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L'arte ci rende immortali

La Grande Mela (marcia) e la fine del sogno americano

Sono passati ormai quasi cinquant’anni dall’uscita (1969) nelle sale americane di Un uomo da marciapiede (titolo originale Midnight Cowboy), ma i temi trattati e la forza di alcune immagini stupiscono ancora oggi per la freschezza e l’attualità.

Il capolavoro di Schlesinger è un film liminale nella storia del cinema americano. Insieme ad altri film della fine degli anni ’60 (Il laureato, Easy Rider etc.) segna, infatti, una netta cesura con  il passato, dando avvio alla stagione probabilmente più innovativa della storia del cinema americano.

Per comprendere la straordinarietà (intesa in senso etimologico) del film basti pensare che, a causa di tematiche e immagini esplicitamente sessuali (pur non essendoci scene nudo integrale), il film fu classificato come un X-rating, praticamente alla stregua di un film pornografico. Nonostante ciò, riuscì, unico nella storia, ad aggiudicarsi tre premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e la miglior regia.

La storia raccontata è quella di Joe Buck (Jon Voight), un aitante ragazzo texano, che decide di lasciare la squallida vita di periferia e il lavoro da lavapiatti in cerca di fortuna come gigolo a New York. Nonostante si dia delle arie da duro, Joe è un ragazzo ingenuo e tormentato, segnato da un’infanzia passata con una nonna sui generis e da un’adolescenza sconvolta da una storia d’amore finita in tragedia.

Arrivato nella Grande Mela si rende subito conto che fare soldi con il sesso non è così facile come credeva e, dopo una serie di disavventure, incontra quello che sarà il suo unico amico in città, l’italoamericano zoppo e tisico Enrico Salvatore Rizzo, detto “Rico” o “Sozzo” (un Dustin Hoffman semplicemente perfetto). I due si aiutano a vicenda cercando espedienti per sbarcare il lunario: Rico prova a fare da agente a Joe procurandogli incontri galanti con donne dell’alta società, ma i tentativi naufragano maldestramente e i due sono costretti a rubacchiare qualunque cosa dai negozi della periferia newyorkese per poter a stento sopravvivere.

La routine quotidiana viene interrotta inaspettatamente da un uomo e una donna che, mentre Joe e Rico si trovano a pranzo in una tavola calda, lasciano al biondo texano, senza proferire parola, un invito per una festa privata a Broadway. Arrivati all’indirizzo indicato, i due amici vengono coinvolti in una sorta di party psichedelico i cui protagonisti sono una serie di personaggi stravaganti, droghe, alcol e luci stroboscopiche. Ed è proprio qui che Joe trova una donna dell’alta borghesia newyorkese che, attratta da lui e in vena di trasgressione, paga il ragazzo per una notte di sesso.

Finalmente Joe riesce a fare ciò per cui si è trasferito a New York. Felice perché convinto che da quel momento la sua “carriera” prenderà il volo, torna euforico da Rico che, a causa della tisi e di una caduta rimediata durante il party, vede aggravarsi di molto le sue condizioni di salute già precarie. Joe cerca di chiamare un dottore, ma Rico lo ferma, chiedendogli solo di portarlo in Florida, per lui una sorta di terra promessa nella quale è convinto che non patirà più freddo e fame.

Joe non può fare altro che cercare di  che cercare di accontentare l’amico e riesce a rimediare i soldi per il viaggio rapinando un uomo di mezza età che aveva cercato di abbordarlo in un bar. Recuperato il denaro, compra due biglietti per la Florida e trascina un febbricitante Rico sul primo autobus disponibile. Mentre sono in viaggio felici ed eccitati per la nuova vita che si prospetta loro, Rico appoggia la testa al finestrino del bus e muore senza emettere un suono, mentre al suo fianco Joe parla della sua volontà cambiare vita e trovare un lavoro vero. Appena Joe si accorge dell’accaduto avverte il conducente della corriera che però gli risponde “dobbiamo proseguire, tanto non possiamo fare altro”. Il film si conclude con Joe che abbraccia teneramente Rico, quasi a volerlo proteggere dagli sguardi incuriositi, ma per nulla preoccupati, degli altri viaggiatori.

Il crollo del sogno americano

La fine degli anni ’60 è un periodo durissimo per gli Stati Uniti: le lotte degli Afroamericani per la conquista dei diritti civili infiammano le grandi città, facendo temere una guerra civile; allo stesso tempo i movimenti studenteschi e di contestazione del “Sessantotto” si producono in una critica totale e radicale della società, sentita come fasulla, repressiva, gretta e retriva. Certamente l’evento che segna la perdita dell’innocenza agli occhi dei cittadini americani e del mondo intero è la guerra in Vietnam, con l’escalation di violenza che appare sempre più feroce e immotivata. La classe dirigente statunitense non riesce a dare risposte né a proporre soluzioni di fronte alle istanze di cambiamento, chiudendosi in sé stessa e rispondendo unicamente in maniera autoritaria e repressiva.

