Victoria’s Secret contro la bellezza inclusiva

Ricordate quando qualche settimana fa abbiamo parlato di bellezza inclusiva? Bene, dimenticatelo. Oggi parliamo di un brand che ha fatto della non inclusività la sua cifra distintiva e che porta avanti con fermezza ormai da anni questa battaglia contro le critiche dell’opinione pubblica, modelle curvy in rivolta e petizioni online.

Sto parlando del famosissimo brand di lingerie Victoria’s Secret.

Questo brand è riuscito a creare attorno al suo nome una vera aura di glamour e di esclusività: impossibile non aver mai visto almeno una volta gli “angeli” di Victoria’s Secret sfilare in quelli che sono dei veri e propri eventi, Victoria’s Secret Fashion Show, che il marchio organizza per la presentazione delle sue collezioni.

Dobbiamo a Roy Raymond e a sua moglie Gaye la nascita di Victoria’s Secret, nel 1977. L’idea di creare un marchio di lingerie venne a Roy quando recatosi in un negozio di lingerie per comprare qualcosa alla moglie trovò solo camicie floreali di nylon e accappatoi di spugna. Dopo qualche anno di studio del mercato della biancheria intima, Raymond, aprì il suo primo negozio allo Stanford Shopping Center. Il successo di pubblico fu immediato tanto che l’azienda iniziò a vendere anche per corrispondenza e i guadagni permisero l’apertura di altri punti vendita. Il resto è storia.

La storia di Victoria’s Secret è una storia di successo planetario, oggi conta tantissimi punti vendita in tutto il mondo ed è un brand molto ambito dalle donne di tutto il mondo, basti pensare che il loro show viene visto in 190 paesi da circa un miliardo di persone.

Tuttavia negli ultimi anni è spesso al centro di critiche e controversie in quanto è tutt’altro che un brand inclusivo.

Nel 2014 Victoria’s Secret lancia una campagna “The Perfect Body”, quello che ne è seguito è stato un movimento guidato da Ashley Graham che, postando foto con hashtag #imnoangel, è riuscito a far cambiare lo slogan di campagna dell’azienda trasformandolo in “A body for everybody”.

Proprio Ashley Graham, la famosissima modella curvy, si è proposta più volte come angelo ed è sempre stata respinta dal brand in quanto non incarnava l’immaginario di Victoria’s Secret. Come Reazione al rifiuto, Ashley Graham ha postato su Instagram la sua foto mentre sfila in lingerie aggiungendosi delle ali e commentando “Got my wings”, ho le mie ali. Questo fotomontaggio è diventato un chiaro appello al cambiamento per l’azienda.

Recentemente, la modella transgender Leyna Bloom, con un tweet si è auto-candidata per essere uno degli angeli di Victoria’s Secret ma, ovviamente, l’appello è stato ignorato. E non sono bastati i tweet e i retweet di supporto alla candidatura.

Negli anni l’azienda non si è mai esposta e non ha dato mai una vera spiegazione a queste scelte non inclusive. Alla vigilia di un nuovo Victoria’s Secret Fashion Show a seguito di nuove polemica, Ed Razek, capo del marketing, intervistato da Vogue ha cercato di dare una spiegazione alla loro scelta di escludere donne curvy e transgender dicendo, in breve, che si hanno valutato l’opportunità ma che non fa al caso loro e che in realtà hanno provato a fare uno show con modelle plus size ma che non è interessato a nessuno.

Ecco, allora come si spiega il successo di Savage x Fenty, il marchio di lingerie di Rihanna, estremamente inclusivo pensato affinché ogni donna si senta a suo agio con il proprio corpo?

Ogni azienda fa le proprie scelte, condivisibili o meno, per mantenere intatta e salda la propria immagine. Se Victoria’s Secret sceglie di mantenere la propria linea focalizzandosi sul famoso Fashion Show e sugli angeli è una scelta, ma il mondo reale sta andando da un’altra parte, sempre più verso l’inclusività e la fluidità di genere. La cosa che mi meraviglia dell’intervista a Razek è come non riescono a vedere un fenomeno che ormai è sotto gli occhi di tutti, magari i numeri riusciranno dove le clienti, i social e la società non sono riusciti.

 

Anna Vollono

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