Per lasciarsi, meglio una sedia pieghevole – Made in China al Piccolo Bellini

La drammaturgia di Simone Perinelli, che poi divide il palco (divide letteralmente!) con Claudia Marsicano, rende Made in China – postcards from Van Gogh, uno spettacolo certamente unico nel suo genere, a metà tra teatro e metateatro, a metà tra realtà e metafora, a metà tra omaggio e falsificazione.

I confini sono labili, sembra suggerire lo spettacolo da ieri sera in scena al Piccolo Bellini. I confini spaziali scompaiono in una cartolina che rimanda a Parigi e all’Olanda insieme, e poi in un tentativo tragicomico di spiegare il Fung Shui in uno dei tanti episodi della piece che paiono slegati, anche loro sparpagliati come ingredienti di una ricetta al cui compimento non si arriva mai.

Non è Van Gogh il collante, ma è il pretesto. Il pretesto per parlare di tutto, passando all’interno di quattro suoi quadri, quattro pretesti: Autoritratto con orecchio bendato, La sedia vuota, La notte stellata, La camera di Vincent ad Arles. Tutt’attorno alla figura del pittore olandese nasce infatti un dibattito sul vero e sul falso, e seguendo questa mappa tortuosa non sempre si riesce a navigare facilmente in quel mare sempre agitato che è stata una vita dedicata all’arte.

Quali sono i confini? A Hong Kong, ci spiega Simone Perinelli un po’ in Van Gogh e un po’ in cinese, esiste una fabbrica a cielo aperto in cui si riproducono opere d’arte destinate agli shop dei musei di tutto il mondo. Si riproducono anche I Girasoli, a Hong Kong, e allora qual è il quid che rende I Girasoli, quello vero, il dipinto autentico? La firma dell’artista – perché nella fabbrica di Hong Kong i copisti la omettono – ?

Forse, l’intenzione.

Ecco, forse l’intenzione è la cosa più difficile da riprodurre. I copisti cinesi non finiscono in manicomio a Saint-Remy, quando lavorano per riprodurre un quadro di Van Gogh. Non si sparano, e poi tornano a dipingere corvi neri su un campo di grano, col proiettile in corpo. Non si tagliano un orecchio.

L’ha già fatto Van Gogh per loro.

Copiare è un modo di mettersi al sicuro. La copia di una realtà non ha nessun rapporto con la potenza di quella stessa realtà che l’ha generata.

Così, forse, gettandosi in questo dirupo di rimandi e mistificazioni, Claudia Marsicano può elencare le cinque regole d’oro per farsi il selfie perfetto (magari col telefono cinese copia di un iphone), mentre in un’altra stanza, un po’ dietro di noi, un uomo dipinge il suo volto con un orecchio bendato.

Tutti e due, la ragazzina che si aggiusta le luci e l’uomo che si aggiusta le bende, hanno l’intenzione di ribadire: io sono qui. Ma qui, dove?

Van Gogh ci parla dalla sua cameretta di Arles – quella che l’esperto di Feng Shui avrebbe bocciato perché ha le pareti blu, e il blu è un colore in cui si può sprofondare, se non si sta attenti -, ma anche dall’ingresso della casa della donna che ama e che gli si nega, gli si nega mentre lui sta con la mano sulla fiamma della lampada a dar prova di una resistenza che è tutta – e solo – fisica. È finta, è falsa anche quella.

 

Van Gogh ci parla anche attraverso la TV, oggi, in un cortocircuito che catapulta i Griffin a teatro quando Perinelli e Marsicano citano il penoso – e tuttavia comico! – siparietto del pittore che offre l’orecchio all’amata in dono: “Sarà una storia divertente da raccontare ai nostri figli”, dice lei. “Oh, avresti dovuto dirmelo prima che ti portassi quest’altro dono, che volevi figli…”, risponde un costernato Van Gogh.

Made in China è uno spettacolo che ha saputo unire il lirismo delle lettere a Theo con il dissacrante umorismo di un cartone animato, ha saputo intrecciare un ombrellino cinese giallo ad un girasole olandese, ha raccontato il dolore, la disperazione, l’intenzione di Van Gogh senza mai cedere all’immedesimazione, sottolineando di essere esso stesso una riproduzione, un falso.

E ciò tuttavia, quando alla fine Perinelli-Van Gogh ha chiesto alla sua donna: “Se vai via, porta con te la sedia. Se la lasci qua, mi ricorderà che un tempo c’eri anche tu, e continuerò a parlarle, e tu continuerai a rispondermi”, ebbene, alla fine dello spettacolo, io il pensiero di portar via la sedia vuota l’ho fatto.

Mi è sembrato un ultimo gesto cortese, per quell’uomo, quell’artista con cui continuiamo a comunicare come se le sue tele fossero altrettante sedie vuote che ha lasciato per noi.

E sì, anche io, come l’attore sul palco, ho pensato: nell’eventualità di un addio, forse sarebbe più comodo portarsi dietro una sedia pieghevole.

Marzia Figliolia

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