1984 – A teatro assieme a Matthew Lenton e al suo Grande Fratello

È la quarta parete che si frantuma, perché nel mondo di Oceania non ci sono spettatori, c’è solo lo spettatore. L’unico, l’onnipotente, l’onnipresente: il Grande Fratello che tutto osserva e che conosce i pensieri di tutti.

1984 è il titolo dello spettacolo portato a teatro dal regista scozzese Matthew Lenton e sulle tavole del Teatro Bellini da Luca Carboni, Eleonora Giovanardi, Nicole Guerzoni, Stefano Moretti, Aurora Peres, Mariano Pirello e Andrea Volpetti.

1984 è anche il titolo del libro del 1949 di George Orwell che tutti dicono di aver letto.

Ma non vi preoccupate. Se non l’avete letto, tranquilli: lo state vivendo.

George Orwell aveva una qualche familiarità con i punti di vista “rivoltati”: quand’era un ragazzino e il suo nome era ancora Eric Blair, aveva l’abitudine di mettersi a testa in giù nel giardino di casa, attirando l’attenzione di vicini e passanti: “La gente fa più caso a te se stai sottosopra, piuttosto che se stai dritto!”, diceva.

È forse guardando il mondo da una posizione differente, originale, che Orwell ha visto lontano, più lontano di tutti, non un mondo “altro”, distopico, ma piuttosto una possibilità, una minaccia che nel 1949 era appena un bisbiglio lontano e che oggi è più che mai una realtà assordante.

La “discussione” che apre lo spettacolo è il primo degli inganni, è la manipolazione originale: gli attori fingono di coinvolgere il pubblico in un dibattito che diventa via via sempre più grottesco quanto più diventa attuale, partendo da una domanda posta con la totale ingenuità che è la peggiore delle malizie: ma secondo voi, 1984 è un libro dai temi ancora attuali?

E giù a discutere di Trump, di Di Maio, di diritti delle minoranze contro i diritti della maggioranza, delle parole. Ecco. Delle parole. Bisogna parlare delle parole. Diceva qualcuno che le parole sono importanti.

Quello delle parole è un tema centrale, quando 1984 ha visto la luce per la prima volta ed oggi, cinquant’anni dopo. Perché la parola è la realtà. Dimmi come devo chiamarti e ti dirò chi sei. Se sei. Quando Eleonora Giovanardi dibatte sul diritto o meno delle persone transessuali di domandare una legge che regoli l’uso dei pronomi con cui rivolgersi loro, parla del diritto di affermazione, del diritto di esistenza che la parola concede.

E all’interno dello spettacolo, poi, sarà Andrea Volpetti, nei panni di Syme, a spiegare come sia necessario, per il controllo del Grande Fratello, che vengano ridotte all’osso le parole, fino a che non ci sia più modo di esprimere dissenso, fino a che non ci siano più parole per pensar male del Partito: “a cosa serve il contrario di buono, cattivo, se puoi usare s-buono?”, si chiede.

1984 ha sognato una dittatura della tecnologia prima che Twitter diventasse il mezzo ufficiale scelto da un Presidente degli Stati Uniti per diffondere i propri messaggi, senza filtri e senza bisogno di verificare i fatti. Ha sognato di controllo della tecnologia sull’uomo prima degli scandali che hanno coinvolto Facebook e la vendita dei dati degli utenti ad altre big corporations capaci di tesserci su una manipolazione su misura. Ha sognato lo slogan “l’ignoranza è forza” prima che qualcuno affermasse che la propria opinione vale esattamente quanto quella di tutti gli altri, al netto di qualunque titolo, conoscenza, credibilità.

Orwell ha sognato un mondo di gente che guarda e che viene guardata, che è quasi grata di poter delegare la responsabilità della propria libertà ad un’entità esterna – o meglio, interna, come la meravigliosa scenografia minimalista di Guia Buzzi sottolinea, nel creare strati di schermi all’interno dei quali si muovono i soggetti, gli attori, corpi e vittime di questo mondo in cui siamo finiti anche noi, perché il volto del Grande Fratello non appare in fondo al palco: l’ultimo schermo è sul fondo della platea, da questa parte, dalla nostra parte. Ci guarda tutti. Siamo tutti coinvolti. Forse, solo, lo sappiamo di meno.

Che cosa resta? La risposta di Orwell, e quella di Winston, il suo protagonista, può sembrare un’inutile romanticheria: resta l’amore. L’amore di Winston per Julia. L’amore è l’azione definitiva, non una cosa delicata e romantica, ma una rivolta, un’azione talmente involontaria e talmente inevitabile che nemmeno il Grande Fratello ha potere su di essa: “Potranno farci dire qualsiasi cosa, ma questo non è tradirsi. Tradirsi sarebbe solo smettere di amarsi”.

Orwell ha sognato. Gli attori di 1984, ieri sera al Bellini, ci hanno ricordato che l’incubo, invece, è tutto nostro. E l’unica rivoluzione possibile, oggi come cinquant’anni fa, è restare umani.

Marzia Figliolia

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