“Bohemian Rhapsody”: il mito di Freddie Mercury sul grande schermo

A un mese dall’uscita nelle sale internazionali, arriva finalmente in Italia “Bohemian Rhapsody”, l’atteso biopic su Freddie Mercury e i Queen.

Se non si conoscesse la verità, se non si fosse in grado di avere traccia o addirittura ricordare le rivoluzionarie imprese di una delle band più leggendarie del secolo passato, ci si potrebbe quasi trovare difronte ad una storia studiata a tavolino per tener incollato il pubblico allo schermo.

Figlio di immigrati indiani a Londra, infanzia modesta e soprattutto voglia di voler avere più di quello che la vita sembra avergli destinato sono probabilmente le caratteristiche che hanno forgiato Farrokh Bulsara e che lo hanno fatto diventare il Freddie Mercury che tutti conosciamo, interpretato nel film da Rami Malek e la sua ingombrante protesi dentale.

La sua –giustificata- voglia di gloria, unita al suo talento vocale e autorale e al suo innegabile carisma, lo portano fino a Brian May (Gwilym Lee) e Roger Taylor (Ben Hardy), rispettivamente chitarrista e batterista, che riesce a convincere a prendere con loro. Con l’aggiunta poi di John Deacon (Joe Mazzello), la magia è completa: nascono i Queen.

La strada, però, è tutta in salita: prima la difficile impresa di trovare una casa discografica disposta a credere in loro e, con l’arrivo del successo, non mancheranno di certo cattive abitudini che saranno in grado di portare il gruppo alla distruzione, salvo poi la leggendaria reunion in occasione del Live Aid del 1985.

Per essere il biopic di una band rivoluzionaria come lo sono stati i Queen, “Bohemian Rhapsody” è un film che non mantiene nulla di quella voglia di sbalordire il pubblico proprio della band.

Non c’è nulla che riesce a stupire il pubblico perché gli eventi vengono narrati esattamente come sono stati. Se da un lato è vero che non ci sono –a ragione, aggiungerei- ornamenti innecessari per una storia che è già grandiosa di suo, dall’altro non ci sono neppure quegli approfondimenti che avrebbero davvero reso “Bohemian Rhapsody” un film degno di raccontare la storia di una band della portata dei Queen: insomma, il film non si allontana mai troppo dalla comfort zone, probabilmente perché la sua realizzazione ha visto il coinvolgimento degli altri membri della band, Brian May in primis.

Questa eccessiva prudenza, però, non toglie al film la magia che riesce, nonostante tutto, a creare grazie alla perfetta ricostruzione delle performances della band, che sono il vero fiore all’occhiello di “Bohemian Rhapsody”.

Se il film ha uno scopo è proprio questo: ripercorrere quelle memorabili performance guidate da uno dei più carismatici leader che una band abbia mai avuto e, magari, anche farle vivere per la prima volta ad un pubblico più giovane che, per questioni anagrafiche, non è riuscito a vivere quel periodo d’oro dove il panorama musicale era popolato da grandi e, tra i più grandi, non può non figurare proprio Freddie Mercury.

Certo, l’effetto non sarà sicuramente lo stesso dell’originale.

Rami Malek, nonostante la sua bravura che non discutiamo di certo in questa sede, riesce a (sop)portare sulle sue spalle il peso di una vera e propria icona come Mercury, ma non riesce a dargli quella stessa magia che l’originale usava per stregare il proprio pubblico. A Malek è sicuramente stato affidato un compito difficilissimo che riesce a portare a termine in modo sufficiente, ma nulla di più. Forse, senza quell’orribile protesi dentale, il risultato avrebbe potuto essere diverso, ma chi può dirlo…

Comunque sia, nonostante i suoi difetti, “Bohemian Rhapsody” rimane un omaggio alla musica dei Queen e, sotto questo punto di vista, il risultato è impeccabile: riascoltare in una sala cinematografica quelle canzoni che hanno caratterizzato un’epoca in versione originale fa passare in secondo piano tutte le mancanze del film, riempiendo tutti i suoi vuoti.

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