“First Man”: l’uomo ritorna sulla Luna

First Man”, la nuova fatica di Damien Chazelle, è arrivato questa settimana nei cinema italiani. Il film, che inaugura un mese di novembre che si preannuncia davvero molto ricco, è uno dei titoli più importanti di una stagione che sta diventando via via più interessante.

Chiunque sia un ammiratore di Chazelle e del suo modo di fare cinema, però, deve avere ben chiara una cosa quando prenderà posto in sala: con “First Man” si ritroverà in un universo completamente differente dai precedenti.

I contrasti sono tanti e sono davvero profondi, a partire dal centro focale dei film. Se, infatti, le due pellicole che hanno reso famoso il regista (“Whiplash” e “La La Land”) hanno come filo conduttore comune la musica, in “First Man” si passa drasticamente al silenzio dello spazio.

La storia di Neil Armstrong, interpretato nel film da Ryan Gosling, viene riportata sul grande schermo da Chazelle, che non stacca mai l’attenzione da lui.

Il regista, infatti, non si sofferma sui dettagli dell’operazione di allunaggio o sulle questioni ad esso legato (come, ad esempio, le proteste contro la missione o la rivalità con l’Unione Sovietica) nonostante esse vengano citate.

Ciò che è al centro di “First Man” è più che altro lo straniamento di Armstrong e lo stato col quale ha affrontato la missione che lo ha reso famoso, conseguenza della perdita prematura della figlia.

Dopo la morte della figlia, infatti, nulla sembra più toccare il futuro astronauta e questa condizione lo costringe a cercare emozioni sempre più forti pur di ricominciare a sentire qualcosa. È questo bisogno che probabilmente lo induce a diventare, da semplice ingegnere aereonautico, il primo uomo sulla luna.

Alla figura ovattata di Armstrong corrisponde un personaggio femminile che, allo stesso modo, cerca di risvegliare l’uomo dal suo torpore: Janet, la moglie di Neil, interpretata dall’ex regina Elisabetta Claire Foy.

Proprio per il suo fulcro così atipico, il film è di difficile collocazione: biopic tra il drammatico e lo psicologico con l’aggiunta dei tipici elementi degli space-movies sembra essere la descrizione che maggiormente rispecchia “First Man”.

Eppure, questa dinamicità di generi, non corrisponde affatto ad una dinamicità d’azione o di direzione.

Per essere un regista di soli 34 anni che ha già conquistato così tanto, Chazelle dirige il film come se ne avesse 30 in più.

In “First Man” mancano le novità e l’azzardo dimostrati in “La La Land” e il film non risulta soltanto ambientato negli anni ’60, sembra proprio essere un film datato a causa della sua staticità e della sovrabbondanza di primissimi piani.

Alla direzione, nonostante la sua sorprendente basicità, va, però, il merito di particolarissimi effetti nelle scene dove lo spazio è protagonista, che, seppur rare, valgono già da sole il prezzo del biglietto.

L’interesse per la conquista della luna, dopo le missioni Apollo, andrà via via scemando e anche il cinema si occuperà poco della questione, interessandosi, nelle sue numerose storie interstellari, di altri e nuovi orizzonti.

Per questo a Chazelle va anche il merito di aver riportato in auge l’importanza del nostro satellite che, seppur arido e ormai privo di interesse scientifico, è costato molte vite e che, in fondo, non deve essere poi così inutile se è in grado di controllare le maree e, molto spesso, il nostro umore.

Emiliana D’Agostino

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