È solo tenendo ben presente questo quadro di crisi culturale, politica e istituzionale che si può leggere  Un uomo da marciapiede come la rappresentazione metaforica della fine del sogno americano. Un sogno che aveva dato forma alle aspettative degli Americani e accresciuto i desideri di quanti, al di fuori degli States, speravano di poter cogliere le opportunità che solo la “land of the free and home of the brave” poteva loro dare.

Il protagonista del film si sposta verso est (in direzione contraria rispetto a quanti cercavano oro e fortuna nel vecchio West) in cerca di una vita migliore, ma i suoi sforzi non sono premiati, anzi, la sua condizione economica e umana si degrada di momento in momento: the land of opportunities non concede più opportunità. Con la fine del sogno americano si sgretola anche la figura che per antonomasia ha incarnato quel sogno, il cowboy. Joe è convinto che i vestiti da mandriano del Texas abbiano sulle donne l’effetto del miele sugli orsi, ma si sbaglia di grosso. Viene deriso e ridicolizzato, finché Rico non gli dice chiaramente: “tutta quella pagliacciata da cowboy non fa più effetto a nessuno ormai, tranne forse che alle checche della 42esima strada, quella è roba da checche, insomma cerca di capirlo, funziona solo coi finocchi”.

La crisi della società si riverbera di conseguenza sul singolo, che perde le certezze ancorate ai vecchi valori (ben rappresentati dai miti del western anni ’40 e ’50) e che, perciò, vive un senso di smarrimento che non gli permette di comprendere quello che gli sta intorno. Alle parole di Rico, infatti, il biondo texano risponde incredulo: “vorresti dirmi che John Wayne è un finocchio?”.

Joe è convinto di essere uno degli eroi interpretati da Wayne al cinema, ma invece ne è la parodia, la volontà di autodeterminazione e l’ambizione personale si polverizzano a contatto con la durezza della realtà: questa volta per il cowboy non c’è una ricompensa ad attenderlo alla fine delle sue fatiche, solo dubbio e smarrimento. Il simbolo più evidente di ciò è il finale aperto del film, nel quale il protagonista si avvia verso l’ignoto perdendo l’unica certezza acquisita durante il soggiorno a New York: il suo amico Rico.

New York

Paradossalmente, il sogno americano finisce dove era cominciato, nella città più rappresentativa di quella costa nord-orientale che nel XVII secolo accolse i Padri Pellegrini.

La New York rappresentata nel film è una città fredda, cinica e insensibile. È la città dei derelitti, dei nevrotici, degli ultimi, costretti a vivere per strada o a rifugiarsi in topaie buone solo per essere abbattute. È la città degli immigrati illusi, sfruttati e gettati via, come il padre di Rico, che, passata la vita a fare il lustrascarpe in metropolitana, finì per “sputare fuori i polmoni” a causa della quantità di lucido per scarpe inalata. Ma è anche la città dei passanti indifferenti davanti ad un uomo in giacca e cravatta accasciato di fronte alla gioielleria Tiffany e dell’alta borghesia, vuota e superficiale, che consuma la vita in splendidi appartamenti tra festini, droga e rapporti umani “mordi e fuggi”.

Solidarietà e amicizia come uniche via di salvezza

Il mondo in cui il giovane texano si trova catapultato lo mette alle corde ma, nel momento più basso della sua avventura, trova un aiuto insperato in Rico. L’ultimo degli ultimi, il “ratto” di New York (da ricordare che il soprannome di Rico nella versione originale non è “Sozzo”, ma “Ratso”) è l’unico in città a mostrare solidarietà e compassione verso il forestiero, offrendosi di dividere il piccolo tugurio in cui vive e il poco cibo di cui dispone.

I due neo coinquilini sono agli antipodi, fisicamente e intellettualmente. Joe è un fusto di campagna alto, bello, biondo e un po’ ingenuo; Rico è basso e storpio, ma scaltro e smaliziato. Nonostante le differenze, il destino li ha messi sulla stessa barca e si rendono subito conto che remare in due è molto meno faticoso. Tra loro nasce un’amicizia intensa e profonda che va oltre il semplice rapporto di convenienza. Commoventi sono le immagini di Joe che si prende cura dell’amico malato, per il quale, alla fine, rinuncia ad una carriera da gigolo che sembra finalmente cominciare a decollare.

Nella scena in cui Joe cerca di estorcere i soldi per il viaggio in Florida all’uomo che ha cercato di adescarlo, il cowboy dice al malcapitato “io ho famiglia, porco boia!”. Rico è davvero la sua famiglia, l’unico che si sia veramente preso cura di lui, l’unico che l’abbia mai fatto sentire amato e accettato.

Nonostante la conclusione amara, perciò, quello che alla fine resta del film è l’idea che la solidarietà e i sentimenti positivi che uniscono gli esseri umani siano l’unico balsamo capace di lenire i colpi inferti dalla vita al nostro animo e l’unico rimedio alle storture create dalla società in cui viviamo.

Carlo Celentano

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Carlo Celentano

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