I Fiordalisi – L’arte di Eliana

Riparte oggi l’appuntamento con la nostra esperta d’arte Eliana Masulli che, una volta ogni due mesi, metterà le sue competenze a servizio di questo spazio, in cui artisti forse poco conosciuti ai non addetti ai lavori verranno presentati e riscoperti nella loro importanza valoriale e simbolica. A completamento, una poesia di un grande poeta, perché la necessità del connubio tra le arti è un’esigenza che ci sembra ancora imprescindibile.

 

Eliana Masulli nasce a Messina il 5 Agosto 1985. Dopo aver conseguito la Maturità Classica, decide di completare gli studi in Lazio, iscrivendosi all’indirizzo in “Tecnologie per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali”, presso l’Università della Tuscia di Viterbo. Conseguito il primo titolo universitario, decide di proseguire la specializzazione in Diagnostica presso l’Università del Salento in Lecce, ove consegue la qualifica di Dottoressa in “Scienze per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali”. Ad oggi, è Presidente dell’Associazione “Gnosis”, curatrice di mostre e cataloghi d’Arte e collaboratrice per la collana di Filosofia Esoterica IQdB Ed. di Stefano Donno e membro della Società di Storia Patria dell’ Università del Salento. Ha collaborato con Leccecronaca ed è ora articolista presso la rivista di arte contemporanea “Segno”. Fin da piccola matura il proprio interesse verso le discipline umanistiche e artistiche, conducendo un percorso di approfondimento filosofico e artistico nell’ambito dell’Estetica, della Critica d’Arte e della Letteratura Avanguardista, interfacciando l’evoluzione della triade –psicanalitica- “Realtà-Immaginario-Simbolico” nelle attività associative e dissociative della Psicosomatica, trasposta non in ultimo anche nell’Arte. Il polimorfismo trova, inoltre, vita tra l’inchiostro, la tela e la musica, sensibilizzando e fortificando gli approfondimenti della componente misterica del Femminino Sacro, sino ad abbracciare percorsi introspettivi, personali e condivisi, sulla corrispondenza tra le fasi lunari e i cicli femminili. Le suddette attività hanno permesso, negli anni, di vivere varie esperienze formative, tra cui gruppo di Arteterapia, partecipazione al Seminario in Psicanalisi junghiana presso i locali del “Centro Camelot – Cittadella della Salute” di Messina, partecipazione al Seminario in Intertestualita’ d’Immagine presso l’Aula Magna dell’Ateneo di Lecce, partecipazione come relatrice al Corso di Filosofia Esoterica presso il Museo “Faggiano” di Lecce, promotrice degli eventi “The Journey, Un Viaggio Introspettivo” della Specialista Rosemarie Miska presso il Museo “Faggiano” di Lecce, e di “Metodo Kaom –Curare il Presente per Guarire il Passato” della Specialista Luisa Botta, presso l’Hotel delle Palme in Lecce, organizzatrice dell’evento “La Nascita del Sole” in cooperazione con l’Associazione culturale Rapsodia 8.9, partecipazione al Festival dell’Astrologia del Salento e Sud Adriatico presso Palazzo Turrisi in Lecce, e attività condivise di Tradizione Dianica e matrilineare. Alle suddette la Nostra ha presenziato e presenzia come relatrice durante le Conferenze regionali, tenutosi circa il tema della Tutela e Valorizzazione dei Beni Culturali e Paesaggistici, promuovendo una necessaria scelta critica dell’individuo nei confronti delle tematiche socio-culturali, che caratterizzano l’attuale epoca storica.

 

 

L’uomo moderno di Fernand Legér

Eliana Masulli

“Le loro mani assomigliano ai loro utensili/ i loro utensili alle loro mani/ i loro pantaloni a montagne, a tronchi d’albero/ un pantalone è grande quando non ha pieghe/ le loro mani sono presenti/ non rassomigliano a quelle dei loro padroni/ non a quelle del prelato benedicente/ ma i tempi s’avvicinano in cui la macchina lavorerà per loro”; forse non tutti sanno che J. Fernand Henri Léger (1881-1955) dedicò queste parole all’amico Majakovskij proprio durante la realizzazione delle tele I costruttori degli anni ’50; lo stesso che nel 1923 affermò quanto il Bello si ponesse ovunque: le beau est partout.

