I Fiordalisi – Poesia &…

Torna lo spazio dedicato a “Poesia &…”, l’appuntamento bimestrale in cui Riccardo Canaletti abbina la poesia, protagonista assoluta de I Fiordalisi, a un grande tema di riflessione e dibattito.

Dopo “Poesia & Infinito“, oggi è la volta di “Poesia & Comunella”.

Buona lettura!

 

” – Nome
– Karl Marx
– Come si scrive?
– M A R X “

Zabriskie point

 

A Riccardo, compagni sempre!

Questa è la dedica al libro Gli arcani del Vietnam, di Jack Hirschman, nume tutelare della poesia politica, della poesia di denuncia, più bestiale della Beat, più incisivo dello slam poetry.

 

Jack Hirschman

 

Un tipo alto, baffuto, capelli lunghi, secchi, spettinati, grigi, intrecciati a piccole venature ancora scure, di un nero d’assalto, quell’antifascismo, quell’anticonformismo che è proprio di una lotta, vorrebbe dire, anche selvaggia, barbara. Nel 1966 venne allontanato dall’insegnamento presso la UCLA per via della sua decisa opposizione alla guerra in Vietnam. Ha scritto più di 100 libri, le battaglie sono a favore dei poveri. Lo muove una rabbia e un amore misti insieme, una miscela di miele e arsenico, conserva forse una pacata apocalisse, quella di tutti i compagni che cercano di lottare con costanza, senza lasciare che lo spirito di rivolta bruci. Eppure, nonostante il fervore, il romanticismo di parte della sua biografia, la prima cosa che dice nel locale scuro, nelle Marche, prima di alcune letture “anti-Trump”, è che c’è bisogno di mettersi più vicini, ecco, vedi, ti dice, bisogna stare quasi attaccati, che non servono gli spazi vuoti tra le persone; ti dice di stare in silenzio quando legge, di parlare con lui il resto del tempo; piccole regole di convivenza. Una comunella. Comunella è termine apparentemente frivolo, che ha in sé il cuore di ogni forma di vita organizzata. La gestione della vita quotidiana è la domanda politica che ci si pone davanti e, Jack Hirschman, la traduce in poesia.

Perché?

Cosa la poesia può fare in quanto oggetto d’arte? Fitzgerald diceva che la letteratura serve perché ci fa sentire parte di qualcosa. Qualcuno dovrebbe spiegarsi il nobel a Dylan anche per questo. La comunicazione ha vinto, non l’informazione, ma la poesia, il messaggio espresso liberamente. La poesia conserva queste due caratteristiche autonome, eppure legate, in un rapporto potremmo dire di ordine superiore, in cui l’istanza collettiva e l’istanza creativa (dell’immaginazione) si muovono su una linea comune. Questa sembra essere l’unica poesia possibile oggi; una poesia diretta, tagliente, di denuncia, non per questo anti-poetica, ma comunque una poesia che non scenda a compromessi.

Fare comunella significa anche scambiarsi questa libertà espressiva, lasciarsi la parola a vicenda. E questo dovrebbe essere il punto centrale di un possibile dialogo tra poeti della stessa generazione: cosa la poesia può fare collettivamente?

Togliere alla poesia la soggezione oclocratica di una certa nicchia, più o meno reale, di poeti che producono un’arte che sembra non poter uscire se non da loro, significa consegnare la poesia a chi ha in sé la possibilità di recepire il messaggio nella maniera più cogente possibile. La poesia, se fatta in comunella, è una poesia di scambio, amichevole, una poesia che può solo creare spinta verso l’azione, qualcosa a cavallo tra un sentimento donchisciottesco e la volontà di concepire la parola come quella differenza che unisce, quella differenza che non può essere utilizzata per tagliar fuori, per chiudere, o per escludere.

 

Riccardo Canaletti
(guarda anche l’uscita precedente)

 

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