Respiriamo Arte – Napoli fascista: il rione Carità e il Palazzo delle Poste e Telegrafi

 

Di Marcello Peluso

 

Napoli, come poche città al mondo, conserva all’interno del proprio tessuto urbano una ricca stratificazione: dai tracciati viari greci fino ai grattacieli del centro direzionale, dai castelli difensivi medievali alle contemporanee metropolitane dell’arte. Ventisette secoli rappresentati per lo più da una decina di luoghi simbolo tra palazzi, chiese, piazze e strade. Gli itinerari turistici si svolgono su una superficie ridotta trascurando parti significative della storia, della cultura e dell’architettura cittadina.

Poco meno di un secolo fa, ad esempio, tra gli anni ‘20 e gli anni ’40 del novecento la città si è arricchita di pregiate architetture e ha subito importanti modificazioni urbane che hanno ridisegnato interi quartieri e di cui poco o nulla si conosce. Negli anni del Regime almeno tre diverse correnti stilistiche presero vita in città: il liberty con gli edifici residenziali al Parco Margherita, a via Filangieri, a via Palizzi; il razionalismo che trova in Luigi Cosenza, progettista del Mercato Ittico, nei pressi del Ponte della Maddalena, l’esponente più rappresentativo e lo “stile fascista” riecheggiante forme classiche e monumentali.

Gli interventi urbanistico – architettonici maggiormente identificativi del periodo storico considerato, sono indubbiamente quelli influenzati dai princìpi del Fascismo che rese strumentale alla sua politica del consenso l’innovazione del patrimonio di edilizia residenziale e la realizzazione di grandi opere pubbliche. Si distinguono, tra questi interventi, la riconfigurazione del Rione Carità, in cui parti consistenti del tessuto consolidato del centro storico furono sostituite dalla nuova cittadella direzionale, e la costruzione della Mostra delle colonie italiane delle terre d’Oltremare a Fuorigrotta.

Nel 1934, in seguito a numerose varianti, viene approvato il progetto per il Rione Carità in cui la demolizione di uno stratificato insieme di insulae, in cui è compreso l’imponente complesso religioso di San Tommaso d’Aquino, consente la realizzazione del nuovo assetto urbanistico. Si realizza il prolungamento di via Guglielmo Sanfelice fino a via Toledo (attuale via Armando Diaz), la nuova piazza (attuale piazza Matteotti) e ulteriori assi stradali di collegamento diretto con Piazza Municipio, oltre la costruzione di imponenti edifici per la politica e la finanza come il Palazzo della Provincia (1936), il Palazzo della Questura (1935 – 1938) e il Palazzo delle Poste e Telegrafi (1933 – 1936).

Quest’ultimo opera di Vaccaro e Franzi che, come scrive l’illustre storico dell’architettura Cesare de Seta, “certamente costruirono l’opera pubblica di più soda e convincente qualità architettonica che si sia realizzata a Napoli negli anni del fascismo e una delle poche che può tranquillamente ambire ad un posto nella storia dell’architettura italiana di quegli anni.” (L’architettura a Napoli tra le due guerre, Electa Napoli 1999, a cura di Cesare de Seta).

Nel 1928 il Ministero delle Comunicazioni, guidato da Costanzo Ciano, bandì un concorso per il Palazzo che avrebbe dovuto includere tutte le funzioni per poste e telegrafi, costituire il fulcro del nuovo quartiere e rapportarsi con il seicentesco Chiostro grande di Monteoliveto, da non demolire. L’architetto bolognese Giuseppe Vaccaro riuscì a soddisfare le richieste progettando un edificio dall’articolata distribuzione planimetrica “a martello” che include quattro chiostri interni e diverse quote d’imposta, dovute al notevole dislivello tra la piazza e via Monteoliveto.

La ricerca di un’accurata contestualizzazione del progetto si ritrova nella riproposizione in chiave moderna di elementi tipici di architetture locali come la scansione orizzontale: basamento – fusto – coronamento. Le parti dell’edificio sono nettamente distinte per il contrasto cromatico dei materiali di rivestimento: la diorite, il cui colore grigio scuro ricorda il piperno napoletano, e il marmo bianco di Vallestrona.

La fascia basamentale riprendendo l’altezza di un piccolo loggiato cinquecentesco (ancora visibile nell’angolo su via Monteoliveto) include, sul fronte ad andamento parabolico prospiciente la piazza, le grandi finestre delle sale per il pubblico mentre il volume centrale scandito dalla sequenza regolare delle finestre degli uffici è sormontato da una lunga fascia vetrata. L’accesso principale avviene attraverso il grande portale che introduce nell’atrio, in cui prevale la dimensione verticale dei pilastri e dei finestroni e in cui domina la scultura “la Vittoria” in ricordo dei Caduti, opera di Arturo Martini, uno degli artisti più attivi e apprezzati in età fascista. Sua anche la Statua della Minerva, presso il palazzo del Rettorato, alla Città universitaria di Roma.

Si può in conclusione affermare che a Napoli, seppure con tratti diversi, l’architettura fascista tende ad essere essenziale, priva di decorazioni, e italiana, con un richiamo alla tradizione al sentimento identitario nazionale, fino al mito della Roma Imperiale.

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