I Fiordalisi – El silensi d’i föj druâ

L’opera prima di Davide Romagnoli, El silensi d’i föj druâ (Marco Saya Edizioni 2018), prefata da Franco Loi, è una tra le più interessanti raccolte giovani degli ultimi tempi, molto delicata nei suoni e nella scelta terminologica, senza per questo fare sconti, nel suo essere diretta, schietta e affrontare a muso duro l’eterno problema esistenziale sul senso dell’essere al mondo e nel mondo. Una filosofia versificata in dialetto: scelta quasi ossimorica, ma interpretabile, forse, come una presa di posizione decisa fin dalla partenza.

Il silenzio dei fogli consumati ruota attorno a una serie di concetti fondamentali, di topic, che ritornano continuamente nelle poesie presenti nell’opera, con una forte ridondanza, certamente ricercata, sia dal punto di vista semantico che sintattico. Il primo è quello legato alla sfera del vuoto, del niente, del nulla e del nessuno. Un punto di partenza, ma anche un traguardo da raggiungere, una tensione continua. Il secondo è il riferimento costante a oggetti della quotidianità: una quotidianità semplice, tangibile, fatta di natura, di colori, di materiali descritti in maniera altamente iconografica. C’è poi il discorso sulle parole in cui emergono le tradizionali perplessità sull’efficacia dello strumento linguistico come mezzo per provare ad avere e dare risposte. Infine l’ambientazione: una dimensione da paese di provincia, con le sue virtù e i suoi vizi. Un paese in cui la tecnologia è arrivata ma con le sembianze di un nemico falloso, da cui è bene stare alla larga per preservare un senso di ciclo e ritmo, dove forse è ancora possibile ritrovarsi e ritrovare la strada.

Alla fine niente vince ma nessuno perde, perché Romagnoli non affossa i suoi versi in un nichilismo autoreferenziale; piuttosto tenta di non farsi illusioni e di non crearle nel lettore mantenendo, comunque, un senso di attesa e di irrisolto, un punto di domanda che lascia ancora, per fortuna, tutto in sospeso.

 

El silensi d’i föj druâ (Marco Saya, 2018)

 

Parlà del nient, intênd el nient

e vardà tüti i fàcc del noster vèss:

curiandul del vent apèna passâ

slisâ via n’i curtil di noster cà de paês.

 

Un para de föj slüngâ de’n rifless,

reful de vent de ‘na quaj marea,

brüsâ come castagn in d’un sidèl

fümen Nuember e giurnaj de ier l’alter,

 

intant che capissum ‘me druà el fià

e i culur che ghè resten per pitürà

i pagin del noster dumandà amò

e fin a la fin se ghèm de dì

 

per viv insema a tütt quel che passa

e che’l passarà, forsi, anca de chi.

 

Parlare del niente, comprendere il niente / e guardare tutte le facce del nostro essere: / coriandoli del vento appena passato /scivolati via nei cortili delle nostre case di paese. / Un paio di fogli allungati da un riflesso, /soffio di vento di una qualche marea /bruciati come castagne in un secchio/ fumano Novembre e giornali di ieri l’altro, / intanto che capiamo come usare il nostro fiato /e i colori che ci restano per pitturare /le pagine del nostro domandarci ancora /e fino alla fine cosa abbiamo da dire / per vivere insieme a tutto quello che passa /e che passerà, forse, anche di qui.

 

Veder ch’el parla del viv, veder faj de sal,

cress cume erba bufada de n’artigian.

Veder faj de spuma, aria de cristall,

lüs de lampadina, culur cera, ciâr

de drè ai tend striâ, un rifless de nümm.

Speciass nel’acqua l’è nò semper mövess?

E ‘na puesia l’è no dumà spirit d’en föj de legn?

Una buteglia pö n’a quaj volta vess tüt el mar,

tocc de veder, anema del scrîv e insema del piöv.

 

Vetro che parla del vivere, vetro fatto di sale, / cresce come erba soffiata dagli artigiani. / Vetro fatto di spuma, aria di cristallo / luce di lampadina color cera, chiaro / dietro alle tende striate, un riflesso di noi. / Specchiarsi nell’acqua non è sempre muoversi? / E una poesia non è solo spirito d’un foglio di legno? / Una bottiglia forse può essere, talvolta, tutto il mare, / un pezzo di vetro, anima stessa dello scrivere e, insieme, del piovere.

 

Me sunn stremì e disi che rièssi nò a parlà

intant che sbroffi amò paròl pusè inutil:

mar sensa sal, me’nalter bicèr vöj

e nissüna butiglia che la rîd de fianc.

 

Me sunn stremî ma riessi nò a fermàss

e intant sbroffi amò parol sensa nagott

brüsi pensè de legn ne la stufa giò in cantina

forse solo per scaldàss’ e sentì de vess a cà.

 

Süti a martelà giò ciod süi paròl

per inciùdaj li e lassai no scapà,

fissaj li me futugrafî süi mür del silensi

 

e anca se vören vulà via jènn amò lì

che spèten e i me guarden cu’i öcc

de la nustalgìa, che me fann amò stremì.

 

Mi sono spaventato e dico di non riuscire a parlare / intanto che sbuffo ancora parole più inutili: / un mare senza sale, un altro bicchiere vuoto / e nessuna bottiglia ridere di fianco. / Mi sono spaventato ma non riesco a fermarmi / e intanto sbuffo ancora parole senza niente / brucio pensieri di legno nella stufa in cantina / forse solo per scaldarmi e sentire d’essere a casa. / Continuo a martellare giù chiodi sui parole / per inchiodarle lì e non permettergli di scappare, / fissarli lì come fotografie sulle pareti del silenzio / e anche se vogliono volare via sono ancora lì / che aspettano e mi guardano con gli occhi / della nostalgia, che continuano a farmi paura.

 

Guàrdi i cà e i cà guàrden la strada:

‘me l’oli de la tela slisâ via ne la nèbia

sü la vista che ghèmm per piturà

l’ouverture de ch’el requiem de paês

disègnum el mund da la finestra

e pàrlum d’i giardin, d’i camp,

di cà e di omen che birlen ne la via,

quela che la gira dedrè al curtil e pö la se tàca

a’n’altra e’n’altra via amò püsè luntana

ch’èmm dumà sentü el sò nom

ma sèmm no due la và e due la ghe porta.

 

Guardo le case e le case guardano la strada: / come l’olio della tela scivolato nella nebbia / sulla vista che abbiamo per pitturare / l’ouverture del nostro requiem di paese / disegniamo il mondo dalla finestra / e parliamo dei giardini, dei campi, / delle case e degli uomini che vagano nella via / che gira dietro al cortile e si attacca poi / ad un’altra e un’altra via ancora più lontana / di cui abbiamo solo sentito il nome / ma non sappiamo dove va e dove ci porta.

 

Davide Romagnoli (Milano, 1988) è un poeta dialettale milanese. Ha esordito nel 2018 con la raccolta “El Silensi D’I Föj Druâ” in cui si esprime con il dialetto legato al territorio vicino a Melegnano, nella provincia sud della città. Docente di letteratura italiana in istituti privati è anche attivo come saggista, come critico (musica, cinema, letteratura), sceneggiatore e musicista.

 

Alessandra Corbetta
(guarda anche l’uscita precedente)

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