Asimov voleva “solo” salvare il mondo

 

Anche da giovane non riuscivo a condividere l’opinione che, se la conoscenza è pericolosa, la soluzione ideale risiede nell’ignoranza. Mi è sempre parso, invece, che la risposta autentica a questo problema stia nella saggezza. Non è saggio rifiutarsi di affrontare il pericolo, anche se bisogna farlo con la dovuta cautela. Dopotutto, è questo il senso della sfida posta all’uomo fin da quando un gruppo di primati si evolse nella nostra specie. Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola. (Isaac Asimov)

LA GENESI DI UN CAPOSTIPITE LETTERARIO

Ci sono dei libri che rientrano in una determinata categoria di genere e poi ci sono i libri che un genere lo fanno. Da I Promessi Sposi a The Lord of the Rings a Ulysses e così via, l’elenco è lungo, e per un buon lettore è abbastanza semplice riconoscere un “libro capostipite” qualora se lo ritrovi davanti. Sono come dei vecchi saggi, barbuti, ieratici, inarrivabili, vecchi a cui il peso del tempo non ha sottratto però la parola.Così si potrebbe personificare l’opera che diede inizio alla trilogia con la quale Isaac Asimov ha scolpito la storia della fantascienza: Prima Fondazione.

La genesi di questo romanzo, raccolto ultimamente insieme ai suoi due sequel in una rinnovata edizione Oscar Mondadori, è sui generis, esattamente come la storia che racconta. Pubblicata ormai 75 anni fa, sotto forma di racconti brevi scritti per la rivista Astoundig, questa storia prese l’avvio da un fatto che in se stesso ha del romanzesco: Asimov, seduto nell’ufficio di John W. Campbell, suo editore, si stava disperando per un nero periodo da pagina bianca, (si sa, ogni scrittore prima o poi deve farci i conti). Per salvarsi in corner e fornire all’editore qualche idea sui nuovi racconti da lanciare sulla rivista, girò lo sguardo intorno alla stanza e notò una copia di Declino e caduta dell’Impero Romano, di Edward Gibbon. Furono subito scintille tra il padre della fantascienza e quel prezioso volume storico. Il resto è (per l’appunto) storia.

DALL’IMPERO ROMANO ALL’IMPERO GALATTICO

L’opera di Gibbon ha in effetti un impatto innegabile sullo sviluppo di questa epopea epico-fantascientifica (nonostante la presunzione di questa definizione, difficilmente si possono individuare altri termini con cui descriverla): come molti storici e studiosi si azzardano ad affermare, la storia dell’umanità non fa che ripetersi. Karl Marx d’altra parte sosteneva che «La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.»

Alla base dell’immaginario di Asimov c’è una forte coscienza della ciclicità della storia dell’uomo: si tratta di una considerazione fondamentale per meglio comprendere questa storia che è, in tutto e per tutto, la storia del declino di un grande impero. Un impero grande metaforicamente quanto lo era stato l’impero romano, il più grande di tutti i tempi avvicendatisi finora, ma in concreto ancora più grande, incommensurabilmente più grande, proprio perché rapportato alle scoperte, scientifiche e tecnologiche, compiute dall’uomo in dodicimila anni di progresso.

Ma, anche se l’essere umano, nel mondo di Asimov, è ormai padrone dell’intera Via Lattea e ne ha abitato tutti i pianeti, ci sono aspetti dei sistemi sociali umani che il trascorrere del tempo non è riuscito a cambiare. Uno tra tutti, la necessità che un grande impero dipenda da un unico centro solido. E si sa, quando il centro inizia a tremare, le vibrazioni si diramano a velocità impressionante, al punto che le radici trascinano nella propria rovina anche il tronco e tutti i rami che da esso si irradiano.

La Roma di Asimov è chiamata Trantor, un pianeta di 75 milioni di miglia quadrate, interamente ricoperto da un’unica megalopoli, abitata da 45 miliardi di persone, che si estende per chilometri sopra e sotto la superficie del pianeta. Trantor è situata in prossimità del centro galattico e ospita la residenza dell’Imperatore, che da lì controlla le sorti di un impero vasto quanto una galassia.

All’inizio di questo primo libro, l’Impero Galattico sta precipitando verso una sorte molto simile a quella toccata all’impero romano dopo il 476. Similmente infatti, si prevede per l’Impero Galattico un periodo di oblio, un medioevo oscuro (che tra l’altro toccò storicamente anche alla grandiosa civiltà micenea, prima del sorgere della civiltà greca, e durò la bellezza di cinque secoli). Questo periodo di oblio nell’universo di Asimov, periodo in cui la razza umana sarà destinata a regredire di millenni in ogni campo della conoscenza, durerà trentamila anni. Trentamila anni di barbarie e oscurità.

STORIA E PSICOSTORIOGRAFIA

La sfida che si pone a questo mondo è la stessa che inseguiamo da millenni: è possibile prevedere e controllare la storia? Nell’universo futuristico di Asimov sì, ma non è affatto semplice. Tutto si basa su una disciplina chiamata psicostoriografia: grazie a una serie di fini calcoli matematici applicati alla realtà e a studi di matrice sociologica, lo psicostoriografo Hari Seldon riuscirà a predire il futuro dell’intero impero galattico.

