Uno e trino – Il lettore secondo Hermann Hesse

Chi è una persona “di cultura”? Uno che ha letto molti libri? O piuttosto uno che è capace di parlare dei libri che non ha letto? O, ancora, è chi possiede una certa eleganza dell’intelletto, come diceva il designer Massimo Vignelli?

In una lettera del 1886 a suo fratello Nikolai, Anton Chekhov enumerava le otto qualità delle persone che, avendo letto tanto e viaggiato tanto e visto tanto, definiva come “persone di cultura”. Tra queste otto caratteristiche, più che mai attuali mi sembrano i riferimenti a come queste persone che sanno sono disposte a trattare gli altri: abituate dalle lunghe ed entusiasmanti lettura ad immedesimarsi nell’altro, i lettori sono, per Chekhov, più umani, più portati all’empatia e a non simpatizzare “soltanto con le sofferenze di cani e gatti abbandonati. Il loro cuore sanguina per tutto ciò che gli occhi non vedono, e questi restano svegli la notte a cercare una soluzione ai problemi di X, ad inventare un modo per pagare l’università al fratellino, a racimolare piccole fortune con cui pagare il vestito nuovo alla propria madre”.

“Quelli che…” è un concetto che mi ha sempre affascinata molto (anzi, è l’anticamera di tanti concetti): sembra a volta che non riusciamo a pensare se non per categorie, forse perché, come diceva Umberto Eco: “l’organizzazione ci rende comprensibile l’infinito”.

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Ebbene, esistono certamente infiniti “tipi” di lettore, ma per fare un po’ di chiarezza in questo infinito Hermann Hesse ne suggerisce tre, tre universali che possono anche essere contenuti in un unico lettore, come un percorso che si dipana lungo tutta la sua vita.

Hesse comincia la sua tassonomia con il lettore ingenuo: quello che sperimenta un libro come puro contenuto, scevro da ogni significato estetico o intellettuale.

“Tutti quanti leggiamo con ingenuità, alle volte. Questo tipo di lettore consuma un libro come un altro consumerebbe il cibo, mangia e beve fino a saziarsi, è semplicemente uno che prende. Che sia un ragazzino con un racconto sugli indiani, una cameriera con un romanzo sugli amori di una Contessa o uno studente con Schopenhauer. Questo tipo di lettore non è legato al libro come lo è un essere umano ad un altro essere umano, ma piuttosto come un cavallo al suo fantino: il libro guida, il lettore segue. La sostanza viene accettata acriticamente, come una realtà certa. Ma la sostanza della lettura è solo una considerazione! […] Questo tipo di lettore crede senza alcuna complicazione che un libro sia lì solo per essere fedelmente ed attentamente letto, e che vada poi giudicato sulla base della sua funzione nella sua vita, come un pezzo di pane esiste solo per essere mangiato ed un letto solo per dormirci su”.

Hesse passa così al secondo tipo di lettore, che potrebbe chiamarsi l’Investigatore dell’Immaginazione: un lettore pieno di meraviglia bambina, che è capace di fendere la cortina della parola scritta ed avventurarsi all’interno dell’impulso creativo dello scrittore.

“Se non si percorre la via dell’educazione ma quella della natura, l’uomo diviene di nuovo un bambino e inizia a giocare con le cose; il pane diventa una montagna nella quale scavare tunnel, ed il letto una caverna, un campo innevato, un giardino. Qualcosa di questa giocosità, di questo genio, si può trovarla nel secondo tipo di lettore. Questo lettore non considera essere il vero tesoro del libro né il suo contenuto né la sua forma, perché sa bene che ogni cosa può assumere dieci, mille significati diversi a seconda della mente nella quale va a depositarsi. […] Questo lettore segue il libro e chi lo scrisse non come un fantino segue il cavallo, ma piuttosto come un cacciatore segue la sua preda, ed anche la più piccola traccia di tradimento tra ciò che è stato scritto e ciò che il poeta voleva realmente dire può stregarlo ed eccitarlo più di una buona stesura o anche di una buona trama”.

Si giunge quindi al terzo tipo di lettore, che Hesse descrive come un non-lettore, in realtà: ciò che è si avvicina più al sognatore e all’interprete.

“Il terzo e ultimo tipo di lettore può sembrare quanto di più lontano possa esserci da chi è considerato oggi un buon lettore: egli è così completamente completo, così finito in sé stesso, che affronta la lettura con una totale libertà. Non vuole né intrattenersi né educarsi, utilizza il libro come ogni altro oggetto al mondo: come un porto, un punto di partenza dal quale salpare verso nuovi stimoli, nuove avventure della mente. Per lui, non fa differenza il tipo di lettura, e non fa differenza la concezione del mondo che vuole proporre: non ha bisogno di accettare l’interpretazione del mondo del poeta, perché il mondo (ed il poeta, ed il libro del poeta!) vuole interpretarlo da sé. […] Questo lettore è giunto da molto tempo alla verità che ad ogni verità corrisponde un’altra verità, opposta. Sa anche che ogni punto di vista intellettuale è un polo, a cui corrisponde, da qualche parte, un anti-polo altrettanto valido”.

Lungi dall’essere una scala di valori, Hesse ci tiene a sottolineare che un cosiddetto buon lettore è colui il quale è capace di navigare i tre diversi tipi, che è capace di leggere attentamente e giudicare il contenuto di un libro di Goethe, ma che riesce anche a giocare col significato di quelle pagine ed usarle come trampolino per nuove immagini e viaggi.

Se, infatti, il lettore restasse imprigionato nel terzo tipo, conclude Hesse, “egli finirebbe per non leggere più, o per equiparare una pietra sulla strada maestra ad una tragedia di Shakespeare. Perché, infatti, potrebbe pensare, solo un libro? Perché non tutto il mondo?”.

Marzia Figliolia

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