, sottolineandone delicatamente ogni sfumatura vocale, prima di dare vita a momenti di Jazz di altissimo livello.

Si riparte con “Tu si ‘na cosa grande” che vede Ranieri accompagnato soltanto da Rita Marcotulli al piano ed Enrico Rava alla tromba, e le luci soffuse a rendere ancor più intimo il momento, per poi proseguire con “Another one bites the dust”, omaggio ai Queen eseguito in una versione solo basso da Riccardo Fioravanti, che introduce “Tu vuo’ fa l’Americano”, su cui ogni membro della band riesce ad esaltarsi.

Sospesi tra magia e seduzione, come con la sola “Malia napoletana” si può essere, ritmi funk, blues e jazz, si continua con “Indifferentemente”, “Lazzarella” e “Vieneme ‘nzuonno”, omaggio al Maestro Sergio Bruni, che Calone accompagnò in una tournée negli USA a soli quattordici anni con il nome di Gianni Rock, prima di una seconda incursione nel repertorio ranieriano con “Vent’anni”, accolta dal pubblico con grande entusiasmo. Lo spettacolo si avvia verso la conclusione con “Ue ue e che femmena”, “Nun è peccato” e “ ‘o Sarracino”.

Si chiude il sipario, ma non si alzano le luci, anche perché all’appello manca la canzone più attesa dell’intera serata, che segnò, esattamente trent’anni fa, il ritorno di Ranieri nel mondo della canzone: “Perdere l’amore”.

È così, con la più intensa delle interpretazioni della serata, esaltata dai ricami jazz della band, che cala il sipario e si conclude uno spettacolo che, con le sue due ore e mezza di musica ad altissimi livelli, rappresenta innanzitutto un’operazione culturale di fondamentale importanza, che riesce a conferire una veste nuova alla canzone partenopea.

Corrado Parlati

 

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