L’aspetto originale del personaggio di Asimov – assimilabile al tipo del vecchio saggio che possiede le chiavi per la salvezza del mondo –  è che Seldon esplicitamente si rifiuta di condividere universalmente la sua scoperta. Nessuno, oltre a lui, può conoscere l’esatto contenuto dei suoi calcoli, perché basterebbe la semplice consapevolezza di quello che il futuro prepara, a cambiare le sorti dell’intera umanità, rendendo vana ogni scoperta di Seldon. La storia può sì essere predetta, ma non può essere guidata in maniera inamovibile. Si può, semmai, influenzarla con lievi colpetti che ne modifichino di qualche grado la traiettoria: qualche grado che però può fare la differenza di ventinovemila anni.

Per questo Hari Seldon decise di fondare due comunità scientifiche, ai poli estremi e opposti dell’universo, due Fondazioni, col compito di raccogliere e custodire tutte le conoscenze della specie umana nei millenni a venire, per arginare quel vortice di barbarie che è destinato ad inghiottire l’impero. Da questo momento in poi la storia della galassia sarà segnata da una serie di fasi, ognuna della quali avrà fine con una cosiddetta “Crisi Seldon”: si tratta di una particolare situazione socio-politica, prevista dallo studioso, e all’interno della quale si potrà assumere una sola linea d’azione.

A questo scopo, Seldon registra degli ologrammi programmati per apparire agli studiosi della Fondazione ogni qual volta la crisi Seldon del momento giunga al proprio culmine: gli studiosi saranno così avvisati una prima volta, a distanza di cinquant’anni del reale scopo della Fondazione, e da quel momento, per quanto consapevoli della scoperta dello psicostoriografo, non saranno più un rischio per l’andamento previsto della storia. Non potranno far altro che agire esattamente nel modo previsto da Seldon.

 Qualsiasi pazzo può accorgersi di una crisi quando arriva. Il vero servizio nei confronti dello stato è quello di individuarla nel suo stadio embrionale.

PLINIO IL VECCHIO E HARI SELDON

La Fondazione in fondo, (ne esistono due, ma in questo primo libro sarà solo una a essere protagonista), è l’intuizione più grandiosa di Asimov, anche se, ancora una volta, il grande scrittore deve ringraziare gli antichi romani per questa idea.  Siamo nel I secolo d.C. e Plinio il Vecchio, scrittore, naturalista, governatore provinciale e comandante militare, inizia a percepire che il grande impero di Roma, per quanto ancora lontano dalla caduta, è inevitabilmente destinato a sfaldarsi pezzo a pezzo. Questa intuizione porta con sé una profonda disperazione, insita nel constatare che con esso andrà perduta buona parte delle conoscenze acquisite dall’uomo in secoli e secoli di storia ed evoluzione. È per questo motivo che Plinio iniziò a scrivere la sua opera più grandiosa: la Naturalis Historia, una portentosa enciclopedia che tocca qualsiasi campo della conoscenza umana, dalla botanica alla mineralogia alla filosofia.

Non è particolarmente curata nell’esposizione, né può vantare una retorica ciceroniana, ma deve piuttosto essere vista come il tentativo disperato di rendere eterno il prezioso possesso di una specie estinguibile. Per raccogliere tutto il materiale necessario alla proprie ricerche Plinio ci ha lasciato testimonianza di aver letto 2.000 libri (leggeva per tutto il tempo e dormiva appena tre o quattro ore a notte), di aver dato voce a 34.000 aspetti della conoscenza umana, raccolti in 170 dossier di appunti preparatori. Un’opera immane compiuta dalla mente e dalla penna di un suolo uomo. Immaginate ora centinaia di simili studiosi, anzi, una città intera impegnata solamente in questo compito: raccogliere e catalogare tutto quello che è stato scoperto in millenni di storia dell’uomo e proteggerlo dal turbine di decadenza che si sta abbattendo sull’Impero Galattico.

Ecco il grande progetto di Hari Seldon, il quale pensava che solo la cultura (intesa in senso ampio di conoscenza del conoscibile) potesse salvare l’uomo dall’autodistruzione. Un «…fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza» del dodicesimo millennio.

R. «Io non sostengo che riusciremo a impedire la caduta. Ma non è ancora troppo tardi per accorciare l’interregno che seguirà. È possibile, signori, ridurre la durata dell’anarchia a un solo millennio […] »

D. «Come pensate di riuscirci, dottor Seldon?»

R. «Conservando il sapere dell’umanità. La somma delle conoscenze umane supera le capacità di ogni singolo individuo; e anche di migliaia di individui. Con la distruzione della nostra costruzione sociale, la scienza verrà spezzettata in milioni di parti. Gli individui conosceranno poco meno che una sfaccettatura di tutto ciò che c’è da sapere. Da soli saranno indifesi e inutili. Tali frammenti insignificanti di conoscenza non saranno trasmessi e si disperderanno attraverso le generazioni. Se però prepariamo un gigantesco sommario di tutto il sapere, esso non andrà mai perduto. Le generazioni successive costruiranno sopra queste basi, senza doverle riscoprire. Un millennio farà il lavoro di trentamila anni.»

