I Cani, il ritorno: nascosti ma in piena vista

Una scatola di cartone, a terra , tra le foglie. È questa l’immagine del nuovo brano de I cani “ Nascosta in piena vista”. In realtà ,non è un nuovo singolo. Non c’è un nuovo album in arrivo. Non ci sono concerti. Come sempre nessun programma e tanto mistero. Solo una canzone nuova. Una bellissima canzone nuova. La canzone ,è stata inserita nella colonna sonora del film “Troppa grazia“, film diretto da Gianni Zanasi e interpretato da – tra gli altri – Alba Rohrwacher, Elio Germano e Giuseppe Battiston, già presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Prodotta e registrata dallo stesso Contessa, mixata da Giacomo Fiorenza e masterizzata da Andrea Suriani all’Alpha Dept. Tre anni di silenzio dall’ultimo album del 2016, “Aurora”, e il progetto de I cani, al singolare Niccolò Contessa ,torna a farci sognare.

 chi è Niccolò Contessa?

«Vediamo ogni giorno troppe band, troppi nomi, troppi servizi fotografici, troppe facce. Credo che il pubblico sia desensibilizzato all’immagine di band e alla rappresentazione classica di band, quindi conviene puntare su altro, ad esempio foto di cagnolini.»

Classe ’86, nato a Spoleto e cresciuto a Roma. Niccolò Contessa è il one-man-band de I Cani, ma non solo. Dopo aver accarezzato e poi conosciuto il successo con i suoi album, Niccolò Contessa si afferma anche come autore e produttore. Da qualche tempo il cantautore si è cimentato nella scrittura di brani non destinati a lui. (Coez “Faccio un casino” e di un brano del nuovo album di Michele Bravi, ma soprattutto del grande successo di Calcutta, l’album “Mainstream” )
Niccolò Contessa è ormai un personaggio nel panorama della musica romana, ha perso la sua timidezza dei primi anni per acquisire una autorevolezza ottenuta grazie agli anni di duro lavoro. Pochi , come lui, riescono ad interpretare sogni e frustrazioni di una generazione che non si riconosce più in niente.

“Non sono un tipo molto melodrammatico e mediterraneo, diciamo. Non amo le scene madri. Semmai, sono uno che si reprime. Perciò ho preferito dei suoni che mi restituissero questa idea di freddezza e repressione. Ho lavorato con un synth ibrido analogico digitale, che funzionava bene allo scopo di ricreare un mondo sonoro freddo, ma evocativo. Non ci sono stati ascolti che mi hanno particolarmente influenzato. Volevo intercettare il vuoto, quelle atmosfere pulite e con molto riverbero.”

I cani, interpreti di una generazione

 

I cani hanno raccontato il mondo dei giovani di venti, trent’anni, attraverso le loro canzoni, tanto che alcune – come I pariolini di diciott’anniVelleitàLexotanBaby soldato o Questo nostro grande amore – sono diventate vere e proprie hit generazionali. Sono stati i primi a cantare un malessere ma anche un modo di vivere: rabbia, apatia, sogni; forse velleità di persone che faticano a trovare un senso nel vivere in una società che ad un laureato offre un call center.

“Questa generazione stranamente non mostra istanze politicamente ribelli o contestatorie, nonostante abbia motivi molto forti e concreti per provare rabbia, molto di più di quella cresciuta negli anni Sessanta-Settanta, che poi si è decisamente inquadrata. Penso, per esempio, a tutti coloro che ai tempi hanno militato in varie formazioni politiche per poi ritrovarsi sistemati in varie situazioni di potere, magari di destra. Anch’io faccio fatica a trovare questa rabbia dentro di me, anche se sono perfettamente consapevole del paradosso: siamo una generazione sfortunata rispetto a quella dei nostri genitori ma a questo non corrisponde la formulazione di una critica sul piano politico. È una generazione molto sfortunata e molto disimpegnata”.

“Uno dei miti della mia generazione, più che il denaro, è l’affermazione sociale ma in un particolare ambito, che è quello culturale, forse perché appunto, molti hanno avuto la possibilità di studiare e hanno investito davvero tutto in questo. Il lavoro creativo, più che il posto fisso, è il vero mito di questa generazione. Oppure, per altri, nei talent o comunque genericamente nello spettacolo”. Una vita in cui non c’è niente a cui appoggiarti nei momenti difficili, quando le velleità si scontrano con la realtà, genera ansia, paura e aggressività che si sfoga magari come si diceva, non in piazza come un tempo, ma sui social network. Una forte ideologia qualunque dei tempi passati ti dava una forza, essere abbandonati a se stessi invece porta anche la persona più sicura di sé ad avere dei momenti di crollo”.
“Puoi avere il più grande successo ma non si può vivere solo di quello. Io sono convinto che l’individualismo fallisca, non puoi vivere solo di ambizione, di risultati. Quindi penso che ci sia in noi tutti un desiderio di qualcos’altro. Il problema è che non l’abbiamo ancora trovato”.

Aveva detto così Contessa in un’intervista del 2015, e queste parole , a mio avviso, racchiudono un po’ quello che lui è , quello che la sua musica è, e il perché sia arrivato in maniera così importante tra i giovani.

LO SAPEVI CHE?

(Qualche curiosità su Niccolò Contessa).

– Il libro preferito di Niccolò Contessa è La vita agra di Luciano Bianciardi, ma non è comunque riuscito ad andare oltre le prime 50 pagine perché l’ha trovato un po’ retorico.
-Niccolò Contessa quando vede un cane cambia subito strada per paura di essere aggredito. Idem quando vede un coatto.
– Per Niccolò Contessa Roma Nord non è tanto un luogo geografico quanto una categoria dello spirito.
– Una volta Niccolò Contessa ha sollevato un polverone dichiarando che i Fleet Foxes sono meglio dei Beatles (che comunque non gli dispiacciono).
-Niccolò Contessa quando te lo presentano sembra gentile e simpatico, ma in realtà sta già pensando al prossimo pezzo che scriverà su di te.
– Il sacco con cui Niccolò Contessa, durante i primi live, celava il proprio volto nel tentativo di mantenere l’anonimato, è lo stesso che usarono i rapitori di Aldo Moro.
-Una volta Niccolò Contessa ha dichiarato, enigmaticamente, che “Il miglior modo di esibirsi oggi è nascondersi”.

Dopo questo progetto, si profila una nuova Aurora all’orizzonte? Non ci resta che aspettare.

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