In viaggio nel futuro del giornalismo con Francesco Costa

La sua voce che si districa sull’asfalto statunitense, tra storie di palazzo e scorci di vita a stelle e strisce, è entrata di diritto nell’immaginario degli appassionati di “cose americane”.

Dallo stile inconfondibile alla perenne sperimentazione, Francesco Costa è sicuramente uno dei volti più autorevoli – e non è un dettaglio – per parlare di futuro del giornalismo.

Un tema complesso, ricco di punti di domande e povero di risposte, di cui abbiamo parlato con il vice-direttore de ilPost. E proprio dal Post siamo partiti in questo percorso tra oggi, ieri e domani.

IlPost è famoso per aver sviluppato uno stile inconfondibile. È stato un progetto tutto deciso “a tavolino” oppure qualcosa che è nato con il tempo e gli errori?

È stato un stile scelto fin dall’inizio, da prima che esistesse ilPost. Poi, naturalmente, in otto anni si è evoluto nel tempo, le persone che lo fanno hanno aggiunto qualcosa di personale. Però è stata una delle cose su cui, prima di fondare ilPost, avevamo le idee più chiare: quella di fondare un giornale che scrivesse usando un linguaggio diverso da quello utilizzato dai giornali, che si facesse capire con espressioni gergali che spiegassero le cose in modo semplice, senza essere sciatti, parlando il linguaggio delle persone normali. Che non scrivesse “la bagarre”, perché è un termine che nessun essere umano ha mai usato al di fuori di una redazione, che non usassimo “è giallo”, “il blitz è scattato alle prime luci dell’alba”. Insomma, una serie di espressioni che fanno parte della lingua usata solo dai giornali e sui giornali, che non ha nulla a che fare con la lingua che si parla normalmente.

Il futuro del giornalismo può passare da giornalisti dal forte personal brand? Mi spiego meglio: credo che una delle cause della crisi del giornalismo sia la percezione dei giornali come istituzioni chiuse, opache, colluse con chissà quale potere. Il tuo esempio dimostra, invece, come sia possibile costruire un rapporto face-to-face con il pubblico e quali risultati possa produrre quest’approccio.

Secondo me sì. Io credo che quello che stiamo osservando è che le persone che faranno i giornalisti lo faranno sempre meno perché assunti da un grande gruppo editoriale. Le grandi case editoriali stanno riducendo i loro organici, sovradimensionati rispetto al prodotto e rispetto agli introiti digitali e dalle vendite. Per chi vuole fare il giornalista, gli spazi di assunzione saranno sempre meno, un modo, non l’unico, per emergere, è puntare su di sé: diventare molto esperto su qualcosa che abbia una rilevanza pubblica, nel mio caso è stata la politica americana, costruendosi un pubblico, una competenza, creare una comunità di lettori intorno a sé, che può o finanziare il tuo lavoro mediante crowdfunding, come ho fatto io nel 2017, oppure può far sì che, quando una società editoriale apre uno spazio, magari, se il direttore vuole assumere qualcuno, pensa al tuo nome perché sei già accreditato come esperto di quella materia.

Pensi sia giusto affermare che, in futuro, ci saranno meno giornalisti, ma migliori? Con la robotizzazione incalzante, qual è l’identikit del giornalista di domani? Cosa deve saper fare, quali conoscenze deve avere…

Io credo che ci saranno meno giornalisti di base, perché i modelli di business che reggono in piedi nel settore sono quasi tutti in crisi: la pubblicità fa incassare sempre meno alle testate cartacee e online, le persone che comprano i cartacei sono sempre meno, e per questo credo che le testate giornalistiche andranno a restringere i loro organici, anche perché hanno la concorrenza di tantissimi soggetti diversi, che offrono contenuti giornalistici spesso gratuitamente. In questo senso può essere anche che una parte dei lavori giornalistici siano sostituiti da bot, ma immagino prodotti molto basilari, cioè segnalare che c’è stato un terremoto o un incidente stradale: la spiegazione della realtà al pubblico credo debba essere fatta necessariamente da esseri umani, quindi bisogna essere molto bravi ad emergere in quel settore.

L’amore tra social e giornali è sicuramente tossico. Non pensi che gli editori dovrebbero smettere di rincorrere gli aggiornamenti dell’algoritmo di Facebook e dedicarsi finalmente ai lettori? Con un approccio che premi finalmente la credibilità e il giornalismo, quello “fatto bene”, magari si ritroverebbe il proprio posto nel mondo.

Credo che questo fenomeno preceda l’arrivo dei social. Quando abbiamo aperto ilPost nel 2010, Facebook era relativamente poco usato, Twitter ancora meno, l’era dei social network di uso di massa non era ancora cominciata, eppure i giornali italiani, a differenza del New York Times, di Le Monde, avevano comunque la famigerata colonna destra contenente stupidaggini. Oggi, sì, i social sono diventati il grande serbatoio in cui la gente, di stupidaggini, può trovarne quante ne vuole, però questo spazio esisteva già prima. Si spiega, più che con un rapporto giornali-social, con un rapporto giornali-clic: in un momento in cui le tue uniche entrate sono quelle pubblicitarie, quindi hai interesse a massimizzare i click, qualsiasi cosa va bene. Quando e se i soldi te li danno i lettori, pagando un abbonamento o un contenuto, a quel punto la priorità cambia del tutto, diventa far sì che ai lettori piaccia quello che fai, allora magari dici cose diverse. In Italia non c’è stato ancora questo salto, che è prima di business e poi culturale.

Qual è la chiave che differenzia il giornalismo “fatto bene” da quello dozzinale, impreciso e tristemente diffuso?

Lo vedi perché è fatto bene. Molti pensano che il giornalismo fatto bene abbia ogni giorno uno scoop, faccia mettere in galera il politico corrotto di turno – quello naturalmente lo è – ma c’è una pratica quotidiana, che ha a che fare con ogni articolo che scrivi, in cui è facile riconoscere un articolo fatto bene e distinguerlo da quello fatto male. “Si capisce quello che stai leggendo? È chiaro? Mi sta prendendo in giro? Si contraddice? Mi sta informando? Quando ho letto quell’articolo lì, ho imparato qualcosa?”. Sono cose che non si possono dire di tutti gli articoli che leggiamo sul giornale, e quello è già un primo salto di qualità. Secondo me un giornalismo di qualità è un giornalismo umile e che non raggiri il lettore. Sui giornali, in Italia, pubblicano una quantità incredibile di notizie imprecise se non addirittura false, perché hanno fretta di pubblicare cose che attirano molti click, perché non verificano, perché non fanno nemmeno una telefonata per capire se quella cosa è vera o meno, e quindi non fanno informazione, ma disinformazione. Un giornalismo di qualità è un giornalismo preciso. In molti campi non serve fare grandi lavori di inchiesta, ma usare un po’ di scetticismo e una verifica in più. Non sono richieste grandi qualità, se non una volontà di farlo, e non tutti i giornali oggi ce l’hanno.

Sammy Katz di AFP ha recentemente scritto un appello per salvare il giornalismo di qualità. Pensi sia realistico auspicare che le società tech inizino a condividere i propri guadagni sui contenuti giornalistici con chi li pubblica? Oppure il “modello paywall” può bastare a rendere sostenibile il giornalismo online?

Non so se sia realistica, perché sono richieste che gli editori avanzano da tempo. È l’ennesimo modo che gli editori stanno cercando di attuare per aggirare il problema, che è enorme, ma non si risolve così: i giornali hanno anche guadagnato tantissimo in termini di click, visibilità e nuovi lettori da Google News e social network. Il problema è quando tu produci contenuti uguali agli altri, quando chiedi agli utenti di pagare un contenuto, loro non lo pagano. Per convincere gli utenti a pagare, devi proporre cose di una qualità superiore o cose che gli altri non hanno. Quella cosa lì è più difficile: richiede più sacrificio, più soldi, è una scelta non semplicissima per giornali che fin qui hanno puntato quasi tutto sulla massa.

Hanno ancora senso giornalisti che si occupino praticamente di tutto? O, invece, sarebbe meglio
dedicarsi a una specifica “nicchia” per la quale farsi riconoscere come “esperti”?

Secondo me sì. Una delle chiavi per attrarre lettori e potenziali abbonati è essere gli specialisti. Un altro spazio possibile che i giornali cartacei e quelli online non hanno finora esplorato molto è quello dei lettori molto giovani, dai 16 ai 25 anni, che non leggono i giornali tradizionali, non guardano telegiornali, che quando stanno con un telefono in mano fanno quasi mezzanotte sui social network, non usano quasi mai computer fisso ma sempre cellulari. Quelli sono potenziali lettori che sarebbe bene attirare in qualche modo, ma i giornali non riescono moltissimo a intercettarli.

Tuttavia non pensi che per attirare questi nuovi potenziali lettori serva prima di tutto “raggiungerli” sui social network? La sensazione è che alcuni giornalisti non reputino questi strumenti adatti al loro lavoro.

Sicuramente c’è uno scetticismo. È innanzitutto un problema generazionale, nel senso che le persone che prendono le decisioni, nelle grandi aziende editoriali o negli uffici stampa, spesso sono persone che non conoscono gli strumenti perché non li utilizzano. Al massimo utilizzano Facebook, ma lo utilizzano come lo utilizzano i cinquantenni. [I social] sono lo strumento con cui vedono perdere tempo i propri figli, quindi non pensano possa essere qualcosa di molto serio. Quello secondo me è un pezzo grosso del problema. L’altro pezzo è che chi utilizza i social e gli strumenti nuovi per fare giornalismo deve essere il primo a dimostrare che può fare dell’attività giornalistica seria su questi strumenti, perché non tutti sono disposti a darti fiducia e quindi devi dimostrare con i fatti che sei in grado di fare una cosa utile anche su Instagram, ad esempio.

In conclusione, al di là dei problemi di “metodo”, non pensi che il vero problema del giornalismo italiano sia lo sfruttamento di quei giovani che, in teoria, potrebbero raccontare il mondo che ci circonda con mezzi e strumenti sicuramente più adatti?

Non so se è il vero problema, mi sembra una conseguenza del problema della crisi industriale del giornalismo. Questo è un settore in cui si perdono posti di lavori ogni anno, ed è allo stesso tempo un settore che ha una grandissima domanda di accesso. I posti sono sempre di meno, ma le persone che vogliono fare questo mestiere sono sempre di più. La legge del mercato stabilisce che ci sia, in questo contesto, qualcuno che sarà sempre disposto ad accettare un euro in meno di te, quindi la concorrenza sul prezzo avviene al ribasso. Questo è un grosso problema: non solo perché ciò rovina la vita a tantissime persone che sacrificano tantissimo per provare a fare i giornalisti, ma anche perché prima le testate, priva di persone che potrebbero aiutarle a risolvere i problemi principali, cioè a trovare lettori nuovi, fare cose nuove, rivolgersi a lettori più giovani. Quelli sono tutti lettori che ti perdi perché la tua redazione non è abbastanza simile al mondo che vuoi rappresentare.

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