Esistenzialista per caso

Il film di cui parliamo oggi è “I giorni contati” (1962), di Elio Petri. Questo è il secondo lungometraggio del regista romano che, una decina di anni dopo, vincerà l’Oscar per il miglior film straniero con una pellicola cardine della storia del cinema mondiale (della quale tratteremo ampiamente in un prossimo articolo).

Ne “I giorni contati” Petri riflette e indaga su una questione di non poco conto: IL SENSO DELLA VITA!

Il protagonista assoluto della pellicola è Cesare (un grande Salvo Randone, attore feticcio di Petri prima dello storico sodalizio con l’altrettanto grande Gian Maria Volonté), uno “stagnaro” (idraulico) romano che un giorno sull’autobus assiste alla morte per infarto di un uomo. L’imprevedibilità dell’evento e la scoperta che l’uomo aveva all’incirca la sua stessa età creano in Cesare uno shock enorme, tanto che decide di abbandonarsi ad un totale fatalismo. Sente di avere letteralmente “i giorni contati” e perciò, con l’avvicinarsi della fine, tutto perde di senso, come il lavoro che decide di abbandonare di punto in bianco.

Comincia così un viaggio che la macchina da presa segue godardianamente per la città di Roma e non solo. Incalzato dalla psicosi della fine imminente e liberatosi dalle incombenze quotidiane, Cesare ricerca nel mondo che lo circonda un senso all’incessante scorrere dei giorni, ma questo è molto più difficile a trovarsi di quanto non parrebbe.

Tenta di rifuggire nel passato, cercando di ricucire i rapporti con una vecchia fiamma incontrata per caso in giro per la città e pedinata fino al posto di lavoro di lei. Prova a rivangare il passato, fa ipotesi su come sarebbe stata la loro vita se non si fossero lasciati, ma la donna è stranita e non capisce le intenzioni di Cesare. D’altro canto, neanche lui sembra sapere veramente cosa vuole da lei…

Il tuffo nei ricordi continua con il ritorno al paesino natale, con la speranza di trovare il mondo idealizzato lasciato anni addietro, ma l’impatto con la realtà non è dei più morbidi. Il paese è semideserto, la piazza centrale è attraversata solo da cani randagi e il barista che lo serve al tavolino di un caffè gli dice che sono tutti “andati a Roma, in America, o sono morti”.

Passa molto tempo ad osservare la gente: durante una gita al mare si rende conto di non conoscere nulla di tutta la gente che si trova in spiaggia con lui e gli pare assurdo che si viva da estranei tra i propri simili. Si arrovella le meningi su ragionamenti esistenziali come quando, durante una scampagnata con gli amici, osserva le persone che si divertono immaginando che lui e i suoi compari siano morti. La triste conclusione che trae è che se anche fosse vero non cambierebbe nulla, quelle persone sarebbero nel medesimo posto a fare le medesime cose. Agli improperi e agli scongiuri degli amici turbati dalle sue supposizioni lo stagnaro risponde con aria quasi spiritata: “io cerco di capire, io mi sforzo di capire…”.

La comprensione, però, non arriva. Arriva piuttosto l’abulia. Comincia a non saper più dove andare e cosa fare. La padrona della pensione dove alloggia (è vedovo e suo figlio, ormai adulto, vive per conto proprio) gli consiglia di andare a fare un giro alla stazione, a vedere il Colosseo illuminato oppure al night club, ma Cesare apaticamente risponde: “certe volte penso che non mi importa più di niente”.

Alla fine i nodi arrivano al pettine, i soldi finiscono e Cesare si fa convincere da alcuni truffatori a farsi spezzare un braccio per riscuotere il premio dell’assicurazione. Lo stagnaro arriva a pochi attimi dal colpo del “boia” ma si scansa per paura, decidendo di ritirarsi dal gioco. I suoi “complici” non la prendono bene e lo lasciano andare solo dopo avergli impartito una sonora lezione.

Uscito fortunatamente indenne da questa disavventura, il protagonista del film decide di ritornare a lavorare perché, come dice a un cliente a casa del quale si reca per aggiustare un rubinetto, “il lavoro non ti fa pensare, fa da scacciapensieri”.

La pellicola si conclude amaramente. Per ironia della sorte (o degli sceneggiatori), la paura di morire da un momento all’altro diventa realtà proprio quando Cesare smette di pensarci e, come l’uomo all’inizio del film, viene trovato morto sull’autobus da un controllore che lo scuote pensando che si sia addormentato.

Le riflessioni che scaturiscono dalla visione di questo film sono tante, così come le interpretazioni del suo sottotesto. Elio Petri disse che il suo era un film contro l’alienazione e le nevrosi create dai ritmi della vita moderna (siamo nel pieno del “boom economico”). Da questo punto di vista è impossibile non evidenziare l’attualità di questa pellicola. Nevrosi e alienazione dell’individuo affliggono la società occidentale del 2018 come quella degli anni ’60, con la differenza che se un tempo, come accade a Cesare, poteva capitare di sentirsi soli in mezzo a decine di persone su una spiaggia, oggi può succedere che si provi la stessa sensazione nonostante le migliaia di “amici” certificati dagli arcinoti social networks.

Ma allora, qual è il senso della ricerca di Cesare? A cosa porta il suo estenuante tentativo di Capire? Apparentemente a nulla. Il percorso dell’idraulico romano torna al punto di partenza senza acquisizioni particolari. Il nostro eroe ricomincia a lavorare per necessità, e così facendo sembra dimenticare le paure relative alla morte imminente e questo sembra quasi rasserenarlo… Forse, perciò, la risposta alle sue domande (che poi sono quelle di tutti noi) è che non c’è risposta, che bisogna smettere di domandare. Il senso delle cose che facciamo è nelle cose stesse: nei mezzi che prendiamo per tornare a casa, nei rubinetti da aggiustare, nelle bollette da pagare, nella fatica del lavoro che a volte diventa insopportabile e ci fa pronunciare le parole che Amilcare rivolge all’amico Cesare mentre è intento a svolgere il suo lavoro di imbianchino notturno: “sono stanco Ce’… Stasera non so cosa darei per essere in un altro posto… Anche lì, lì (indicando dei punti a caso), dappertutto, ma qui… no”.

L’interpretazione esistenzialista, d’altronde, è ironicamente suggerita dallo stesso regista, che fa dire ad un mercante d’arte incontrato da Cesare “Vede, il suo è un problema squisitamente moderno. Lei, senza neanche saperlo, è un esistenzialista”, lasciando interdetto l’idraulico che risponde con un “Eh?”.

Chissà allora cosa direbbe Albert Camus degli ultimi momenti di vita che Cesare passa sull’autobus dopo una giornata di duro lavoro… Se “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo”, bisogna immaginare Cesare felice.

 

 

 

 

 

 

 

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