TRA PSICOSTORIA E MALATTIA STORICA

La grande conquista di Asimov è quella di aver creato un mondo futuro dove l’umanità funziona esattamente come ha sempre funzionato, oggi e nel passato, eppure con una piccola aggiunta in grado di segnare un’enorme differenza: la scoperta della psicostoria. Una scienza in grado di realizzare ciò che l’uomo da sempre a sognato: grazie alla previsione degli avvenimenti futuri, la possibilità di darne le direttive e liberarsi dai lacci del destino. Si tratta di un sistema molto complesso, che si regge tanto sui razionalissimi calcoli matematici, quanto sulle irrazionalissime decisioni di ciascun individuo, perché anche il più piccolo atto può cambiare il corso della storia intera.

«Perché, ragazzo mio, in un piano come il nostro le azioni degli altri si piegano alla nostra volontà. […]»

Per ovviare alla imprevedibilità delle azioni umane Hari Seldon fa di tutto, arriva addirittura a cancellare completamente l’entità della propria scoperta, a farsene unico protettore e a imbarcare l’intero impero galattico in un viaggio di cui lui solo può essere il timoniere:

«Non avete altra scelta ora che quella di continuare per la vostra strada nell’adempimento d’un compito ben più importante, che era e rimane il nostro vero progetto. A questo fine vi abbiamo portato su un pianeta tale e in un momento tale che per cinquant’anni siete stati posti nella situazione di mancanza assoluta di libertà. D’ora in poi, per i secoli futuri, la strada che seguirete sarà inevitabile. […] in ogni caso la vostra libertà d’azione sarà a senso unico. Potrete avanzare solo su una strada. È la strada che la psicostoriografia vi ha preparato per una ragion ben precisa. […]»

Le due Fondazioni diventano in questo modo custodi e di un segreto grosso quanto il destino del mondo e delle conoscenze necessarie a salvarlo, ma col passare degli anni ne perdono la consapevolezza. La ricerca scientifica allora si trasforma: non più porsi domande, indagare, esplorare, ma bensì custodire, ricordare, studiare, fossilizzarsi sul passato, come ripiegandosi su se stessi.

Si tratta di un processo deleterio che colpisce la comunità di scienziati come un morbo, è la malattia storica. Infatti, nel momento in cui l’uomo si appella unicamente al passato per dirigere le proprie azioni, la sua caduta è inevitabile. La vita, come sosteneva Nietzsche, è plastica, sempre in mutamento, e se va bene appellarsi alla storia per cercare in essa dei modelli, non possiamo però ridurci a questo. Bisogna avere il coraggio di agire ex novo (persino i romani temevano le res novae, le rivoluzioni, con tutte le proprie forze!) e di farlo anche laddove la strada non sia stata segnata dalla storia.

Non è qualcosa che Hari Seldon esclude, anzi, sarà uno dei pochissimi altri personaggi in grado di distinguersi nella lunga narrazione, Hardin, a dar voce a questa convinzione: Hari Seldon con la sua scoperta psicostoriografica ha potuto indicare i problemi, ma non ha potuto dar voce alle soluzioni. La storia deve fare il suo corso e perché questo avvenga ogni individuo deve agire da solo, prendendo le proprie decisioni.

«Noi sediamo qui, considerando l’Enciclopedia il non plus ultra. Pensiamo che il massimo scopo della scienza sia la classificazione delle scoperte passate. È importante, lo riconosco, ma non si può andare più in là? Noi stiamo retrocedendo e dimenticando, non ve ne accorgete? […] è un problema che si estende a tutta la Galassia. È l’adorazione del passato. È il deterioramento, è la stasi!»

LA FANTASCIENZA AL BANCO DELLA POLITICA

Sarebbe utopico pensare che la grandiosa opera di Asimov possa essere presa in considerazione da chi davvero mette in moto i grandi meccanismi del sistema della storia, ma a noi piace pensarlo. Anche solo questo primo romanzo della trilogia mette alla prova le capacità deduttive e intuitive del lettore che, come se fosse alle prese con un giallo, è sempre spinto a chiedersi come si possa risolvere l’ennesima Crisi Seldon e, soprattutto, che cosa abbia portato a una tale condizione. Non si tratta di banali esercizi mentali: anche se la psicostoriografia non esiste, questo non vuol dire che il messaggio di Asimov debba essere passato sottobanco come storiella fantascientifica fine a se stessa.

Sarebbe bello pensare insomma alla Trilogia della Fondazione come al personale ologramma di Asimov, col quale, anche ora, a decenni di distanza, lo scrittore può avvertirci dei pericoli e trasmetterci il suo consiglio: guardate indietro al passato, per vedere il vostro futuro e capire come cambiarlo e non scordatevi mai che, alla fine di tutto, solo il bagaglio culturale dell’umanità potrà fare la differenza. E in tempi come quelli in cui stiamo vivendo, sarebbe bene ricordarlo.

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