L’attività di Legér non si arrestò mai entro le definizioni di una pittura cubista; piuttosto fu artista nei termini di un’assidua sperimentazione performativa dell’oggetto in sé che, così come veniva proposto in pittura, così si poneva prestante in svariati ambiti e contesti di espressione.  Rigorosissimo nella costruzione strutturale dell’immagine e, al contempo, aspro nella scomposizione delle geometrie dei piani figura-sfondo, Léger si sforzò, con disumana lucidità, di ri-afferrare il senso moderno dell’oggetto e sintetizzarlo nella funzione di un’anatomia umana in simbiosi con una realtà oggettivizzante, moderna e della macchina.

Furono l’esperienza del conflitto mondiale unitamente alla predisposizione, volontaria o meno, di lasciarsi attraversare dagli sguardi e dai contesti urbani delle innumerevoli città in cui ha vissuto, a permettere a Legér di sviluppare in totale autonomia intellettuale la teoria filosofica del “contrasto plastico”, senza per questo sacrificare o svilire mai il proprio obiettivo: la ri-composizione di una realtà anatomica e simbiotica tra l’uomo e l’oggetto-funzione.

Cosa si cela nell’utensile da lavoro se non la proiezione di un ruolo sociale, di una funzione che assume l’oggetto attraverso l’invisibile energia di un transfert cognitivo, intenzionale; una meta, un prodotto finale? Come si travestono il singolo oggetto e la sua funzione quando si accostano, si incastrano e si inseriscono in un sistema più ampio e automatizzato, come quello della macchina e dell’industria?

Militare nel proprio tempo, riaffermare la figura, abbandonare il cavalletto, cercare superfici estese, demotivare ogni accanimento intellettuale, interrompere le catene di montaggio, al fine di ricondurre l’uomo al centro di un riconquistato personalismo e, al contempo, dimostrare come questo epicentro possa rivelarsi lo stesso di un moto tellurico di letale, imprevedibile, alienazione; tutto questo avvicinò Legèr ad aderire, progressivamente, ad una forma di paradossale astrattismo, atto a liquefare l’oggetto della realtà nella realtà stessa, contrastando l’essere-contenuto alla materia plastica della forma.

In “I costruttori” del 1950 l’immagine è resa dalla ricomposizione di frammenti che, accatastati con una continuità logica, riescono a sovrapporsi sino al punto di trasparirsi e rivelare il cuore del marchingegno.

 

Fernand Legér, I costruttori, olio su tela, 1950

 

Il mondo proletario si immerge e si amalgama del tutto all’attività invisibile, demiurgica, che dall’alto regola e disciplina il ritmo urbano, il colore delle insegne, i fumi delle fabbriche.

Tralicci e ponteggi si fanno metafora di una “città che sale”, che si costruisce mano con mano, oggetto-funzione e funzione-oggetto insieme, priva di accondiscendenza marinettiana, povera di un pindarico volo boccioniano, ma con laboriosa concretezza e un sottile velo di amara utopia, riprese entrambe dalla fitta stesura di colori marcati ed essenziali.

La figura umana viene estratta ed astratta, diviene icona di un manifesto, elemento attivo di un fenomeno sociale, marchiata tipograficamente, sino al punto di esaltare il dinamismo intrinseco suggerito dall’apparizione improvvisa di un cartellone pubblicitario, quale scenario e monito di una collettività impegnata a scandire il proprio tempo e affidarne un valore.

L’oggetto-funzione non viene mai tralasciato, ma riposto con la stessa cura con cui si allestisce il palco di un teatro, o meglio, con il fine ultimo di rivelarsi documento tangibile della teatralizzazione del momento, dello scatto, dell’attimo unico ed irripetibile.

Funi salde, soggette ad un’operazione di zoomorfismo, nubi alchemiche che mutano l’ariosità in metallo fuso, ponteggi che rimandano ad affiancate finestre chiarificatrici di una visione sognante e vera al contempo, protesa verso un moto ascensionale e allucinato, giocato in fin di vita sul precario equilibrio di scale sospese come foglie sui rami.

 

 

La fune

(Luigi Pirandello)

Mastri funaj, faccenda curïosa

la vostra: andar cosí sempre all ’indietro,

 

con quella fune che da la callosa

mano vi nasce; e non mutar mai metro.

 

Però, a pensarci, tutti quanti poi,

mordano i soli, piangano le lune,

 

modo diverso non teniam da voi:

facciam la vita come voi la fune.

 

La ruota, onde s ’attorce il non sicuro

fil che ci regge, è sempre nel passato;

 

e con le spalle andiam verso il futuro,

se nulla mai di antiveder ci è dato.

 

Mastri funaj, rapida troppo gira

la ruota mia, troppo s ’attorce questa

 

mia fune e troppo la mia man la tira.

Ne faccio un cappio e vi caccio la testa.

 

Alessandra Corbetta

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *