Il cinema fascista e la parabola mussoliniana: storia di un fenomeno

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Quest’oggi parliamo del cinema fascista. Si tratta di un tema molto particolare, di cui si è parlato molto ma che presenta ancora alcune carenze dal punto di vista metodologico e storiografico.

In primo è luogo è necessario sottolineare un elemento, che rappresenta una colonna portante di tutto il discorso sull’espressività artistica che si sviluppa in Italia durante il ventennio 1922-43: Benito Mussolini proveniva dal mondo della carta stampata.

Prima di intraprendere la carriera politica, e divenire capo del governo nell’autunno 1922, Mussolini aveva avuto modo di lavorare nella redazione dell’Avanti!, il principale organismo d’informazione del Partito socialista, e – durante le prime fasi controverse della Grande guerra – aveva fondato il giornale nazionalista Il popolo d’Italia. La sua esperienza gli permise quindi di avere maggior consapevolezza nei confronti dei mass media e del ruolo che essi potevano svolgere sulle masse, rispetto agli altri dittatori della prima metà del ‘900: Stalin in Russia e Hitler in Germania.

Mussolini comprese fin da subito il potenziale del cinema fascista. E in particolare, si sentì maggiormente la svolta in questo campo a cavallo tra gli anni ’20 e gli anni ’30, quando la tecnologia nel campo mediatico subì un grande balzo in avanti con il passaggio dal muto al sonoro. Da questo momento in poi, l’attenzione si sposta dal singolo gesto e dalla posizione all’interno dello schermo alla parola e al modo di porsi durante un’arringa politica.

Il cambiamento per il regime è impressionante. Mussolini, sempre al centro dei cinegiornali prodotti dall’Istituto Luce, si presenta come un uomo sicuro di sé, certo della vittoria e affermato dal punto di vista politico. Per quanto riguarda il cinema fascista, sono due in particolar modo i momenti in cui emerge l’importanza del grande schermo all’interno degli schemi propagandistici realizzati dal regime, che si esprimono nelle direttive del MinCulPop (Ministero della Cultura Popolare).

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In primo luogo, la conquista dell’Etiopia nel 1936 e la proclamazione dell’Impero. Si è sempre ritenuto che questo sia il momento di maggior adesione della popolazione italiana alla politica espansionistica e aggressiva del regime fascista, e il cinema assunse un ruolo fondamentale. L’annuncio venne diffuso dai cinegiornali, che offrivano un’immagine di Mussolini “eroica”, al centro di riflettori che circondavano la sua figura.

Il secondo momento specifico fu il ritorno di Mussolini dalla Conferenza di Monaco nel 1938, presentata come grande vittoria diplomatica dell’Italia all’interno dello scacchiere europeo, ma rivelatasi in seguito l’espressione concreta dell’incapacità dei politici europei – dall’inglese Neville Chamberlain al francese Édouard Daladier – di opporsi all’espansionismo tedesco. In questo caso, i cinegiornali Luce ripresero l’entrata di Mussolini a Roma, accolto da un folla in delirio che lo accompagna fino a piazza Venezia.

In conclusione, il cinema è sempre stato un canale espressivo molto importante per qualsiasi regime politico, e lo fu in particolar modo per il fascismo che dichiarò fin da subito la propria indole “totalitaria”. Studiare e analizzare il fenomeno da un punto di vista storico e metodologico significa capire parte del nostro passato e, in parte, comprenderlo.

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